Il Sudafrica delle diseguaglianze, fra tensioni ed espropriazioni

Il colonialismo europeo in Africa ha lasciato aperte numerosissime ferite: basti pensare a quanto successo in Ruanda tra la primavera e l’estate del 1994, quando uno dei più terribili genocidi della storia si abbatté sul piccolissimo stato dell’Africa centrale, oppure agli scontri tra Hutu e Tutsi, alimentati dall’amministrazione belga dei primi del Novecento, che si sono protratti per tantissimo tempo prima di culminare nel noto disastro umanitario di cui ancora oggi il mondo occidentale si sente responsabile, avendo addirittura permesso ad alcuni personaggi coinvolti in quella tragedia di rimanere ininterrottamente al potere in tutti questi anni.

Ma laddove la situazione si è apparentemente sistemata, cosa è cambiato? In Sudafrica l’apartheid, ovvero il regime di discriminazione razziale verso i neri africani, è stato abolito nel 1994. Un processo graduale, inaugurato dalla scarcerazione dell’eroe nazionale e Presidente della Repubblica Sudafricana dal 1994 al 1999 Nelson Mandela, che è valso a lui e al suo predecessore, Frederik de Klerk, il Nobel per la Pace.

Dopo 24 anni dall’abolizione l’assetto politico-sociale del Paese non è più quello di una volta: tutti i cittadini sudafricani possiedono gli stessi diritti civili, politici e sociali, indipendentemente dalla propria etnia o dalla propria estrazione sociale, come in una qualunque altra democrazia liberale. Dal 1994 ad oggi l’economia del paese ha attraversato alti e bassi, registrando picchi di crescita del Prodotto Interno Lordo del 7.6% nel ’94 e notevoli battute d’arresto, come la perdita di circa 6 punti percentuale del PIL stesso nel 2009. Ultimamente anche la disoccupazione è aumentata di alcuni punti, raggiungendo il 27% nel 2017, il valore più alto degli ultimi 15 anni.

Gli indicatori economici vengono spesso criticati perché non riescono a rappresentare in maniera precisa le condizioni di un paese, ma nel caso del Sud Africa bisognerebbe fare un distinguo: la crescita economica registrata in passato era dovuta sostanzialmente alla presenza di risorse minerarie quali oro, diamanti, platino e le industrie ad esse collegate.

Il Coefficiente di Gini, che indica le diseguaglianze nella distribuzione del reddito, rileva una drammatica situazione in Sudafrica.


Tra i paesi del BRICS, il Sudafrica è quello con il Coefficiente di Gini più alto (maggiore è il coefficiente, più marcate saranno le diseguaglianze).

La frustrazione percepita dai sudafricani è dunque dettata dalla pessima redistribuzione delle ricchezze. Segnatamente, il frazionamento delle proprietà terriere è stato storicamente motivo di controversie: rispetto al 1994, oggi solo in due regioni la maggioranza delle terre è posseduta da neri africani, in Limpopo e Kwazulu-Natal, territori situati nella parte orientale del paese. Nelle altre zone, per esempio nel Northern e nel Western Cape, in media solo il 5% delle terre appartiene ai neri africani (dati Landbouweekblad), terre dove è stato denunciato ripetutamente lo stato di semi-schiavitù di chi vi lavora e l’insoddisfazione degli affittuari, che dopo decenni vorrebbero acquistare i terreni dai proprietari bianchi ma non possono permetterselo.

Questo divario ha inevitabilmente scatenato quelle tensioni a livello etnico che purtroppo caratterizzano la vita politica del paese. Politici come Julius Malema, esponente del movimento politico di estrema sinistra Economic Freedom Fighters, ritengono i bianchi fortunati poichè sono solo vittime di political power. Gli elettori dell’ANC (African National Congress), il più importante partito politico sudafricano, invece hanno chiesto a gran voce delle risposte più realistiche ai loro rappresentanti in parlamento. 

Durante l’era Zuma, terminata lo scorso febbraio a seguito di duri scontri interni al partito, si è cercato di stabilizzare in qualche modo la situazione approvando delle leggi a sostegno degli africani neri, ma senza riuscire a compiere nulla di eclatante. Lo scorso luglio, però, ecco la svolta: il Presidente della Repubblica Cyril Ramaphosa ha annunciato che la sezione numero 25 della costituzione, ovvero quella che regolamenta la proprietà privata, verrà emendata rendendo così legale l’espropriazione senza indennizzo delle proprietà da parte dello Stato.

Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa mentre discute in parlamento della legge sull’espropriazione senza indennizzo. (fonte Flickr)

L’annuncio di questa misura ha destato scalpore non solo all’interno della società sudafricana, ma soprattutto all’estero. Molti, erroneamente, l’hanno paragonata alla violenta espropriazione avvenuta nello Zimbabwe di Mugabe, dove soltanto adesso i bianchi stanno tornando ad essere parte integrante dell’economia del paese. Altri la ritengono una grave violazione della proprietà privata, celata da un razzismo latente presente ormai da moltissimi anni. Perfino il Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, ha abbracciato questa teoria in un tweet pubblicato lo scorso agosto in cui ha chiesto al Segretario di Stato Pompeo di monitorare l’espropriazione e l’uccisione su larga scala di contadini bianchi che starebbe avvenendo in Sudafrica.

Al di là del presunto pericolo razzismo, di cui non è stata confermata l’esistenza, i veri rischi di questa manovra sono molteplici: in primis causa la fuga all’estero di investitori importanti che hanno un enorme impatto sull’economia del paese; in secondo luogo aumenta gli effetti che potrebbe avere uno scontro così netto tra bianchi e neri. Ramaphosa ha rassicurato la comunità internazionale ribadendo la legittimità della riforma e le conseguenze positive che avrà nella lotta alla povertà. Tuttavia, occorrerà la massima prudenza poiché il conflitto etnico esiste già in Sudafrica e non devono essere le istituzioni a favorirlo. Non di nuovo.

 

 

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Studente della triennale al SID di Gorizia. Tra Europa e America. Aspirante giornalista. Giocatore di basket fallito.

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