Essere donna in Messico

"The Streets of Mexico", foto di Richard Cawood (Credits: Flickr)

L’immagine che si ha del Messico viene solitamente associata a quella delle lunghe spiagge paradisiache, del suo interno ricco di storia, musica e colori, allietato dal gusto pungente della sua antica tradizione culinaria e da quello forte della Tequila. Vi sono però, dietro questa fotografia, delle storie da raccontare, storie che si nascondono sotto la polvere delle desolate “calles” delle grandi periferie cittadine messicane, tra le quali spicca Ciudad Juarez, al confine con gli Stati Uniti, definita dall’ONU la capitale mondiale del femminicidio.

Ad accogliere il turista che si appresta a visitare una delle città più antiche del Messico, situata sul famoso “Paso del Norte” che un tempo servì ai conquistadores spagnoli ad addentrarsi nelle lande messicane, vi è una croce con 500 chiodi conficcati. Simbolo di quelle 500 donne scomparse dal 1993 ad oggi, i cui corpi non furono mai più ritrovati e che ancora oggi vengono reclamati, in nome di quella giustizia che in Messico sembra non esistere o, perlomeno, viene fatta sopprimere.

A ciò si aggiunge la mancanza di impunità da parte dello stato sugli innumerevoli traffici illegali che scorrono da qui al confine con gli stati Uniti, che vanno alimentare un crimine che in prima istanza affonda le sue radici nella misoginia e viene successivamente strumentalizzato dai rappresentanti dei cartelli della droga per segnalare il loro potere sul territorio: donne, droga – dalla cocaina alle metanfetamine, il cui 80% del traffico proveniente dalla Colombia sembra passare proprio da qui -, armi, schiavi. Tutto ciò che serve agli Stati Uniti passa per questa città, simile quasi ad un centro di smistamento dove la mafia statunitense si allea a quella messicana.

In un contesto del genere, la disparità tra la classe ricca e quella povera si è fatta ancora più abissale, andando ad alimentare da un parte un controllo sempre più pressante del narcotraffico sul resto della popolazione, a cui non resta che arrendersi ad esso per non morire di fame, dall’altro uno sviluppo industriale incentrato sulla manodopera a basso costo, dietro al quale vi si trova l’appoggio americano.

E’ proprio in questa precarietà che assumono un ruolo centrale le cosiddette “maquilladoras” (o “maquilas”), imprese di assemblaggio esistenti in un regime di duty free e di esenzione fiscale, la cui manodopera a basso costo è composta soprattutto da giovani donne, appartenenti alle classi sociali più povere dei pueblos messicani e che si trasferiscono appositamente a Ciudad Juarez per uscire dalla loro condizione di povertà.

Manifestazione contro la violenza sulle donne in Messico (Credits: no es nada personal/Facebook)

Analizzando i vari casi di femminicidio verificatisi nella città, è facile capirne i tratti comuni: le vittime sono quasi tutte giovani studentesse che lavorano part-time in queste industrie, con un’età comprese dai 18 ai 27 anni, avvenenti, more e dai capelli lunghi. La maggior parte di loro viene uccisa nel tragitto da casa al luogo di lavoro, prima di essere violentate e poi seppellite nel deserto attorno alla città. Le statistiche affermano che quasi tre donne su 5 a Ciudad Juarez scompaiono nella notte, appena finito il turno di lavoro o mentre si dirigono a scuola. Nei casi più eclatanti, quelli dove l’uccisione della donna serve come affermazione del potere patriarcale, i corpi vengono lasciati seminudi nei luoghi simbolo della città.

Gli ultimi casi risalgono allo scorso settembre. La vittima più giovane aveva solo 17 anni, anche lei studentessa. Le altre tre non si è potuto riconoscerle; i loro corpi sono stati trovati smembrati in sei sacchi della spazzatura in una delle vie più periferiche della città. Alla base di questi omicidi vi è un odio disumano e culturale nei confronti della donna che sfocia in rituali macabri, organizzati, che si esprimono in torture e mutilazioni volte a lasciare un segno indelebile, come espressione di modelli culturali patriarcali che contraddistinguono l’intera società e la cultura machista messicana.

Ciudad Juarez rappresenta solo il massimo esponente del laboratorio sperimentale di questo tipo di violenza che contraddistingue tutto il paese. A Città del Messico si è dovuto allestire appositamente dei vagoni della metro riservati alle donne, affinché gli innumerevoli casi di adescamento, borseggi, molestie fisiche e verbali diminuissero. Lo scorso marzo il governo messicano ha indetto una campagna di sensibilizzazione nei confronti di questo crimine, facendo allestire nella metro dei sedili sagomati, riservati agli uomini, con petto e pene, col fine di far comprendere il disagio che ogni donna prova ogni giorno quando sale sulla metro.

Nell’immensa capitale messicana non esiste un giorno in cui una donna possa compiere il suo tragitto su un mezzo pubblico senza essere osservata in modo morboso, insultata o adescata. Il motivo è semplice: le donne che più spesso prendono i mezzi pubblici sono studentesse o lavoratrici che presentano un certo grado d’indipendenza economica e sociale. Denigrarle viene considerato espressione di supremazia.

Secondo un sondaggio del 2013, realizzato dalla Fondazione Thomson Reuters nelle quindici capitali più popolose del pianeta, la rete di trasporti pubblici di Città del Messico è considerata la più pericolosa per le donne, seconda solo a Bogotà, in Colombia. Oltre alla campagna di comunicazione, l’amministrazione di Città del Messico ha reso possibile sporgere denuncia se si viene molestati verbalmente per strada, quello che in inglese viene chiamato “catcalling“: chi commette questo reato deve pagare una multa oppure passare una notte in prigione. Un’altra iniziativa della città è stata la distribuzione di fischietti antistupro nelle stazioni della metropolitana, da usare per segnalare eventuali molestie.

La metropolitana di Città del Messico (foto di Laura dal Farra)

Ma le storie delle migliaia di donne vittime di questo odio non si fermano a questi grandi centri cittadini, quelle più inascoltate e dimenticate provengono proprio da quei pueblos sperduti nell’entroterra messicano, dove la polizia è praticamente inesistente e dove essa stessa ha paura ad addentrarsi.

Nonostante una maggiore consapevolezza da parte delle autorità messicane nei confronti di questo crimine, la discriminazione di genere continua ad essere la piaga più dolorosa per questo paese, dopo il narcotraffico – entrambi intrinsecamente legati ed entrambi finalizzati a diffondere una vera e propria politica del terrore. A Ciudad Juarez una delle attiviste più impegnate nella lotta a questi due crimini, Susana Chávez, fu trovata morta e mutilata nel 2011. A lei si deve la famosa frase “Ni una muerta màs”, frequentemente utilizzata nelle manifestazioni di protesta che si verificano ogni anno in questa città, dove gli stessi cittadini affermano che “lo stesso vento ha paura”.

About Laura Dal Farra 17 Articles
Studentessa al primo anno di magistrale di Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee, collaboratrice come giornalista all'inserto Scuola del Messaggero Veneto e Sconfinare, accanita lettrice, grande appassionata di musica, letteratura, cinema, politica e storia. Mi definisco una viaggiatrice senza sosta, sempre alla costante ricerca di qualcosa di nuovo da scoprire e raccontare.

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