èStoria 2016 – intervista ad Alessandro Barbero

Alessandro Barbero

Tra gli ospiti di èStoria 2016 non poteva certo mancare Alessandro Barbero, da 6 anni una delle presenze irrinunciabili del festival. Storico affermato, professore di storia medievale presso l’Università del Piemonte Orientale, è molto apprezzato per i suoi romanzi e saggi storici (il primo, Bella vita e guerre altrui di mr. Pyle, gentiluomo gli è valso il Premio Strega), ma è noto al grande pubblico per i suoi interventi in trasmissioni televisive come Superquark e Il tempo e la Storia.

Sconfinare ha avuto il piacere di intervistarlo.

Alessandro Barbero

Nonostante lei sia un medievista, ha scritto numerosi romanzi storici in cui ha trattato di periodi diversi da quello in cui è specializzato: dall’Atene del IV secolo a.C. alla Russia di Gorbachov. Da dove vengono le idee per i suoi libri?

 Nessuno sa davvero da dove vengano le idee! (ridacchia, ndr) A volte nascono da una passione, come l’interessamento alla storia dell’Unione Sovietica dal mio amore per la letteratura russa. La verità è che poi uno storico sta chiuso nel suo periodo di specializzazione per obbligo istituzionale. Una volta che si inizia una carriera essa si deve sviluppare a seconda della periodizzazione scelta. Tuttavia penso che ogni storico ad un certo punto capisca che la Storia non si può dividere in segmenti, e che qualunque periodo ti può appassionare. Quindi i miei romanzi nascono dalla passione per un avvenimento, un’epoca, una situazione fuori dal mio periodo tecnico, e dalla mia voglia di esplorarli. Utilizzando gli stessi strumenti che uso studiando Storia, con però la libertà del romanziere che non deve assoggettarsi al giudizio dei colleghi.

E quanto tempo le occorre per raccogliere il materiale necessario, analizzarlo e scrivere effettivamente il romanzo?

Ciò varia molto, come variano le dimensioni di un romanzo. Il primo, Bella vita e guerre altrui di mr Pyle, gentiluomo l’ho tenuto con me per 10 anni. In quel decennio il piacere era tanto quello di scrivere quanto quello di cercare le fonti. Se infatti un libro nasce dalla passione per un dato periodo, la parte più bella è certo quella in cui leggi qualunque cosa ti capiti sotto mano. Per l’epoca napoleonica diari, diari di viaggio, lettere. Per un romanzo come l’ultimo, Le Ateniesi, la letteratura greca di allora. Tale immersione totale è la cosa più appassionante, e poi tirarne fuori un romanzo è al tempo stesso appassionante e faticoso. Come ho già detto, i tempi possono variare, dai 10 anni per fare un romanzo di più di 600 pagine come mr Pyle al paio d’anni di lavoro che ho impiegato per Le Ateniesi.

Nella stesura dei suoi romanzi, come riesce a “incastrare” realtà storica e invenzione, elemento scientifico e creativo?

Il romanzo storico ti permette di integrare con l’invenzione ciò che in un libro di storia non puoi scrivere, cioè le cose che non si sanno. Per esempio, nel caso de Le Ateniesi parlo della rappresentazione della Lisistrata di Aristofane. Ma noi non sappiamo quasi niente del pubblico, non sappiamo se le donne andassero a teatro o meno, e semplicemente intuiamo che il pubblico interloquisse con gli attori dal fatto che certe volte questi vi si rivolgevano. … E figuriamoci se il pubblico se ne stava zitto! Però non abbiamo nessuna fonte che ci dica davvero cosa accadesse. E lì il romanziere ha la possibilità di riempire i buchi, che sono tanti. Poi c’è un altro aspetto. Inventare è necessario per portare avanti l’azione che vuoi rappresentare: i tuoi personaggi devono pur fare delle cose. Lì il problema è di non fargli compiere azioni, o di non fargli dire o pensare cose che alla loro epoca non avrebbero fatto, detto o pensato.

E cosa ne pensa dell’utilizzo della prima persona e della focalizzazione interna?

Quello della prima persona è un grossissimo problema, in realtà. Utilizzarla implica una grande sicurezza nella propria conoscenza della voce della gente di quell’epoca. Io ne Le Ateniesi non ho usato la prima persona. Mentre invece in Mr Pyle, ambientato in epoca napoleonica, sì: la voce di un gentiluomo dell’Ottocento è a noi più vicina che non quella di un uomo del quinto secolo avanti Cristo. Devo dire che una delle debolezze dei romanzi storici, che sono un genere di grande successo, è che molti autori credono di fare un romanzo storico facendo parlare un uomo del Rinascimento o dell’antica Grecia, ma non è così facile. Si sottovaluta molto, per esempio, il modo diverso in cui potevano concatenare i pensieri le persone in un’altra epoca.

Alessandro Barbero e Piero Angela

Lei è molto conosciuto e amato non solo per l’attività d’insegnante e di scrittore, ma anche per i suoi interventi in programmi televisivi come “Superquark” e “Il tempo e la Storia”. Come è arrivato a partecipare a queste trasmissioni?

 Per gradi. La televisione è qualcosa a cui non mi sono mai sognato di partecipare e tutto è nato semplicemente perché, quando come storico ho cominciato a ricoprire una certa posizione, Piero Angela mi ha chiesto una consulenza. Non ricordo se su Carlo Magno o sulla battaglia di Waterloo, ma in entrambi i casi era un argomento su cui avevo appena pubblicato un libro. Evidentemente Angela avrà avuto il bisogno di scegliersi dei collaboratori, individuando persone che potessero svolgere compiti specifici. Ad un certo punto lui mi ha chiesto perché non provassi a venire in trasmissione, e così abbiamo constatato che ciò funzionava. Dopo delle partecipazioni una tantum, Angela mi ha detto: “Perché non ci inventiamo una rubrica fissa in Superquark?”. E a quel punto uno cosa dice, se non “perché no?!” Ora la Rai ha deciso di puntare sulla Storia, ed è nata Rai Storia. A quel punto è parso naturale venire a chiedere a me di parteciparvi, come a tanti altri colleghi.

In queste trasmissioni e nei suoi libri lei racconta la Storia. Così come fa anche il festival èStoria. Secondo lei, perché si deve parlare di Storia, anche e soprattutto fuori dalle aule? E che ruolo ciò può svolgere per la società civile?

Da un lato la Storia è di per sé appassionante, e uno potrebbe accontentarsi di raccontarla per lo stesso motivo di un pittore che dipinge bei quadri: perché la gente lo desidera. Tanti arricchiscono la propria vita leggendo libri di Storia o partecipando a eventi semplicemente per sentirne parlare. Ci si potrebbe accontentare di questo, ma c’è qualcosa in più, la Storia non è soltanto intrattenimento. In verità lo è e non c’è nulla di male, però ti dà anche degli strumenti per leggere il mondo. Non strumenti decisivi, la Storia non aiuta nessuno a prevedere ciò che accadrà. Però ti dice come mai il mondo in cui viviamo è fatto in un certo modo. Ti dà una dimensione in più, una profondità nel tempo che ti aiuta a orientare e a capire il perché di certe cose. Oggi viviamo in un’epoca in cui la società vuole sentir parlare di Storia: l’editoria chiede romanzi storici per il grande pubblico e i giornali ti chiedono di scriverne, la televisione fa programmi a riguardo e ci sono festival come èStoria e tanti altri, che sono una delle cose bellissime del nostro tempo. Forse una delle poche cose in cui la nostra epoca è migliorata rispetto a quando ero ragazzo io. E lo storico che ha la possibilità di impegnarsi in questo, può avere almeno l’illusione che qualcuno di coloro che lo sta ascoltando impari a guardare il mondo in modo meno semplificato.

In questa edizione lei interviene nella discussione del libro di Michel De Jaeghere, “Gli ultimi giorni dell’Impero romano”. De Jaeghere evidenzia dei parallelismi tra il declino dell’Impero romano e oggi. Qual è la sua opinione a riguardo?

Questo parallelismo è del tutto inevitabile nel momento in cui la caduta dell’Impero romano è uno dei grandi avvenimenti che hanno impressionato da sempre i posteri. Tutti, anche chi della Storia sa ben poco, ha in mente l’impero, i barbari che vengono da fuori, lo invadono e l’abbattono provocando la fine della civiltà. Siccome il problema del dentro e del fuori e di una civiltà che si sente in pericolo sono attuali, è inevitabile fare il confronto. Da questo si può imparare qualcosa, però bisogna stare attenti alle strumentalizzazioni. Sarebbe facile agitare lo spauracchio dell’Impero romano assediato dai barbari per dire che anche oggi abbiamo dei barbari da respingere. Però la storia dell’Impero romano è effettivamente la storia di un mondo ricco, organizzato, che aveva il problema delle popolazioni povere e più arretrate all’esterno e di cosa fare con loro, se integrarle o meno. In realtà esso ha per secoli integrato immigrati, e con grande successo. Allora andare a capire come questo meccanismo di integrazione abbia cominciato ad ingripparsi e abbia poi provocato un arretramento complessivo della civiltà, è un tema interessante. Fornisce un esempio in più di come ci si comporta in questi casi e delle prospettive di quali siano i rischi.

Grazie.

Be the first to comment

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: