èStoria 2016: Kevin Bales racconta la schiavitù contemporeanea

World Slavery Index 2014
World Slavery Index 2014

Se la schiavitù fosse un paese, avrebbe la popolazione del Canada e il GDP dell’Angola. Eppure sarebbe il terzo paese per emissioni di anidride carbonica al mondo, dopo gli Stati Uniti e la Cina” – Kevin Bales

“Schiavitù” era il tema dell’edizione di èStoria 2016 appena giunta al termine. Una schiavitù che non è però relegata, purtroppo, soltanto in un torbido passato: a mettere il pubblico di fronte alla realtà contemporanea è stato domenica 22 Maggio, nella Tenda Erodoto,  il co-fondatore di Free The Slaves, Kevin Bales, durante la conferenza “Il sangue e la terra”, moderato dal professor Andrea Zannini dell’Università degli Studi di Udine. Bales è attualmente uno dei più grandi attivisti per l’abolizione della schiavitù a livello mondiale, autore di diversi libri sul tema, tra i quali l’ultimo, che dà il nome all’incontro goriziano: “Blood and Earth: Modern Slavery, Ecocide and the Secret to saving the World”. Non solo: è consultant per lo United Nations Global Program on Trafficking of Human Beings e ha consigliato i governi di USA, Inghilterra, Irlanda, Norvegia e Nepal per la formulazione di legislazioni contro il traffico di esseri umani. Infine, ha contribuito fortemente alla definizione del World Slavery Index 2014, che stila una “classifica della schiavitù” di 167 paesi del mondo in base alla percentuale di abitanti che non vivono in libertà all’interno dello Stato. La top three è occupata da Mauritania, Uzbekistan ed Haiti.

Il libro di Bales, dice Zannini, può essere letto come una “guida turistica” che porta il lettore occidentale in alcuni degli scenari più mozzafiato del mondo, soltanto per descrivere la realtà di sfruttamento e degrado che si cela dietro alla patina dorata e, allo stesso tempo, collegarle ai nostri oggetti di tutti i giorni, al cibo che mangiamo e soprattutto al cambiamento climatico. Sarebbe in atto in diverse parti del globo, infatti, un “ecocidio”, ovvero una distruzione indiscriminata su larga scala dell’ecosistema locale. Ma partiamo dalla base.

Bales divide la categoria “schiavitù” in sei tipologie principali: persone costrette al lavoro forzato, in schiavitù per debito, a causa della pratica del “peonage“, gli schiavi sessuali, le donne sottoposte a matrimoni forzosi e i bambini soldato. Al mondo, nel 2016, ci sono 35,8 milioni di schiavi. È un numero allarmante se lo si vede dal punto di vista morale, intuendo quanta sofferenza ci sia dietro a questo numero. Eppure, sono stati fatti dei decisivi passi in avanti: è la quota più bassa di persone in condizione di schiavitù mai registrata nella storia dell’umanità, e produce soltanto 150 miliardi di dollari all’anno, che sono una frazione minima rispetto all’enormità dell’attuale economia globale. “Abbiamo spinto la schiavitù sull’orlo del precipizio,” dice Bales, “manca soltanto l’ultima spinta definitiva per farla scomparire in definitiva.

Gli esempi che l’ospite americano fa, però, fanno intendere quanta strada ci sia ancora da fare. Parla, innanzitutto, del Congo orientale, in mano a milizie armate che gestiscono tramite un’economia schiavista all’aria aperta le miniere di cassiterite, metallo necessario per molte componenti elettroniche. Il traffico, in questo caso, è facilitato dal fatto che sia i venditori criminali di questa materia prima sia i compratori sono interessati a far sì che l’origine sia meno nota possibile: i primi per una questione penale, i secondi soprattutto per una questione di immagine – ed ovviamente per la complicità in un evidente reato.

C’è poi l’eclatante caso di “ecocidio” in Bangladesh, dove le foreste di mangrovie di Sundarban, patrimonio mondiale dell’UNESCO, vengono distrutte per far spazio ad allevamenti intensivi di gamberetti. Quest’ultimo è un doppio crimine, se si pensa che distrugge uno dei polmoni verdi più importanti della terra e, allo stesso tempo, priva del proprio habitat naturale animali come le tigri del Bengala, che spesso finiscono col mangiare i bambini costretti a lavorare come schiavi in questi allevamenti. Sono alcuni dei bambini stessi che, fuggiti, hanno parlato con Bales a raccontare le condizioni disumane in cui sono costretti: accovacciati tutto il giorno in mezzo alla sporcizia e le budella dei gamberetti pescati, la causa principale di morte – ancora prima delle tantissime tigri – è la diarrea.

Kevin Bales

Un altro caso è quello del Brasile: un paese a cui siamo abituati a pensare come ormai industrializzato e democratico, che ha – a detta di Bales stesso – la migliore legislazione anti-schiavitù del mondo. Una legislazione, però, che nelle periferie e soprattutto nei pressi della foresta amazzonica non viene minimamente seguita, essendo piegata alla volontà dei “feudatari” locali. Sarebbe questa, tra l’altro, una delle motivazioni alla base dell’attuale crisi del governo Roussef: infatti, infuoca nella politica del Paese latinoamericano la lotta tra chi vuole mantenere privilegi simil-feudali e chi reclama, invece, giustizia. Tutto ciò in un contesto di deforestazione selvaggia che ancora una volta depreda il mondo intero di una risorsa fondamentale quanto sottovalutata: l’aria pulita.

Sentendo di queste storie, che spesso non raggiungono l’attenzione dell’opinione pubblica, viene da chiedersi quale sia la nostra responsabilità come cittadini e consumatori. Se i criminali che assoggettano così tante persone sono infatti penalmente perseguibili e quelli che fanno affari direttamente con loro sono complici di reato, di passo in passo lungo la catena di produzione la “colpa” sembrerebbe sciacquarsi via, non rendendo certamente il fruitore finale del prodotto un delinquente. Quella che rimane è però una questione morale, più che penale o economica: è la sensibilità del consumatore che è in ballo. Che fare? Un primo passo è quello, sicuramente, di esigere il certificato di provenienza di certi prodotti e materie prime – come ad esempio l’oro delle fedi che viene dal Ghana, noto per un mercato interno che poggia pesantemente sulla schiavitù – e di sostenere le ONG che si occupano sul campo del problema.

Chi davvero fa qualcosa di fondamentale per migliorare la situazione, però, sono gli schiavi liberati che guidando lotte sul territorio e raccontando le proprie storie sensibilizzano l’opinione pubblica. A loro va il pensiero finale di Kevin Bales: che ci si ricordi di tutti i “liberatori” silenziosi che ogni giorno rischiano la propria vita per un sistema che esiste dall’alba dei tempi, spesso all’insaputa del resto del mondo. “Grandi eroi”, li definisce. Non possiamo che essere assolutamente d’accordo.

About Viola Serena Stefanello 83 Articles
Ex siddina talvolta nostalgica di Gorizia, studia Giornalismo e Diritti Umani a Parigi dopo essersi innamorata della stampa con Sconfinare. Appassionata di troppe cose per elencarle tutte.

Be the first to comment

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: