ETA’ DI FERRO- di John Maxwell Coetzee

Di sicuro uno dei migliori specchi dell’epoca dell’apartheid in Sud Africa. Ma anche un monito per la nostra società e per quelle future.

«Età di ferro» – Age of Iron – è il racconto di una storia privata. Elizabeth Curren è una signora bianca nel Sud Africa dei primi anni novanta, gli anni in cui è viva la frattura tra la maggioranza di non-cittadini di colore e la minoranza bianca rinchiusa nei palazzi di potere, aggrappata fino all’ultimo alla presunta vera anima del Paese. Viva è anche la frattura all’interno dell’animo di Elizabeth. Anzi: le fratture. In primis, la divisione e la lontananza che hanno portato la figlia negli Stati Uniti, metafora di una popolazione che invece di lottare ha deciso di cancellare con la gomma il paese dalle proprie origini e ricostruire vita e amori altrove. Una ferita aperta per Elizabeth che, come ogni genitore, non può legare la propria figlia alle mura di casa ma che urlerebbe al mondo la propria solitudine. E che vorrebbe idealmente ristrutturare quegli stessi muri. Finisce invece nel cercare un feticcio su cui appagare l’anima, cercando negli occhi degli altri bambini quelli della sua propria figlia oltre qualsiasi schieramento, oltre qualsiasi presa di posizione. Il libro è una lettera aperta, un maternalismo per la figlia, per i figli del suo paese, per il lettore. L’altra frattura è quella razziale, impersonificata da Vercueil, un vagabondo alcolista che trova riparo nel giardino della casa di Elizabeth. Diventa quasi il simbolo del proprio pentimento, il soggetto sul quale trovare riparo dalla propria solitudine e grazie al quale inutilmente lavare i propri peccati. Sul quale pianificare il futuro, quasi fosse un messia dell’animo. Un messaggero della parola. Un angelo, così come idolatrato, perché arrivato lo stesso giorno della notizia del cancro che ha attaccato Elizabeth e che da anni dilania il Paese: la terza frattura. Un corpo quindi fisico e sociale malato e che, oltre a dover combattere la malattia, dovrebbe cercare di capirla. Così come cerca di fare Elizabeth rimanendo in patria e cercando, come ultimo tentativo, di andare tra i neri, soprattutto tra i giovani, per capire quell’età di ferro per la quale bisogna lottare fino all’amputazione del cancro sociale.

Credo che due riflessioni siano d’obbligo. In primo luogo, la questione privata non si discosta dalla questione pubblica, nel parallelismo tra cancro di Elizabeth e frattura sociale, anche se il romanzo ci lascia l’amaro in bocca nel vedere l’inconcludente tentativo della protagonista, sola contro tutti. Ma questo ci rimanda alla tematica dello spazio pubblico. Un interessante saggio di Roberto Escobar dal titolo “Casa o piazza? Le dimensioni dello spazio pubblico” (rivista il Mulino 05/10) riprende i concetti di spazi privato e pubblico, sottolineando come non conti, in termini di responsabilità pubblica, che in uno spazio diverso da quello pubblico vengano creati altri disegni civili e politici. “Conta che una volta venuti alla luce, quei disegni fossero socialmente riprovati. Si manifestava una sorta di sanzione morale, di vergogna pubblica”. Continua Escobar: “In questi nostri anni accade invece che, nel vuoto lasciato dal venire meno della piazza, nessuna vergogna pubblica sanzioni più alcunché”. Ci deve rimanere allora come monito al giorno d’oggi, di fronte a un razzismo di nuovo di moda e demagogico, e l’esperienza sudafricana ci deve ricordare in questo senso che l’impegno personale e una migliore informazione/formazione creano la coscienza pubblica, creano quei meccanismi di piazza, seguendo Escobar, che ci rendono immuni da nuovi cancri. L’impegno e la responsabilità di stampo weberiano sono gli strumenti per scacciare la preoccupazione che rileva Sartori, ovvero quella di un homo videns il cui sapere (mini) non va al di là di quello che vede (in televisione) e che non è in grado di far funzionare una democrazia che funzioni.

L’altra riflessione è ancora una volta nelle parole della Arendt: la banalità – e la banalizzazione – del male. In Sud Africa, dove la morte nell’età di ferro è qualcosa di quotidiano, una tappa necessaria per un obiettivo di più lungo miraggio. Non c’è tempo per lo stupore. Ma per venire a oggi, è preoccupante vedere che nel nostro Paese, di fronte a un’opinione pubblica nata dopo la seconda guerra mondiale, stanno tornando temi, toni ed azioni di un contrasto sociale particolarmente acuto. E non solo nel contesto privato – la banalità – ma soprattutto attraverso la legittimazione di interventi pubblici – la banalizzazione. Ci si barrica dietro presunte radici culturali e religiose che incancreniscono, anche qui, il confronto. Si utilizzano le forze armate per raccogliere l’immondizia o per la sicurezza della città, rendendo il corpo armato altro rispetto alle sue naturali funzioni. O ancora: la creazione delle ronde, il conflitto perenne tra le Istituzioni, lo stato d’assedio de L’Aquila, le campagne anti-rom dell’estrema destra e così via.

In questo senso, l’età di ferro si fa testimone di un’epoca, evocando una nuova carità che risani le fratture: private e personali, pubbliche e civili. Non un messaggio messianico né religioso: una soluzione in terra che prescinda da fatalismi e da contagiosa discriminazione. Una presa di coscienza del proprio essere nello spazio pubblico, nell’agorà di relazioni egualitarie per divenire un corpo che mira al proprio frutto, non solo alle radici, e che sappia riconoscere e lottare insieme il proprio cancro. Le parole di Coetzee si innalzano dalla storia del libro, per rimanere impresse non solo nella coscienza del Sud Africa, ma anche in quella di coloro che da quell’esempio sapranno derivare coscienza.

 

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Nato a Roma, laureato di specialistica il 28 maggio 2010 in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Trieste, curriculum economico internazionale. Co-fondatore nel maggio 2006 del giornale Sconfinare. Attualmente in tirocinio presso la Delegazione Europea a Brasilia.

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