I Fratelli Musulmani non sono morti ma non stanno nemmeno tanto bene

Muhammad Badīʿ, ottava Guida generale dei Fratelli Musulmani egiziani, è stato condannato a morte nell'aprile 2015 (Credits: RNN | News/Facebook)

L’ultimo attacco pubblico risale all’inizio di settembre di quest’anno, anche se quello più “letale” era giunto già a luglio: 75 membri della Fratellanza Musulmana egiziana condannati a morte per gli scontri in piazza Rabaa el Adawya del Cairo nell’agosto 2013, a cui si aggiungono altre 47 sentenze di ergastolo giunte pochi giorni dopo. Senza dimenticare le oltre 500 persone che dovranno scontare dai 15 anni in giù di carcere: con questa decisione si è chiuso un grosso capitolo della storia del Paese africano, apertosi all’indomani del colpo di Stato che destituì Morsi e diede il potere all’esercito. Questa almeno è la speranza di al-Sisi e del suo apparato, che fin dal loro insediamento non hanno mai ammorbidito la repressione verso il movimento animatore delle Primavere Arabe.

Il conflitto tra Fratelli Musulmani (FM) e lo Stato centrale egiziano risale fin dai tempi di Nasser, nonostante anch’essi avessero partecipato alla lotta per l’indipendenza, giunta nel 1952, e nei primi tempi fossero riusciti a stabilire un dialogo con il nuovo governo; due anni dopo, però, i militanti guidati da Sayyid Qutb tentarono di assassinare il Presidente, durante un suo comizio celebrativo dell’accordo con gli inglesi, ad Alessandria. Accusando la Fratellanza di “aver superato i limiti tra il bene e il male fissati da Dio nella Rivelazione”, Nasser dichiarò illegale l’organizzazione e fece arrestare molti dei suoi dirigenti e membri. Da allora, i suoi adepti continuarono a muoversi nell’ombra e riuscirono a tornare alla luce con Sadat, per convogliare finalmente in un vero e proprio partito – il Partito Libertà e Giustizia (Ḥizb al-ḥurriyya wa l-ʿadāla) – solo nel 2011, a seguito della caduta di Mubarak.

Ad oggi, la forza in Egitto dei FM è assai debole. Il suo declino è iniziato già all’indomani della vittoria alle elezioni dell’aprile 2012, quando l’impronta fortemente islamista di Morsi infuse un senso di sconfitta nelle forze laiche e occidentalizzate del Paese, tanto da sentirsi “depredate” della loro rivoluzione. Questo ha portato alla creazione di un fronte di opposizione interno sempre più forte, rappresentato bene dal partito salafita al-Nour, giunto secondo alle presidenziali e (timido) sostenitore fino a quel momento della Fratellanza; a inizio 2013, però, le due forze politiche hanno peggiorato il proprio rapporto, in realtà mai stato idilliaco e basato principalmente sul mors tua, vita mea, tanto che i salafiti sostennero il colpo di Stato poco tempo dopo. È anche vero che gli stessi non presero però parte attiva nella campagna Tamarrud (Ribellione), nata su iniziativa popolare come raccolta firme, per “evitare qualsiasi scontro che possa portare il paese al collasso più totale” come dichiarato dal leader Yūnis Makhyūn.

Un sostenitore dei Fratelli Musulmani durante gli scontri con la polizia al Cairo, 14 agosto 2013 (Credits: Globovisión/Flickr)

Da quello scenario ne ha beneficiato l’allora Ministro della Difesa, il generale al-Sisi, diventato Presidente ad interim nel luglio 2013 e confermato tale dal voto popolare nel giugno successivo. Rivendicando il suo fermo controllo sulla sfera politica dell’Islam, elemento in comune con il governo militare di Nasser instauratosi negli anni ’50, l’ex militare ha ripreso il testo della nuova Costituzione scritto dal suo predecessore in cui si indica la sharia come principale fonte legislativa nazionale.

Ad essere cancellata è stata la presenza della Fratellanza, contro la quale si era schierata anche la storica Università di al-Azhar del Cairo, punto di riferimento mondiale per l’insegnamento dell’islam sunnita. Questa presa di posizione ha fatto sì che lo stesso Presidente abbia tentato più volte di avvicinare a sé l’istituzione, ma la stessa si è sempre mostrata restia a oltrepassare la linea tra religione e politica: un esempio è la richiesta del governo al grande imam di al-Azhar, Ahmad al-Tayyeb, di appoggiare la fine del divorzio verbale, rigettata da quest’ultimo. La posizione dell’ateneo cairota è comunque molto controversa: all’inizio al-Tayyeb si schierò a favore delle rivoluzioni arabe, volendo al tempo stesso anche un’islamizzazione dello Stato egiziano; successivamente ha osteggiato la Fratellanza, anche se questa, in un primo momento, aveva voluto coinvolgere l’al-Azhar nel governo.

Dopo quasi un secolo di vita – la Fratellanza Musulmana nacque nel 1928 proprio in Egitto – gli Ikhwan che a inizio decennio godevano di ottima salute appaiono pressoché “estinti”. Almeno di quelli che si riconoscevano nella tattica della non violenza predicata dalla vecchia classe dirigente; molti giovani hanno invece cambiato schieramento, passando alla lotta armata che assume i contorni di guerriglia urbana nella capitale e in altre grandi città e di terrorismo politico, con attacchi contro le istituzioni. Uno dei gruppi nati da questa fuori-uscita è Hassm, nel luglio 2015, il quale esordì con l’omicidio di Mahmud Abdel-Hamid, procuratore generale nel governatorato di Fayyum, roccaforte della Fratellanza. Oggetto delle loro violenze sono anche fonti energetiche e filiali di gruppi internazionali che operano in Egitto. Come ha analizzato Paolo Gonzaga l’attitudine prevalente dei Fratelli sembra essere quella di consentire una ‘violenza limitata’ e non una ‘violenza totale’ che porterebbe a situazioni di tipo siriano anche nelle analisi dei più radicali”.

Sede dei Fratelli Musulmani incendiata, luglio 2013 (Credits: dailySTORM/Facebook)

Il regime di al-Sisi affronta questa fronda giovanile con gli stessi mezzi con cui reprime le cellule di Isis ed al-Qa’ida nella penisola del Sinai. Il rischio è che il livello degli scontri, soprattutto nelle città, possa andare oltre la guerriglia, come testimonia l’attentato alla Cattedrale di San Marco al Cairo nel 2016; ad esso è collegata la rete del Qatar, principale sostenitore dei FM a livello mondiale, ancora isolata dagli alleati dell’Arabia Saudita, Egitto in primis, a seguito della crisi del Golfo scoppiata lo scorso anno. Senza un finanziatore, infatti, i membri di movimenti come Hassm non riusciranno a rimanere operativi ancora a lungo; ruolo che però potrebbe diventare della Turchia, entrata in rotta di collisione con la terra dei faraoni per le proprie mire sul Mar Rosso, a partire dal Sudan, accusato a sua volta sempre dall’Egitto di sostenere i Fratelli Musulmani. Quest’ultimi potrebbero così tornare utili ad Ankara per tenere occupato il rivale, che nella regione conta già l’inimicizie dell’Etiopia. Per capire se il movimento fondato da Hasan al-Banna diventerà una mera pedina o riuscirà a dare una direzione agli eventi futuri, bisognerà aspettare di vedere emergere la nuova leadership e capire quale direzione seguirà: se continuare con la lotta armata fino a “condurre la Fratellanza all’estinzione”, come diceva lo stesso al-Banna, oppure riportare la contestazione su altri binari.

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Studente al SID di Gorizia, sono stato caporedattore di Sconfinare tra il 2017 e il 2018. Friulano, sono appassionato di frontiere, soprattutto quelle del Corno d'Africa. Dicono che sono sempre impegnato, ma non ho mai avuto tempo per rispondere che è vero.

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