G20 2013: la questione siriana prima di tutto

Una delle passate edizioni del G20 | foto: Presidencia de la Naciòn Argentina

 

Oggi prende il via il G20 a San Pietroburgo, il summit internazionale organizzato a partire dal 1999 con lo scopo di discutere dei problemi economici mondiali e delle varie urgenze finanziarie. A questo forum partecipano esclusivamente l’Unione europea e i 19 paesi più industrializzati del globo (eccetto Paesi Bassi, Spagna e Svizzera), ma le questioni che vengono portate all’attenzione dei leader più importanti coinvolgono l’intera comunità internazionale.

Quest’anno, nonostante le numerose problematiche economiche presenti, l’argomento principale del summit non potrà non essere la guerra civile in Siria, una questione che, dopo lo scoppio del caso “armi chimiche” a Damasco il 21 agosto scorso, necessita al più presto una soluzione che metta d’accordo tutte le maggiori potenze mondiali. A partire da quelle più distanti fra loro: Russia e Stati Uniti.

Il compito di Obama a San Pietroburgo non sarà per niente facile, dato che ciascun Paese partecipante, Usa compresi, non ha ancora preso una posizione netta a favore o contro l’intervento militare in Siria. Al momento dell’attacco chimico a Damasco il presidente statunitense, il premier inglese Cameron e il presidente francese Hollande si erano evidentemente sbilanciati accusando il regime di Assad di crimini contro l’umanità: gli ultimi due soprattutto non nutrivano alcun dubbio sulla responsabilità del presidente siriano, mentre Obama aveva immediatamente contattato l’Onu per organizzare l’invio di una squadra di investigatori che facesse luce sulla questione. Da allora lo scenario è cambiato radicalmente e il G20 potrebbe confermare definitivamente gli schieramenti in campo.

Gli Stati Uniti si sono fatti carico della responsabilità di guidare un attacco militare in Medio Oriente, le cui modalità non sono tuttavia ancora del tutto chiare: la scelta dovrebbe essere fra un attacco diretto via terra o un bombardamento missilistico a distanza ai danni dell’esercito di Assad. In ogni caso Obama ha dichiarato che non si può restare indifferenti di fronte ad una tanto palese violazione dei diritti umani. Bisogna intervenire, ma per farlo il presidente ha deciso (anche se potrebbe non farlo) di interpellare il Congresso, nel quale ha già comunque incassato diversi voti a favore delle operazioni militari. La volontà degli Usa è chiara e Obama farà di tutto al G20 per raccogliere i consensi della comunità internazionale, necessari non solo per avviare l’intervento in Siria ma soprattutto per permettere al presidente di liberarsi dall’esclusiva responsabilità della guerra e di non macchiarsi dell’unilateralismo che invece caratterizzò l’intervento in Iraq di George Bush nel 2003.

Stando all’analisi del Corriere della Sera, su posizioni nettamente antitetiche è schierata la Russia di Vladimir Putin, principale partner commerciale e militare della Siria di Assad. Proprio ieri il presidente russo ha aperto uno spiraglio sulla partecipazione ad un eventuale attacco militare: Putin ha dichiarato che la Russia interverrà solamente di fronte a prove inconfutabili della colpevolezza del regime siriano ed esclusivamente con l’approvazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Tuttavia i russi rimangono poco convinti della responsabilità di Assad, tanto che Putin ha sottolineato che le accuse americane contro l’alleato siriano sono “assurde”: è facile intuire che secondo lui sono i ribelli i veri responsabili dell’utilizzo di armi chimiche. Un accordo tra Usa e Russia sembra dunque poco probabile, considerando anche che i rapporti diplomatici fra i due Paesi sono oggi ai minimi termini; le divergenze sono molte: l’asilo politico offerto dai russi a Edward Snowden e l’appoggio americano alle proteste di piazza contro gli istinti autoritari di Putin e contro le leggi discriminatorie nei confronti degli omosessuali rendono il dialogo molto complicato. Inoltre, il presidente russo non ha gradito la cancellazione da parte americana (dovuta alla questione Snowden) dell’incontro bilaterale con Obama previsto per inizio settembre. Sembra che solamente delle prove schiaccianti fornite dall’Onu contro Assad possano allentare la tensione fra i due leader più influenti del mondo.

Se Putin è all’estremo opposto di Obama, il presidente russo troverà sicuramente un buon alleato nella Cina di Xi Jinping. I due sono d’accordo per utilizzare il potere di veto nel Consiglio di sicurezza dell’Onu contro l’intervento armato guidato dagli Usa. Nonostante gli interessi della Cina non siano uguali a quelli della Russia, i cinesi vorrebbero comunque rafforzare la loro influenza in Medio Oriente per liberarsi gradualmente dalla dipendenza dal petrolio arabo, come si legge su Repubblica.

Turchia e Arabia Saudita sono invece totalmente dalla parte degli americani. Erdogan è a favore dell’intervento militare ed è disposto ad appoggiare l’esercito americano con tutte le risorse necessarie per la buona riuscita dell’operazione. Il re arabo Abdullah è invece il primo finanziatore delle armate ribelli in Siria e preme per un immediato intervento sul campo: anche lui come Erdogan sarebbe disposto a finanziare e sostenere la guerra con qualsiasi mezzo. Entrambi questi paesi sarebbero di vitale importanza per gli americani nel caso di un avvio delle operazioni armate, ma la Turchia risulterebbe di vitale importanza data la sua posizione geografica e la tendenza filo-europeista del suo presidente. Nell’ambito delle potenze orientali anche India, Giappone e Corea del Sud svolgeranno un ruolo importante nel G20: le prime due nazioni per il momento hanno scelto di defilarsi e non hanno ancora preso una decisione pro o contro l’intervento militare; l’India per motivi socio-religiosi (deve controllare le reazioni dei suoi 150 milioni di cittadini islamici) e storici (in linea con la tradizione terzomondista e non-allineata), mentre il Giappone per motivi economici (una guerra in Siria influirebbe sullo sviluppo energetico ed economico del Medio Oriente, coinvolgendo gli interessi di Tokyo).

Per quanto riguarda l’Europa, sembra che il “Vecchio Mondo” sarà la fonte di maggior preoccupazione per Obama, ad esclusione della Francia. François Hollande e i suoi servizi segreti non hanno mai avuto dubbi sulla colpevolezza di Assad, dunque sosterranno senza indugi la campagna del presidente statunitense a favore dell’intervento. Diversa dovrà essere la posizione della Gran Bretagna, inizialmente super-alleata degli Stati Uniti ma poi ridimensionata dalla decisione della Camera dei Comuni: il premier David Cameron è stato inaspettatamente sconfitto al momento del voto e ha dovuto rinunciare alla partecipazione al blitz militare e ad assumere una nuova posizione più moderata. Effettivamente il voto contrario ai Commons è stata una sorpresa anche per i quotidiani inglesi: The Guardian, London Evening Standard e The Times si aspettavano un esito favorevole della mozione pro-intervento proposta da Cameron, ma la sconfitta del Prime Minister ha riaperto il dibattito su una questione che sembrava già risolta in partenza. Ad ogni modo, Cameron rispetterà la decisione del Parlamento. Germania e Italia, infine, hanno presentato due condizioni fondamentali per una loro partecipazione al conflitto: primo, il verdetto dell’Onu sull’utilizzo delle armi chimiche dovrà essere irrevocabile e ben fondato; secondo, le operazioni militari potranno essere organizzate solamente con il via libera del Consiglio di sicurezza. Inoltre, soprattutto per quanto riguarda Angela Merkel, non è detto che queste due nazioni partecipino all’attacco qualora fossero presenti le due condizioni sopra elencate.

Per Obama quello di San Pietroburgo sarà un summit molto impegnativo e non è detto che questo incontro produrrà una soluzione adeguata alla questione siriana. Non resta che aspettare.

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Appassionato di storia e di arte, mi interesso anche di politica nazionale e internazionale. Se potessi, passerei gran parte del tempo a viaggiare in giro per il mondo: non esiste cosa migliore! Frequento il terzo anno di Scienze Internazionali e Diplomatiche e (forse) sono proprio un aspirante diplomatico, con un grande interesse per il giornalismo.

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