Gibuti: la nuova testa di ponte cinese in Africa

La Cina sbarca nel Corno d’Africa, e più precisamente nell’ex colonia francese di Gibuti, inaugurando la sua prima base militare al di fuori del territorio nazionale. I lavori per la realizzazione della base di Tadjoura – iniziati nell’aprile 2016 – si sono conclusi nel luglio 2017, permettendo così alla Cina di dare inizio al trasferimento del suo personale a Gibuti. Le motivazioni di tale attivismo?  Salvaguardare gli investimenti cinesi, coordinare le azioni di peacekeeping e di contrasto alla pirateria e le missioni umanitarie nel continente africano.

La presenza della Cina a Gibuti si aggiunge a quella americana, francese, giapponese e italiana, e desta più di qualche perplessità. In modo particolare, è Washington a temere un forte aumento dell’espansionismo cinese in Africa. La cosa viene però smentita dal governo di Pechino: le intenzioni cinesi nell’area sono tutt’altro che offensive e mirano alla protezione degli interessi nazionali. Inoltre la base “consentirà alla Cina di portare un contributo sempre maggiore alla pace e alla stabilità dell’Africa e del resto del mondo” (Euronews).

La scelta di Gibuti come luogo d’installazione della prima base militare al di fuori della madrepatria è ovviamente dettata da molteplici necessità, in primo luogo di natura economica. Gibuti si trova infatti lungo una delle tratte commerciali marittime più trafficate del mondo, dal momento che domina lo stretto di Bab el Mandeb – che separa l’Africa dallo Yemen – e permette di accedere sia al Golfo di Aden che al Mar Rosso, i quali, a loro volta, costituisco il percorso obbligato per raggiungere via mare il Mar Mediterraneo dall’Oceano Indiano.

Già dal 2013 infatti, il Presidente cinese Xi Jinping, parla di una “nuova via della seta”: essa non sarebbe più costituta dalle rotte battute dalle carovane di mercanti nei secoli passati – che mettevano in comunicazione l’Estremo Oriente con l’Europa –  bensì dalle vie d’acqua e terrestri che uniscono Asia, Africa ed Europa. Inoltre, non bisogna dimenticare che la Cina è già da anni il principale partner commerciale dell’Africa, in modo particolare per quanto riguarda le forniture di greggio.

La Cina ha investito (e investe) soprattutto nel settore delle infrastrutture, dando così il via ad una vera e propria “diplomazia infrastrutturale”: la ferrovia di oltre 700 chilometri che collega Gibuti ad Addis Abeba – capitale dell’Etiopia – è stata quasi interamente realizzata grazie a fondi cinesi, e questo è solamente un esempio. Le banche cinesi erogano prestiti a sostegno di svariati settori dell’economia africana, dalle infrastrutture all’agricoltura, dall’industria manifatturiera alle piccole e medie imprese. Gli investimenti toccano anche il settore delle armi e dei veicoli militari, che la Cina fornisce a moltissimi paesi africani.

Oltre a dare un forte sostegno all’economia africana, la Cina è presente in molteplici scenari di crisi in Africa, specialmente laddove si denota il disinteresse delle potenze occidentali. Nel 2014 la Cina ha infatti inviato in Mali un contingente di soldati a supporto dei Caschi Blu dell’Onu già presenti nel Paese. Sempre nello stesso anno, il Dragone cinese ha partecipato anche alla missione Onu in Sud Sudan e al momento i suoi soldati sono dislocati in diversi paesi africani, tra cui Sudan, Liberia e Costa d’Avorio.

Insomma, la Cina fa sentire la sua presenza nel continente nero, seppur non interferendo con le iniziative dei governi locali. Lo scramble for Africa, però, esiste ancora e la Cina non ha nessuna intenzione di restare a guardare.

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