Giobbe – Romanzo di un uomo semplice

Giobbe deriso dalla moglie. Gaspare Traversi (1722-1770), Museo Nazionale di Varsavia, olio su tela, 84 X 102. Credits: Wikimedia Commons.

Giobbe di Joseph Roth è la storia di Mendel Singer e del suo dolore. L’autore si serve della notorietà della figura veterotestamentaria per sintetizzare al lettore la vicenda che coinvolge il protagonista. Non solo, sembra che Roth collegando Singer, un uomo qualunque, con il patriarca dell’Antico Testamento, ci suggerisca l’universalità di quest’ultimo. Egli ci parla del suo Giobbe, quello più vicino alla sua quotidianità, ma ognuno di noi può trovare il proprio nella realtà in cui vive.

Joseph Roth nasce nel 1894 a Brody, una cittadina ai confini dell’allora Impero Austro-Ungarico vicino a Leopoli, oggi in Ucraina, da una famiglia ebrea. Il suo Giobbe, Mendel Singer, vive, invece, a Zuchnow, nell’Impero Zarista, esercita la professione di maestro ed è “devoto, timorato di Dio e simile agli altri, un comunissimo ebreo”. Sin dalle prime pagine, lo stile e il lessico usati richiamano quelli di una favola, tuttavia, questi ultimi rimangono fino alle ultime battute gli unici elementi che legano la storia a una dimensione ultraterrena, quasi onirica. Non solo perché all’esistenza di Singer non viene attribuita alcuna eccezionalità – anzi viene subito presentata come “insignificante” – ma poiché, alla trascurabile vita del maestro e della sua famiglia si aggiungono, dopo la nascita di Menuchim, malattia, povertà e sofferenza. 

Joseph Roth. Credits: Wikimedia Commons.

Ultimo figlio di quattro, si capisce subito che il piccolo ha qualcosa di diverso sia rispetto ai fratelli, Shemarja, Jonas e Mjriam, che rispetto a qualsiasi altro bimbo: le gambe storte e senza vita,  la difficoltà a respirare, le continue convulsioni, il mutismo che lo porta ad emettere suoni ridicoli e indecifrabili. Una punizione divina. Questo sarà dall’inizio il figlio per il padre, anche perché rappresenta la prima sventura di un vortice di dolore che coinvolge ogni membro della famiglia Singer negli anni  successivi. L’inizio della “dannazione”.

Mendel e sua moglie Deborah, come coppia, sono i primi ad essere messi alla prova dalla peculiarità di Menuchim. Il primo accoglie con apatica inevitabilità la malattia del figlio, si interroga sul perché sia punito così e si perde alla ricerca di una qualche colpa commessa, senza però trovarne una: lui era il maestro di Zuchnow, la cui coscienza era “pura”, la cui anima “casta”, che “non aveva da pentirsi di nulla e nulla c’era ch’egli bramasse”. La seconda, invece, non si rassegna all’infermità di Menuchim, si ribella cercando tutti i modi e i mezzi per  guarire quel bimbo, si aggrappa ad ogni speranza e ad ogni possibilità, consacra la sua esistenza a Menuchim e a quell’impresa. Tale è la sua devozione per quel figlio malato che lei, la madre, prova odio per gli altri, quelli sani, per “le loro grida, le loro guance rosse, le loro membra dritte” che è come “se traessero forza dall’infermo”. Giorno dopo giorno si allontana sempre di più da tutti gli altri, da suo marito Mendel e da Shemarja, Mjriam, Jonas, che le paiono così estranei alla sua sofferenza di genitrice. “Trascurò i figli maggiori. Si allontanò da loro. Aveva solo un figlio, l’unico figlio: Menuchim”.

Se da Dio proviene la sventura di Menuchim, a Lui bisogna rivolgersi affinché la famiglia Singer ne sia liberata: Deborah si reca quindi dal rabbino di Kluczysk alla ricerca di un miracolo. Le parole di quest’ultimo donano speranza alla donna e le consentono di non disperare mai completamente sul destino del figlio. Ella si avvinghia con tutta le sue forze a quella previsione di un futuro prospero e felice per il piccolo Menuchim. La sua tenacia di madre coinvolge anche il lettore, nella cui mente, fino all’ultimo, rimbomba la predizione del rabbino.

“Menuchim, figlio di Mendel, guarirà. Pari a lui non ce ne saranno molti in Israele. Il dolore lo farà saggio, la deformità buono, l’amarezza mite e la malattia forte. I suoi occhi saranno grandi e profondi, le sue orecchie limpide e piene di risonanza. La sua bocca tacerà, ma le labbra, quando si apriranno, annunceranno il bene. Non temere, va’ a casa!”.

Nel libro Roth mostra anche le difficili condizioni in cui vivevano gli ebrei dell’Est, nell’Impero Zarista: i complicati rapporti con le istituzioni russe ostili ai Singer solo perché ebrei –  spesso sono costretti ad affidarsi a soggetti non propriamente legali – e il conseguente sogno americano, per cui lo stato a stelle e strisce viene presentato come una possibile “terra promessa”. Tuttavia, una volta raggiunta quest’ultima il cuore tormentato di Mendel non riesce comunque a trovare pace, ma rimane sempre, indissolubilmente, legato alla terra da cui se ne è andato e gli sembra di aver lasciato là se stesso, a Zuchnow.

K. Gibran scrive ne Il Profeta: “Quando più a fondo vi scava il dolore tanta più gioia potrete contenere. […] La coppa che contiene il vostro vino non è forse la stessa bruciata nel forno del vasaio? E il liuto che rasserena il vostro spirito non è forse lo stesso legno scavato dal coltello?”.

La storia di Mendel Singer è quella di un uomo logorato dal dolore, il cui solco sembra diventare sempre più grande, più profondo. Ogni giorno quel dolore si appropria di un pezzettino di lui, quasi volesse impossessarsi dei suoi sentimenti, dei suoi sogni, delle sue speranze, fino a che di Mendel Singer non rimanga niente, se non la sua sofferenza. Finché lui e il sua disperazione non diventino una cosa sola. Mendel Singer è il dolore. Nonostante la continua preghiera, l’ondeggiare ritmico del suo corpo durante la recita dei salmi, quel Dio al quale si rivolge, più che avvicinarsi, si allontana sempre di più: Mendel Singer si sente completamente abbandonato, circondato da una solitudine assordante. È proprio nel momento più buio del maestro di Zuchnow, dopo la disperazione in cui bestemmia Dio ed è sul punto di bruciare lo scialle rituale e i libri sacri che accade l’impossibile. Quella fossa scavata dal dolore si riempie di gioia.

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