Giornalismo etnico al Festival di Perugia, la difficoltà di raccontare il mondo

E’ stata la voce limpida e conosciuta di Christiana Ruggeri, esperta di politica estera e volto familiare del Tg2, ad aprire uno dei più interessanti panel discussion dell’International Journalism Festival 2013: quello sul giornalismo etnico in Italia, una missione decisamente non facile e poco gratificata dal sostegno del pubblico, portata avanti da alcune coraggiose penne che si propongono come ponti tra il nostro Paese e i quattro angoli del globo.

All’incontro di ieri pomeriggio hanno partecipato solo alcuni di loro: nomi forse poco noti, ma con curriculum tali da tenere testa ai più telegenici opinion leader. In una perfetta simmetria ed equilibrio, abbiamo sentito la testimonianza di due donne dell’Est (europeo ed estremo): Alina Harja, corrispondente della televisione romena Antena 1 e  direttrice di Actualitatea Magasin, e Hu Lanbo, editrice di Cina in Italia; e di due uomini, Jean Claude Mbede, direttore di afrikitalia.it, dal Camerun e José Galvez dall’Ecuador, il quale dirige Impresa Etnica, portale dedicato agli imprenditori emigranti. A chiudere il meritevole gruppo Gianluca Luciano, creatore e amministratore della casa editrice Stranieri in Italia.

L’impressione generale che si ricava dagli interventi, a volte polemici ma sempre ottimisti verso il futuro, é che si sia creato un circolo vizioso, difficile da invertire, tra incomprensione e disinformazione: quel che succede qui raramente arriva nei continenti più distanti, se non per vie traverse francesi e americane (anche perché la Rai stessa sta bloccando molte sue emittenti, ad esempio in Africa), e che la chiusura reciproca tra italiani e immigrati spesso si traduce in un disinteresse da parte di questi ultimi e in un accanimento non sempre giustificato della stampa ufficiale.

“Mi sono accorta che, mentre avevamo successo nel commercio, questo era pari a zero sotto il profilo culturale” ha commentato Hu Lanbo, che vive in Italia ormai da 23 anni. “La decisione di rendere la testata bilingue mi ha fatto perdere l’appoggio di diversi editori cinesi, ma c’era bisogno di una voce, anche debole all’inizio, per iniziare il dialogo” e conclude, scherzando “così forse gli italiani la smetteranno di pensare male dei cinesi”.

“Io ho dovuto lottare per tre anni per diventare professionista qui, nonostante in Camerun avessi già lavorato per la televisione, la radio e all’ufficio stampa della nazionale di calcio” ha rincarato la dose Jean Claude Mbede. Il suo portale, afrikitalia.it, si é fatto strada in fretta: ora é depositario di preziose interviste di ambasciatori italiani in Africa, del presidente del Burkina Faso sulla questione del Mali e anche di gran parte dei giocatori africani che militano nelle squadre del calcio azzurro. Mbede non ha abbandonato il grande amore per lo sport. Piccolo dettaglio: afrikitalia non ha ancora trovato alcuno sponsor italiano, ennesima dimostrazione del grande spirito imprenditoriale (provinciale?) dei nostri compatrioti. “Ho deciso di fondarlo perché, ogni volta che compravo un giornale, agli Esteri venivano dedicate al massimo due pagine, di solito su Washington o su Bruxelles” ha spiegato Mbede: “volevo portare in Italia un po’ di Africa”.

Alina Harja ha invece denunciato la vera e propria “caccia al rumeno” intrapresa dai mass media: é stato forse questo l’input maggiore per la nascita di Actualitatea Magasin, “stampa gratuita, ma di qualità”, come lei stessa l’ha definita. Al momento é un quindicinale, ma Alina Harja non ha nascosto il suo desiderio di trasformarlo, prima o poi, in un mensile “patinato” e si é complimentata con la collega Hu Lanbo per la sua rivista: “é così che vorrei il mio giornale”.

Insomma, la difficoltà nel raccontare il mondo rimane, ma chissà che tra non molto comprensione e informazione non comincino ad andare di pari passo: servirebbe una “ondata di sensibilizzazione” sia della stampa che degli utenti, come ha giustamente fatto notare Christiana Ruggeri. La fiducia (e la responsabilità) va riposta nei nuovi giornalisti, che “avranno una marcia in più, perché il mondo  é loro”.

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