Giornalisti, martiri dell’Informazione

Il giornalismo è una delle professioni più sognate, ma anche una delle più pericolose. I numeri e le storie dei reporter uccisi sul campo.

23 novembre 2009, Filippine. Le elezioni per la provincia di Maguindanao sono vicine e Genalyn Tiamson, moglie del candidato governatore Ishmael Magundadatu, guida un convoglio composto da sei vetture. Sono le auto di sostenitori e giornalisti che la seguono mentre si dirige verso la città di Shariff Aguak per registrare suo marito all’ufficio elettorale. All’improvviso un centinaio di uomini armati compaiono sulla strada. Bloccano il convoglio. Si avvicinano alle vetture. Sono guidati da Andal Ampatuan jr, figlio del governatore uscente. I soldati si accaniscono selvaggi sui membri del convoglio: uccidono gli uomini, stuprano le donne – alcune sono incinta – e le decapitano. Con una scavatrice vengono improvvisate fosse comuni in cui stipare i cadaveri, mentre le auto vengono date alle fiamme. Più tardi, i soccorritori giunti sul posto troveranno fuoco e sangue e, lontano dalla strada, i corpi straziati di 58 esseri umani, 32 dei quali erano giornalisti.

La libertà dell'informazione nel mondo (Reporters Without Borders)
Questo episodio, conosciuto come «il massacro di Maguindanao», colpì duramente il mondo dell’informazione: mai tanti giornalisti, testimoni neutrali della storia, erano stati assassinati nello stesso giorno. Le Filippine quell’anno precipitarono in fondo della classifica sulla libertà di stampa nel mondo redatta dall’organizzazione internazionale «Reporters sans frontière» e tutt’ora occupano la 140esima posizione (su 179), in risalita rispetto al 2010. Gli ultimi posti della graduatoria spettano a Turkmenistan, Corea del Nord ed Eritrea, che riescono a far peggio di Cina, Iran e Siria. Scarsa libertà, però, non significa necessariamente alto numero di giornalisti uccisi; dall’inizio dell’occupazione americana dell’Iraq, vi hanno perso la vita quasi duecento reporter. Seguono in questa triste classifica le Filippine (75 giornaliti uccisi negli ultimi dieci anni) e il Pakistan (45 giornalisti nello stesso periodo). Rischiano molto anche gli altri operatori dell’informazione: solamente tra il 2006 e il 2007 sono stati uccisi oltre 50 cameramen, interpreti, traduttori e tecnici.
Reporter uccisi nel mondo negli ultimi dieci anni (elaborazione dati di Reporters Without Borders)
Il mondo occidentale è rimasto scosso, il 22 febbraio scorso, dalla morte della giornalista americana Marie Colvin e del fotoreporter francese Remy Ochlik a Homs. Le grandi potenze democratiche hanno dovuto piangere i propri morti per accorgersi che in Siria si muore davvero e che i soldati di Bashar Al-Assad hanno passato il limite. Nel centro mediatico di Bab al Amr sono ancora imprigionati diversi giornalisti feriti, insieme ai corpi dei due colleghi caduti sotto i razzi siriani. Eppure la diplomazia esita, Russia e Cina non si scompongono e continuano a remare contro nel Consiglio di Sicurezza ONU. Nel frattempo Assad sfoggia la nuova costituzione, ma è una mela avvelenata per tenere a nanna i pezzi grossi d’Europa e America, che quasi quasi ne approfittano per targiversare.

Il presidente siriano è considerato dai giornalisti di Reporters sans frontière uno dei personaggi più avversi alla libertà d’informazione (in inglese predators), ma è in buona compagnia. Tra i presidenti-persecutori più feroci spiccano i nomi illustri di Vladimir Putin (Russia), Raul Castro (Cuba), Mahmoud Ahmadinejad (Iran), Alexander Lukashenko (Bielorussia) e Ali Abdallah Saleh (Yemen), nonché il leader dei Taliban Mullah Mohammed Omar. Stessa etichetta per l’ETA in Spagna, le milizie private nelle Filippine e, tanto per non farci mancare nulla, la criminalità organizzata italiana. E sì, all’estero siamo ben noti per il potere esercitato da Cosa Nostra, N’drangheta e Camorra sulla stampa e per le affermazioni dell’ex premier Berlusconi, che «strozzerebbe» gli autori che scrivono libri sulla mafia facendoci fare brutta figura nel mondo.

Paesi in cui sono stati uccisi giornalisti nel solo 2011 (settori senza etichetta: 1 giornalista ucciso)

Sulla carta il lavoro dei reporter in zone pericolose è tutelato. La risoluzione delle Nazioni Unite n.1738 del 2006 obbliga gli Stati membri a proteggere i giornalisti e a investigare quando cadono vittime dei conflitti. Tuttavia sappiamo bene quanto siano considerate le risoluzioni dell’ONU, soprattutto quando si parla di conflitti armati, e infatti i numeri parlano chiaro. La giustizia non brilla certo per efficacia, nel mondo come in Italia, e l’impunità domina la scena dei crimini di guerra.
Oggi, a più di due anni dal massacro di Maguindanao, il processo contro la famiglia Ampatuan è appena agli esordi e si trascina a fatica.

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Laureato alla triennale in Scienze Internazionali e Diplomatiche nel 2015, da allora studio Sicurezza Internazionale a Odense, Danimarca. Leggo e scrivo soprattutto di conflitti armati, terrorismo e del mondo arabo-islamico. Se in Danimarca ci fossero le montagne, l'alpinismo sarebbe la mia passione. Visto che ci sono le piste ciclabili, mi dedico all'escursionismo a due ruote. Da aprile 2014 ho il piacere di essere il direttore di Sconfinare.

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