Giornata mondiale contro le mine antiuomo: dalle guerre mondiali a oggi

“Ho visto saltare sulle mine anti-uomo e morire amici, colleghi, pastorelli, lungo la Linea Blu del confine libanese, ma anche in Afghanistan, perché, come mi spiegava un addetto all’interramento delle mine, questi ordigni sono ‘soldati perfetti’, non dormono mai, con la pioggia, il freddo, di notte, sono sempre pronti a colpire”.

Un anno fa Staffan de Mistura, inviato speciale delle Nazioni Unite nelle zone di guerra, così si esprimeva alla vigilia del 4 aprile, Giornata mondiale contro le mine antiuomo – migliaia delle quali sono ancora disseminate sul suolo africano, sudamericano e mediorientale. A detenere il triste primato è il sottosuolo afghano, seguito da Iraq, Colombia, Myanmar, Mali, Siria, Cambogia, Angola e Pakistan; anche l’Europa non è estranea alla presenza di mine antiuomo nell’area bosniaca, strascico della guerra civile degli anni Novanta, che vede interessato il 2% del territorio che, si prevede, non sarà completamente bonificato prima del 2025.

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L’invenzione, e il conseguente sviluppo, delle mine antiuomo ha origine nel periodo compreso tra le due guerre mondiali a protezione, temporanea, di installazioni e obiettivi strategici. Tuttavia, un terreno minato permane anche diversi decenni dopo la fine di un conflitto, causando morti e mutilazioni, e lo smantellamento richiede un processo lungo e oneroso soprattutto per i paesi più poveri. Come diretta conseguenza, il terreno risulta non percorribile e non coltivabile e, spesso, la tracciabilità delle mine presenti nel sottosuolo risulta estremamente difficoltosa a causa degli spostamenti delle stesse, dovuti agli agenti atmosferici. Possono essere a esplosione, a frammentazione, saltanti, balzanti, di plastica. In particolare, frequentemente utilizzate sono queste ultime poiché difficilmente rilevabili dai metal detector.

Nel 1997, a seguito della campagna umanitaria ICBL (Campagna Internazionale per il Bando delle Mine Antiuomo) 138 paesi, tra cui l’Italia, che all’inizio degli anni Novanta vantava una grande produzione di mine, hanno firmato il Trattato di Ottawa, entrato in vigore nel 1999, per la proibizione di uso, stoccaggio, produzione e vendita di mine antiuomo e relativa distruzione in tutti i paesi del mondo. Diversi, troppi sono gli stati non firmatari, tra i quali Stati Uniti, Corea del Nord, Cina, Russia, Cuba e Israele.

Il delicato problema della presenza delle mine antiuomo è stato abbracciato da associazioni umanitarie e ONG per sensibilizzare l’opinione pubblica sugli effetti dell’uso di tali armamenti. In particolare, è emerso come un terzo di tutte le vittime siano bambini: gli ordigni bellici inesplosi spesso sono colorati o luccicanti e quindi di forte attrazione per i più piccoli. Inoltre, a causa della piccola corporatura, rispetto agli adulti hanno più probabilità di morire a seguito di un’esplosione, tanto che circa l’85% dei bambini colpiti muore prima di raggiungere l’ospedale. Nei casi più “fortunati” rischiano l’amputazione di arti o la perdita di vista o udito, ma senza adeguate cure mediche, che, se disponibili, sono spesso estremamente onerose e inaccessibili, vedono la propria salute messa a repentaglio, nonché l’allontanamento dalla scuola e, quindi, limitate prospettive per il futuro educativo e professionale. Facile comprendere come l’utilizzo e la presenza di mine antiuomo e ordigni bellici inesplosi vadano contro molti degli articoli della Convenzione dei Diritti dei Bambini: il diritto alla vita e ad un ambiente sicuro in cui giocare, il diritto alla salute, all’acqua potabile, a condizioni sanitarie e ad un’educazione adeguata.

Riprendendo ancora le parole di de Mistura ai microfoni dell’ANSA si comprende la necessità di non abbassare la guardia: “Odio questi ordigni perché colpiscono, ad anni di distanza dai conflitti, persone innocenti, contadini che tornano a lavorare i campi ma soprattutto i bambini perché sono quelli che corrono di più e sono più curiosi” – e prosegue – “le detesto a tal punto da aver voluto fare un corso per lo sminamento prima di guidare la missione Salam che riportava i profughi in Afghanistan. Ho capito, solo allora, in prima persona, quanto sia facile e poco costoso piantarle e quanto invece sia pericoloso, difficile e dispendioso toglierle”.

Ogni 20 minuti in qualche parte del mondo un essere umano salta su una mina. Soltanto nel 2011 le mine antiuomo hanno causato 5.197 morti, un terzo dei quali bambini. Stando agli ultimi dati del 2015 (“Landmine Monitor”, report 2016, nda), 35 sono gli stati che non hanno firmato la Convenzione di Ottawa, mentre uno, le Marshall Islands, ha firmato ma non ratificato e 162 paesi hanno preso pienamente parte al trattato.
In particolare, nel corso 2015 sono state registrate 6.461 vittime, di cui almeno 1.672 persone sono state uccise, segnando un aumento del 75% rispetto agli incidenti registrati nel 2014, anno in cui il numero registrato è di 3.695 vittime. Il consistente incremento del 2015 è dovuto a un maggior numero di vittime registrate nei conflitti armati in Libia, Siria, Ucraina e Yemen, per un totale di 56 paesi coinvolti, 37 dei quali membri della Convenzione di Ottawa. Il totale delle perdite nel 2015 ha segnato il numero più alto di vittime riportate dal 2006.

no-more-landmines-posterPer quanto riguarda la distruzione, quattro stati firmatari possiedono più di sette milioni di mine antiuomo ancora da distruggere: Ucraina (5,4 milioni), Bielorussia (1,5 milioni), Grecia (643.265), e Oman (15.734) e, di questi, Ucraina, Bielorussia e Grecia non hanno rispettato le scadenze del trattato per la distruzione.
Mentre, relativamente all’attuale produzione, il Monitor ha identificato 11 stati come produttori di mine antiuomo, numero invariato rispetto al precedente report: Cina, Cuba, India, Iran, Myanmar, Corea del Nord, Pakistan, Russia, Singapore, Corea del Sud e Vietnam.
La maggior parte di questi paesi non sono da ritenersi attivi produttori di mine, ma si riservano il diritto di farlo. Quelli che con più probabilità sono attivamente impegnati nella produzione sono India, Myanmar, Pakistan e Corea del Sud.

Le organizzazioni umanitarie non cessano il proprio operato di sensibilizzazione, rivolto soprattutto ai paesi che hanno deciso di non sottoscrivere il trattato. La campagna ha avuto in parte successo per il messaggio chiaro e obiettivo, per la struttura non burocratica, per la flessibilità strategica e per la solida partnership tra ONG, organizzazioni internazionali e governi. Se però è vero che l’unione fa la forza, è dunque necessario che anche i 35 paesi “scettici” aderiscano al più presto alla Convenzione per mettere a punto una strategia di smantellamento ancora più efficiente.

“Peace without mine action is incomplete peace. I urge all Member States to keep this issue at the top of the international agenda when negotiating peace, when seeking to prevent harm during conflicts, and when deploying emergency humanitarian responses in war zones”.

– António Guterres, Segretario generale delle Nazioni Unite.

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