Ogni giorno è Ashura, ogni luogo è Karbala: evoluzione del Khomeinismo

Ruhollah Khomeini (Credits: pagina Facebook "Imam Sayyid Ali Khamenei")

Per un popolo come quello persiano, orgoglioso della propria cultura, è alquanto particolare che abbiano coniato un neologismo come bonyadegar, letteralmente “fondamentalista”, termine preso a prestito direttamente dall’inglese in seguito al suo continuo accostamento alla figura di Ruhollah Khomeini e fino ad allora inesistente nel vocabolario persiano. Fatto ancora più interessante è che il vocabolo venne inventato, con accezione positiva, proprio dai seguaci dell’Ayatollah, quegli stessi che accusavano gli oppositori di essere elteqati, ovvero eclettici, e gharbzadeh, contaminati dal veleno dell’Occidente.

Eppure, come sostenne l’eminente Professor Ervand Abrahamian, l’aggettivo mal si addice alla persona di Khomeini, men che meno al movimento politico che egli incarna. Questo per svariate ragioni, tra le quali le più lampanti sono, forse, la forte carica sciovinistica della sua retorica limitata all’interno dei confini del Paese (contrapposta al panislamismo dei fondamentalisti); la struttura della Costituzione iraniana, modellata, più che su misura di fantomatico Califfato/Imamato delle origini, prendendo ad esempio  la Quinta Repubblica di De Gaulle; o, ancora, la consapevolezza di dover fondare una nuova civiltà moderna, in netta contrapposizione all’ideale di società arcaica agognato dai fondamentalisti dell’ISIS, che conducesse l’Iran ad un renansans (“Rinascimento”, altro calco) nel campo tecnico, scientifico e che rivoluzionasse l’Iran migliorando le condizioni di vita delle classi escluse dai progressi ottenuti, forzosamente, dal regime monarchico.

Giovane Ruhollah Khomeini (Credits: Wikipedia Common)

Più che di Fondamentalismo, nei riguardi dell’Ayatollah iraniano, si dovrebbe parlare di Khomeinismo, in quanto il suo pensiero non fu affatto ortodosso e tradizionalista, ma al contrario intriso di novità, spesso esterne alla tradizione musulmana, tanto che possiede degli sbalorditivi tratti in comune con un altro tipo di “-ismo”, il Populismo terzomondista, specie quello latino-americano. La mobilitazione delle classi povere urbane, tramite la piccola classe medio-borghese; la violenta retorica anti-capitalista e anti-imperialista; l’uso di slogan che vogliono rompere i legami con la tradizione politica; la promessa di giustizia e benessere economico per tutti ottenibile con una riforma culturale e politica della società intera: questi elementi, che potremmo trovare nei discorsi di qualche Presidente sudamericano, sono tutti contemplati nella retorica khomeinista.
Al contrario, gli elementi tradizionali dell’approccio shiita all’idea di Stato e alla legittimità della sua forma di Governo (atteggiamento che andava dal rifiuto della figura del Monarca temporale alla sua approvazione, se giusto e pio, secondo la teoria del teologo safavide Majlisi) svaniscono anno dopo anno dal pensiero khomeinista. Parimenti, l’antico concetto di velayat-e faqih, il Governo del giurista, che aveva un’accezione puramente religiosa e mai politica, si trasforma fino ad assumere un significato che mai aveva avuto, se non nella storia shiita più recente.

Il primo trattato di politica di Khomeini fu il Kashf al-Asrar (1943), con il quale non si discosta di troppo dal pensiero classico di Majlisi: si critica lo Shah per la sua insofferenza nei confronti della Religione, ma non si invoca il rovesciamento della Monarchia; piuttosto, si chiede un’attenzione maggiore ai dettami della Legge religiosa. Dei termini chiave del progetto politico del Khomeini rivoluzionario non ve n’è traccia: enqelab (Rivoluzione), jomhuri (Repubblica), shahdat (martirio), mostazafin (masse degli oppressi) e velayat-e faqih non sono minimamente presenti.
I toni di accusa nei confronti della dinastia Pahlavi si fanno sempre più aspri tra gli anni Quaranta e Sessanta, ma non si arriva mai a chiedere apertamente la sua destituzione. La legittimità della Monarchia non venne messa in discussione neppure nel 1965, quando Khomeini venne esiliato a Najaf: egli insisteva che il suo desiderio era di riportare sulla retta via lo Shah per evitargli una fine come quella del padre, ovvero la cacciata dal Paese per mano di forze straniere.

Santuario dell’Imam Ali a Najaf (Credits: Wikipedia Common)

Tuttavia, è proprio durante l’esilio a Najaf, tra il 1965 e il 1970, che matura il pensiero di Khomeini, passando da sferzante accusa a progetto politico.
Il motivo di questo cambiamento è controverso, molto probabilmente venne dettato dalla convergenza di molteplici fattori; nondimeno, nulla è sicuro, in quanto nel periodo iraqeno Khomeini rimase pressoché in silenzio, esponendosi ben poco. Presumibilmente, forte fu l’influenza del clero shiita di Najaf, occupato in quegli anni ad elaborare nuovi pensieri per combattere l’ideologia comunista, diffusa anche negli ambienti dello stesso clero. Di certo, gli scritti dell’ex-membro del Tudeh (Partito comunista iraniano) Jalal al-Ahmad lo affascinarono, in quanto è nelle sue opere che si legge per la prima volta la parola gharbzadegi, e nelle quali si accarezza l’idea di un ritorno all’Islam, ma con connotati marxisti, come la visione della società in classi.
Anche la figura di Ali Shariati fu determinante, probabilmente, in quanto egli introdusse sfumature radicali, di derivazione castrista-maoista, all’interno del linguaggio religioso shiita, con la rivisitazioni di termini quali ummat (comunità), towhid (monoteismo), imamat (Governo dell’Imam), jihad (guerra santa), shahed (martire), kafer (non credente) e mostazafin (mansueti) in, rispettivamente, società dinamica rivoluzionaria, solidarietà sociale, guida carismatica, lotta di liberazione, eroe rivoluzionario, osservatore passivo e masse oppresse. Con Shariati, Khomeini condivideva l’accusa, rivolta al clero, di sottomissione alla volontà del regime, anche se non arrivava a sostenere, come invece faceva Shariati, la necessità di sopprimere del tutto la classe dei dotti religiosi in quanto collusa con la Monarchia.
Infine, bisogna considerare che una significativa influenza deve averla avuta anche il contesto di tensioni sociali ed economiche che stava vivendo l’Iran durante il periodo della Rivoluzione bianca dello Shah, la quale stava esasperando ed impoverendo il grosso della società a vantaggio delle classi più abbienti, delle multinazionali e della nuova classe borghese del centro del Paese.

Ali Shariati e la sua famiglia (Credits: Wikipedia Common)

Khomeini ruppe il proprio silenzio nel 1970, quando tenne le letture Velayat-e Faqih: Hokumat-e Islam, nelle quali affermò apertamente che l’Islam era incompatibile con la Monarchia (saltanat), istituzione pagana ereditata dai Romani e dai Sassanidi, che i re erano pari ai Faraoni del tempo di Mosè, e che il titolo di malek al-muluk, (Re dei Re), odiato dal Profeta, coincideva con quello di shahenshah, arrivando anche a criticare i re del passato, cari al popolo persiano, come il famoso Anushirvan preislamico, soprannominato “il Giusto”. L’autorità del Profeta, passata al genero Ali e trasmessa per mezzo della sua discendenza ai dodici Imam, spettava per diritto divino ai fuqaha, i giurisperiti, custodi della Legge islamica. È in queste letture che Khomeini inizia ad usare termini religiosi con l’accezione data da Shariati, come mostazafin e shahed, che assumono connotati socialistizzanti, identificandosi in una sorta di sans culottes giacobini.

Nondimeno, inizialmente Khomeini rimase piuttosto sul vago circa il concetto di velayat-e faqih, evitando opportunamente di dilungarsi su questioni dottrinali se non nei circoli dei seminari, così che molti suoi sostenitori liberali e di Sinistra della prima ora, in seguito alla svolta nettamente islamista che assunse il regime all’indomani del ’79, rimasero profondamente sorpresi (e contrariati) da quella che vedevano come un complotto dei chierici del Paese. D’altra parte, sembra improbabile che ne fossero completamente all’oscuro, ma, si può ipotizzare, forse speravano che, una volta rovesciato lo Shah, il clero si ritirasse all’interno delle proprie competenze come in seguito ai movimenti storici del 1891 e del 1906.
Comunque siano andati i fatti, resta certo che la retorica pubblica di Khomeini rimase concentrata su temi prettamente socioeconomici, incentrando i propri discorsi su come fosse necessario sostenere i poveri e gli oppressi e promettendo la ridistribuzione della ricchezza e lavoro per tutti, limitando, invece, i commenti dottrinali all’interno dei collegi religiosi.

Pilastri della Rivoluzione secondo quanto riportato dall’Ayatollah Ali Khamenei (Credits: pagina Facebook “Ayatollah Khamenei”)

L’acme di questa retorica populista venne raggiunto nel 1979, alla vigilia della Rivoluzione, quando al già ampio vocabolario di Khomeini si aggiunsero due termini fondamentali, enqelab e jomhuri, Rivoluzione e Repubblica. Secondo l’Ayatollah, queste due trasformazioni avrebbero portato all’instaurazione di una vera Società islamica, portatrice di benessere, giustizia ed equità, superiore ad ogni altra società di ogni tempo. In tal modo, si rompevano due capisaldi della dottrina shiita precedente: la certezza che  la società “più perfetta” fosse stata realizzata da Muhammad e da Ali a Medina, e la convinzione che il Mahdi (“Messia”) sarebbe riapparso solo quando il Mondo sarebbe stato vessato dalle più grandi ingiustizie per riportare ordine nel caos. Ora, al contrario, Khomeini affermava che la società migliore sarebbe stata quella fondata dalla Repubblica Islamica e che la sua perfezione avrebbe affrettato l’avvento del Mahdi.

Sorprendentemente, dopo la Rivoluzione, la successiva instaurazione della Repubblica Islamica e la conseguente epurazione di tutte le parti liberali e di Sinistra che avevano pur preso parte al rovesciamento della monarchia, la retorica khomeinista cambia ancora pelle. Si ammette che la Rivoluzione abbia peccato di alcune idee infantili e utopiche, e si inaugura una linea politica stridente con i principi rivoluzionari. Viene  adottata la teoria della trickle-down economics, già sponsorizzata dallo Shah e in netto contrasto con i precedenti proclami di un “Islam sociale”, e si procede verso una forte liberalizzazione dell’economia, con il risultato di acuire le già ampie disparità tra le fasce della popolazione. Inutile aggiungere che anche l’ampio vocabolario di matrice socialista scompare, per la maggior parte, dai discorsi di Khomeini e dei suoi collaboratori. In una decina di anni, vengono traditi buona parte degli ideali della Rivoluzione, creando una società sì islamica, ma tanto capitalista quanto gli Shah avrebbero potuto desiderare, come affermato da uno stesso Deputato khomeinista: “We will establish true Islam when we sever the links between us clerics and all special interests, especially those hungry for money. So far we have replaced the monarchical feudal system with a clerical feudal system”.

About Riccardo Valle 17 Articles
Studente di Scienze Internazionali e Diplomatiche.

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