“E questa sera siamo io, mio padre e tu, Mimmo”: Giuseppe Fiorello

(Credits: google immagini)

E così Giuseppe Fiorello, Catanese doc, porta nel “peso della valigia” – come direbbe Ligabue – tutta la sua vita in giro per l’Italia, intitola “Penso che un sogno così” la “serata“. Non vuole definire “spettacolo” ciò che andrà dicendo sul palco del Teatro Verdi, piuttosto, umilmente, far conoscere al pubblico goriziano la sua semplice, ma significativa, vita. Questa, costellata di canzoni di Domenico Modugno, amichevolmente chiamato Mimmo, è la storia della sua famiglia, di quel Picciriddu, timido e alle prese con la vita, con cui dialogherà per tutta la sera.

Dal regalo di un Lupinaro ai viaggi in macchina

La sua vita incomincia da lì, da quel caldo pomeriggio d’estate, in cui un Lupinaro gli chiese un favore e lui, “zitto, zitto, buono, buono“, lo ascoltò ed eseguì ciò che gli aveva chiesto di fare. Come premio, gli regalò un quarantacinque giri che Giuseppe portò fieramente a casa, curioso di sapere chi fosse il cantante che si celava dietro a quel disco.

Giunto in salotto, pose il disco sul giradischi ed incominciò ad ascoltare quelle note dolci e melodiche che lo accompagneranno per tutta la vita: 1958, Modugno canta “Nel blu dipinto di blu”. Quella canzone ha dato speranza, dice Giuseppe, a una generazione affamata e stanca della crisi, che aveva voglia di sorridere, di divertirsi, di stare al passo coi tempi. E finalmente, di lì a poco, ecco il Boom economico: tornava l’allegria, tutti compravano tutto, tutti conoscevano Mimmo e il suo talento.

Il padre di Giuseppe, innamorato della vita, della sua terra – la Sicilia – e di sua moglie, ogni estate, mentre andavano a trascorrere le vacanze, cantava le canzoni del suo grande amico Mimmo. Quello stesso Mimmo che aveva visto partire dalla Puglia e far fortuna in giro per il mondo, intonando le canzoni che al primo discografico conosciuto parvero siciliane, ma che in realtà erano tutte Made in Puglia (precisamente da Polignano a Mare).

Dalla casa della nonna a San Giuseppe

Una volta approdati alla casa della nonna, con la zia che cucinava cicoria tutto il giorno e la nonna che sperava in una mezza parola da parte del quartogenito della famiglia Fiorello, tutti cominciavano a ridere, a scherzare, a raccontare barzellette, ma soprattutto a mangiare. Perché succede così, in Sicilia ci si racconta e ci si riunisce attorno ad una tavola; non importa lo scorrere del tempo, non importa cosa c’è la fuori: quel che conta è stare insieme e vivere la gioia della condivisione.

Una volta che il padre si toglieva la divisa da Carabiniere e si metteva in borghese, scendevano in paese e prendevano parte alla festa del Santo Patrono: San Giuseppe. Musiche, colori, profumi e persone gremivano la via principale e tutto appariva così solenne, così sacro, così magico, soprattutto per quel Picciriddu, che a differenza dei suoi tre fratelli maggiori (Rosario, Anna e Catena) sempre allegri e spiritosi, non parlava, ma osservava tutti dalle spalle “di quel gorilla” di suo padre.

Ad animare la festa, c’era l’Asta, dove oltre a premi di qualsiasi genere (da una gallina ad una macchina), c’era il più ambito: il bastone di San Giuseppe, alto tre metri, tutto fatto di torrone. L’asta incominciava: tra folla trepidante ed emozionata, c’era chi urlava “duemila lire” e chi “settemila lire” per un disco, come fece suo padre, e il momento tanto atteso arrivava presto.

Sopra la folla si ergeva imperioso Joe Conforte: l’italo-americano che incominciando come taxista, divenne il primo uomo ad aver aperto un Bordello legale in Nevada, il Mustang Ranch, in quanto non apprezzava vedere: “tante donniciuole sole passeggiare per strada“. Puntualmente, dato che si era arricchito grazie a questo genere di business, tornava a Mascalucia solo e rigorosamente per vincere il bastone, offrendo “One million Dollars“. E chi a quell’epoca aveva un milione di euro per un bastone? ribadisce Fiorello.

(Credits: Teatro Verdi)

Dai monologhi davanti allo specchio al palcoscenico

Prendendo spunto, e forse anche coraggio, dal cugino, così impavido, spavaldo e bello, Giuseppe si chiudeva in bagno, si guardava allo specchio e si pettinava “in un certo modo“, ballava come Elvis Presley, si tagliava la barba e infine, fissandosi dritto negli occhi, gridava: “Ei, stai parlando cu’ mia?“, mettendoci grinta e passione per tirare fuori quel sogno “inconfessabile“: fare l’attore.

Una volta acquisita una certa sicurezza, sempre sulle note di Modugno, Giuseppe cantò, recitò, fece provini e sperò di poter condividere il proprio sogno di fronte ad una platea, in teatro, magari in tutta Italia. L’episodio più significativo prima dell’inizio della sua carriera, fu il giorno in cui venne invitato a casa Modugno dalla moglie del cantautore, Franca Gandolfi. Preparandosi per l’incontro, sostituì alla voce di Mimmo la sua, chiedendo a Franca una volta varcata la soglia di uno dei padri della canzone italiana, se avesse notato qualcosa di diverso. E lei rispose dopo un paio di volte: “Sì, ho notato che sei tu a cantare. È per questo che mio marito ti ha scelto. Da quel momento, le ginocchia del Picciriddu smisero di tremare e spiccò il volo in quel “blu dipinto di blu”, insieme alla giacca di Mimmo, che indossò in occasione del Festival di San Remo del 1959.

 

A conclusione del sogno senza fine

Giuseppe ringrazia tutto il pubblico goriziano, caloroso ed emozionato, che si rivede in tutte le canzoni di Modugno, da “U pisci spada” (1954) fino a “Vecchio Frach” (1955), accompagnando l’attore in tutto il corso della serata. Termina dicendo:”Questa serata ci fa capire che l’Italia è un paese bellissimo e unito, sono loro che ci fanno credere che siamo due mondi a parte“.

Applausi.

 

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