Sconfinare Jukebox – Glen Matlock e lo spirito del Punk a Pordenone

 

In concomitanza con la celebre mostra del disco che ogni anno riunisce collezionisti e appassionati di musica, quest’anno Pordenone ha fatto da location anche a “Da Londra a New York- gli anni della rivoluzione musicale e di costume che ha cambiato il mondo”, una mostra sulla cultura punk e di come abbia rivoluzionato il panorama musicale e di costume della nostra società dalla sua nascita nella scena musicale statunitense degli anni 70 passando poi per il fenomeno britannico che ne diede la consacrazione con figure come la stilista inglese Vivien Westwood e i Sex Pistols.

La mostra, organizzata da Attilio Perissinotto, ha contato su un gran numero di dischi, copertine, video, articoli giornalistici e altri oggetti da collezione rari che sono stati raccolti e curati da Luca Sartor e Stefano Sabbatini. Il tutto per raccontare gli anni in cui questo fenomeno, partito come movimento di ribellione giovanile, iniziò ad influenzare tutto il mondo con il suo stile anticonformista e provocatorio, specchio di un malessere sociale che voleva sovvertire le regole e smuovere le coscienze della società. Di particolare rilievo sono state le fanzines di pietre miliari del punk come i Clash, Magazine, Buzzcocks, Sex Pistols, Ramones, New York Dolls, Iggy Pop & The Stooges, The Exploited, The Fall, The Stranglers, The Adverts, The Jam e The Vibrators.

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A consacrare l’evento si è aggiunta poi la presenza di Glen Matlock, storico ex bassista e fondatore dei Sex Pistols che ha visitato la mostra e ha intrattenuto i visitatori con una breve performance in acustico, suonando i celebri pezzi che recano la sua firma e sigillarono la nascita del movimento punk britannico- in primis la celebre Pretty Vacant- prima di lasciare i Sex Pistols e venire sostituito dal meno talentuoso al basso, ma più scenografico per l’iconografia Punk,  Sid Vicious.

 

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Di seguito, la nostra intervista allo storico bassista dei Sex Pistols.

Partiamo dalla mostra in cui sarai ospite. Gli oggetti allestiti racconteranno l’influenza lasciata dal movimento sulla nostra società, in particolare sulle arti visive e la moda. L’urlo di ribellione che si esprimeva tramite look eccentrici e gesti provocatori sono divenuti col tempo uno stereotipo, passando da emblema di diversità ad una vera e propria moda. Secondo te questo ha un po’ privato il punk del suo significato originale?

Credo che tutto dipenda dalla percezione della gente. La maggior parte delle persone ci vedeva e ovviamente metteva in primo piano come apparivamo, tralasciando l’aspetto musicale e il messaggio che volevamo trasmettere. Noi volevamo solo essere diversi, sfuggire dalle categorie dominanti, attirare l’attenzione del pubblico. Che poi la giacca di pelle, il tipico chiodo, le borchie e i capelli colorati siano diventati una moda è segno del fatto che probabilmente ci siamo riusciti. Ma l’essere punk non sta nell’aspetto fisico, sta nella capacità di distinguersi dalla massa, avere un’idea forte e provare a trasmetterla. Sta poi alle persone percepire questo concetto, senza cadere troppo nell’imitazione guardando oltre ciò che vedono.

Davi tanta importanza alla forma? E oggi invece?

Si, devo dire di sì. Ma semplicemente perché mi piaceva apparire in un certo modo, non per compiacere quello che la gente voleva. Oggi vado ai concerti con camicia, jeans, e poco altro. Per molti non sarò più punk all’esterno- non lo ero molto nemmeno in quegli anni, in verità- ma ci pensa la mia musica ad esserlo. E poi non credi che stia bene con questo look? (ride, ndr)

Pensi che a Londra potrebbe esistere ancora un posto come era stato per voi il negozio di McLaren?

Potrebbe anche essere, a volte dipende tutto da una serie di circostanze particolari. Certo, le condizioni sociali di oggi sono totalmente diverse da quelle che vivevamo noi, ma alla fine quello che resta sempre uguale è la necessità di trovare qualcuno con cui condividere quello che vuoi dire. Oggi, con internet, i luoghi fisici tendono a sparire, per diventare più virtuali e questo ha i suoi pro e contro. Da una parte ti permette di entrare in contatto con realtà lontane, dall’altro limita la possibilità che si creino luoghi unici come quello che avevamo noi.

Durante la tua carriera, non sei mai stato unilaterale. Hai avuto collaborazioni con tanti artisti, spesso diversi tra loro, spaziando da un genere all’altro. Dal punto di vista musicale hai avuto dei riferimenti costanti?

A dire la verità no. Durante la mia carriera ho sempre cercato di essere onesto ed esprimere quello che volevo dire, e questo non per forza doveva essere sempre uguale al passato. In diversi momenti della mia vita ho collaborato con artisti diversi perché ritenevo che ognuno di loro potesse aiutarmi ad esprimere al meglio ciò che volevo dire in quel determinato momento della mia vita. Ci sono artisti che stimo moltissimo, come i The Faces, ma ho sempre cercato di mantenermi indipendente. Quello che volevo era semplicemente essere un musicista, con le mie idee e quello che volevo esprimere. I Sex Pistols li posso definire un’esperienza che mi ha permesso di iniziare a farlo, sono stati una pagina importante della mia carriera e la più travolgente, ma non l’unica.

E con Sid Vicious che rapporti hai avuto?

Diciamo che non c’è stato proprio un rapporto (ride, ndr). Non posso dire di averlo conosciuto molto, con lui avevo collaborato in un singolo concerto che avevamo organizzato perché molti credevano che non ci sopportassimo e non era per nulla vero. Il concerto fu davvero spettacolare, ma al di là di quello non posso dire di conoscerlo.

Alla fine degli anni 70’ anche Pordenone venne raggiunta dall’influenza del Punk con la nascita del “The Great Complotto”, un movimento giovanile che ebbe una grande influenza sulla scena musicale italiana di quei tempi. Ne eri a conoscenza?

No, non ero a conoscenza in quegli anni. Poi sono venuto a conoscenza dell’esistenza della scena italiana, soprattutto quella di Bologna, ma non conosco molto della scena italiana perché non so la lingua. Ma è davvero interessante vedere quanti altri gruppi di persone nel mondo condividevano gli stessi obbiettivi e fossero così simili, senza neppure conoscersi. Credo sia uno degli aspetti più belli di questo movimento, le sue idee si sono diffuse in modo davvero esteso… non credi?

Ti riferisci anche alla scena del punk Newyorkese?

Esattamente. Non c’era rivalità come sostengono molti. Quando avevamo iniziato a suonare sapevamo dei gruppi americani, ma non avevamo i loro dischi. Eravamo semplicemente accomunati dalle stesse idee e dalla stessa voglia di rompere col passato.

In un’intervista, alla domanda relativa un’ipotetica reunion con i Sex Pistols, hai risposto che è improbabile; che i vostri anni ormai si sono esauriti e che occorre dare spazio alle nuove generazioni. C’è ancora futuro per il Punk quindi?

Sì, forse il punk non potrà più essere più lo stesso nel suono, ma l’essere Punk risiede soprattutto nello spirito, nell’ avere qualcosa da dire uscendo dalle regole. Credo che oggi la scena della musica rap e hip hop si avvicini molto a questo punto di vista. Per esempio, il rapper Eminem lo considero un valido prosecutore di questo modo d’essere. Sebbene il sound e i mezzi siano diversi, la voglia e il coraggio di urlare in faccia alla gente qualcosa è la stessa che avevamo noi. Poi, è ovvio, come tutti i grandi fenomeni si tende a creare delle categorie e i seguaci si dividono tra quelli che vorrebbero rimanessero legati a certe regole e chi invece vuole guardare oltre. Ma occorre avere il coraggio di staccarsi dalla massa, altrimenti non si riuscirà mai a creare qualcosa di diverso. Questo dovrebbe rimanere il messaggio più importante che il Punk ha lasciato.

 

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Ricordiamo che, in Italia, fu proprio la città di Pordenone, insieme poi a Bologna, ad avvalersi del titolo di avamposto di questa subcultura, grazie ai soldati di stanza della stazione militare di Aviano che con le loro radio trasmisero per primi queste nuove tendenze sul finire degli anni 70. Il the Great Complotto – così si fece chiamare l’urlo di ribellione pordenonese – durò pochi anni, ma fece da apripista ad artisti che ancora oggi vengono considerati tra gli antesignani della cultura New Age italiana come i Tampax, I Tre Allegri Ragazzi Morti, i Prozac+ e gli Hitler SS.

About Laura Dal Farra 16 Articles
Studentessa al primo anno di magistrale di Lingue e Letterature Europee ed Extraeuropee, collaboratrice come giornalista all'inserto Scuola del Messaggero Veneto e Sconfinare, accanita lettrice, grande appassionata di musica, letteratura, cinema, politica e storia. Mi definisco una viaggiatrice senza sosta, sempre alla costante ricerca di qualcosa di nuovo da scoprire e raccontare.

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