Golfo di Pirano: risolta la questione confinaria tra Slovenia e Croazia?

La baia di Pirano e le divisioni delle acque nazionali (Wikipedia)

Lo scorso 29 giugno la Corte permanente di arbitrato (CPA) del L’Aja si è pronunciata riguardo al “Caso nº 2012-04”, ossia l’arbitrato tra la Croazia e la Slovenia. La disputa riguardo ai confini tra i due paesi iniziò con la loro indipendenza dalla Jugoslavia nel giugno del 1991. L’argomento più spinoso riguardava il confine marittimo tra i due stati balcanici. La sentenza è stata molto vantaggiosa per la Slovenia, ma ripercorriamo le varie tappe di questo contenzioso tra i due stati.

La cosiddetta “questione confinaria” (mejni spor in sloveno) dura da più di un quarto di secolo. Durante tutto questo tempo ci sono stati vari tentativi per risolverla, anche in sedi internazionali, ma tutte le occasioni si sono rivelate finora insufficienti. Il primo passo verso un confine “ufficiale” tra Slovenia e Croazia fu fatto dalla Commissione Badinter, ossia “La commissione arbitraria della conferenza sulla Jugoslavia“, che era presieduta dal giurista francese Robert Badinter. Dal 1991 al 1993 la Commisione formulò 15 consigli sui più grandi temi giuridici che si erano creati con la dissoluzione della Jugoslavia. Tra le altre, propose anche il riconoscimento internazionale dell’indipendenza della Slovenia, cosa che la Comunità europea fece il 15 gennaio del 1992.

Pochi giorni prima, l’11 gennaio, la Commissione aveva deciso che i confini tra gli stati indipendenti dovevano essere quelli delle vecchie repubbliche jugoslave. Badinter scrisse che i confini tra “gli stati indipendenti non devono essere cambiati, tranne che con accordi conclusi volontariamente” e che “tranne in caso di diverso accordo, i vecchi confini diventano confini che vengono tutelati dal diritto internazionale”.

Dopo due mesi, il 18 marzo del 1992, fu creato il gruppo di lavoro specializzato per il problema del confine tra Croazia e Slovenia. Il capo della commissione croata per i confini statali, specializzato in diritto marittimo, Davorin Rudolf, fece sapere alle agenzie di stampa slovene che la Croazia non aveva nessuna pretesa territoriale nei confronti della Slovenia.

La Commissione individuò come uno dei punti di partenza per il futuro lavoro 53 separazioni catastali, maggiori di 50 metri. Successivamente preparò la proposta per la risoluzione dei confini terrestri e marittimi.

La definizione dei confini marittimi rappresentava e rappresenta tuttora il più annoso dei problemi, poiché prima della caduta della Jugoslavia non ne esistevano tra le repubbliche della SFRJ e dunque neanche tra Croazia e Slovenia. Il parlamento sloveno approvò nel 1993 un memorandum sul golfo di Pirano, che prescriveva il suo completo mantenimento con l’accesso al mare aperto. La Croazia invece, dal canto suo insisteva nella sua posizione, sottolineando che la linea di confine dovesse passare attraverso la metà del golfo.

La Slovenia reclamava anche il possesso di 113 ettari di terreni a sud del fiume Dragogna, appellandosi al confine dei comuni catastali. La Croazia invece sosteneva che questo scorresse attraverso il vecchio letto del fiume, come era stato deciso con il Memorandum del 1947. Il fiume Dragogna scorse attraverso il vecchio letto fino agli anni cinquanta, quando fu dirottato nel meridionale canale Svetega Odorika, che sbocca nel golfo di Pirano. Il canale faceva da confine il 25 giugno 1991, data di indipendenza delle due repubbliche.

Nel 1995 i due stati si riconobbero a vicenda la legittimità delle richieste di mantenimento dello status quo del 25 giugno 1991 riguardo ai controversi territori terrestri. Nell’aprile del 1997 firmarono un accordo sul traffico transfrontaliero e sulla collaborazione reciproca, che facilitava il transito del confine per gli abitanti delle zone di frontiera, e decisero che la zona di confine terrestre dovesse comprendere il raggio di 10 km all’interno di ogni stato.

Il parlamento croato (Il Sabor) formulò nell’aprile del 1999 una dichiarazione sullo stato dei rapporti tra la Croazia e la Slovenia, che obbligava il governo croato ad esigere che il confine sul golfo di Pirano passasse esattamente a metà del golfo. Poche settimane più tardi i due governi decisero congiuntamente di nominare come mediatore sulla questione l’ex ministro della difesa statunitense William Perry, che avrebbe formulato un suo parere non vincolante per le parti. Purtroppo anche questo tentativo di mediazione fallì.

Nel 2001 la questione sembrava volgere al termine, infatti i due primi ministri Janez Drnovšek per la Slovenia e Ivica Račan per la Croazia firmarono un accordo congiunto sui confini. Il cosiddetto Accordo Drnovšek-Račan, che poneva finalmente fine al problema e risolveva le controversie sui confini sia marittimi che terrestri (garantendo tra l’altro alla Slovenia il passaggio al mare aperto attraverso un speciale corridoio, la cosiddetta “ciminiera”), non fu però ratificato dal parlamento croato. Così anche questo tentativo fu un buco nell’acqua.

Si dovette aspettare altri sei lunghi anni per qualche nuovo passo in avanti, che arrivò il 26 agosto 2007 con l’accordo di Bled tra Janez Janša ed Ivo Sanader, i quali decisero all’unisono di risolvere la questione confinaria una volta per tutte per via giuridica. La Slovenia propose la Corte permanente di arbitrato del L’Aja oppure di istituire una corte arbitraria ad hoc. Fu istituita una commissione mista di giuristi di notoria competenza, croati e sloveni, che avrebbero dovuto preparare una proposta per un tale accordo. Ma non si arrivò mai ad un compromesso.

Il Premier croato Ivo Sanader con l’omologo sloveno Janez Janš al Bled Strategic Forum, 2007 (Srdjan Živulovič/Bobo/Prime Minister of Republic of Slovenia)

Nel 2009 il commissario europeo per l’allargamento Olli Rehn tentò finalmente di risolvere l’annosa questione confinaria tra Slovenia e Croazia, che si trovava nel bel mezzo delle trattative per l’adesione all’Unione europea, proponendo una mediazione, che fu respinta dai croati. In seguito propose un arbitrato, che fu accolto dalla Slovenia con alcuni remori, ma di nuovo non dalla Croazia.

Il 22 aprile 2009 Rehn divulgò una prima bozza di accordo, la cosiddetta Prima proposta Rehn (Prvi Rehnov predlog), che fu accolta positivamente dalla Croazia, mentre la Slovenia propose alcune modifiche. La Seconda proposta Rehn fu presentata nel giugno del 2009 con le modifiche proposte dalla Slovenia, con le quali la Croazia non era d’accordo e decise così di ritirarsi da future trattative.

Nonostante il nuovo tentativo fallito, nel luglio del 2009 ci fu un incontro al castello Trakošćan tra i due primi ministri Borut Pahor e Jadranka Kosor che decisero di proseguire con le trattative. La Slovenia ritirò il veto alle trattative di adesione della Croazia all’Ue. Si decise di proseguire le trattative sulla base della Seconda proposta Rehn.

Il 4 novembre 2009 si giunse alla firma dell’accordo di arbitrato, che fu firmato a Stoccolma da Pahor, dalla Kosor e dal premier svedese e allora presidente del Consiglio europeo Fredrik Reinfeldt. L’accordo entrò in vigore il 29 novembre 2010. Il 25 giugno 2011 le due repubbliche lo registrarono congiuntamente presso il Segretariato generale delle Nazioni Unite (conformemente all’articolo 102 della Carta). I due stati si impegnarono a rispettare il verdetto della Cpa del L’Aja.

Il Premier croato Andrej Plenković, subito schieratosi contro la sentenza (Facebook)

Tutto sembrò filare liscio fino al 22 luglio 2015, quando il quotidiano serbo Kurir e il quotidiano croato Večernji list pubblicarono la notizia e successivamente anche le registrazioni audio delle telefonate tra l’agente del governo sloveno Simona Drenik e l’arbitro Jernej Sekolec. Il 23 luglio Sekolec si dimise dal ruolo di arbitro e la Cpa chiese alla Slovenia di sostituirlo. La Croazia chiese di sospendere il processo a seguito delle intercettazioni telefoniche, mentre la Commissione europea le chiese di continuarlo e annunciò che esso sarebbe continuato anche in assenza di Zagabria. Il 31 luglio la Croazia abbandonò l’accordo di arbitrato. La Cpa affermò che le intercettazioni telefoniche e le pressioni slovene all’arbitro Sekolec non giustificavano una decisione simile: sembrava che la Croazia aspettasse proprio la pretesa giusta per abbandonare il processo che stava seguendo il suo naturale corso, a vantaggio della Slovenia.

Il 29 giugno 2017 il presidente del tribunale Gilbert Guillaume ha letto il verdetto, stabilendo che il confine tra Slovenia e Croazia segue il corso del Dragogna e finisce nel mezzo del canale Svetega Odorial. Assegnando così alla Slovenia tre quarti del golfo di Pirano e un corridoio che le consente l’accesso alle acque internazionali.

La Croazia ha dichiarato da subito di non voler rispettare la sentenza. Il premier croato Andrej Plenković dell’Accadizeta (HDZ), commentando l’invito della Commissione europea alle due repubbliche ad attuare la decisione della Corte, ha affermato che l’Unione europea dovrebbe restare nella sua giurisdizione, che non include il problema del confine tra Slovenia e Croazia.

Quando si concluderà dunque questo difficile scontro, che come abbiamo visto va avanti da 26 anni? Speriamo presto, con un po’ di buon senso da entrambe le parti.

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Studente del secondo anno di Scienze internazionali e diplomatiche, goriziano di origini bavaresi da parte paterna, romene, ucraine e slovene da parte materna, probabilmente a causa delle mie origini appassionato di tutto ciò che ha a che fare con i Balcani, l'Europa dell'Est e la Mitteleuropa. Oltre all'italiano parlo tedesco, sloveno, inglese (migliorabile), serbocroato, studio francese e spagnolo e vorrei imparare il russo. In che lingua penso? Me lo chiedo anch'io.

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