La cicatrice impressa al cuore dell’Europa nella Guerra dei Trent’Anni

Un continente squassato da eserciti, saccheggi, carestie e pestilenze. Un complesso intreccio di relazioni internazionali, regolate prima con le armi, poi, soltanto dopo trenta lunghi anni di conflitti devastanti, con gli strumenti della diplomazia. Per queste e altre ragioni la Guerra dei Trent’Anni rimane una pagina storica difficile da narrare, senza smarrirsi in una successione inestricabile di fatti, date e personaggi, e, a maggior ragione, su cui riflettere con spirito critico. Ecco che il ruolo chiarificatore dell’analisi storica risulta irrinunciabile.

La defenestrazione di Praga in una stampa dell’epoca (Credits: Wikipedia)

1618. L’imperatore del Sacro Romano Impero Mattia d’Asburgo, la cui casata domina gran parte del “vecchio continente” (basti ricordare l’espressione di “impero su cui il sole non tramonta mai” cara a Carlo V), abdica a favore del principe ereditario di Boemia, Ferdinando II. Il nuovo imperatore, fervente cattolico, pretende di applicare sul regno di Boemia il principio del “cuius regio, eius religio” (a chi governa un certo territorio spetta il potere di imporre il proprio credo religioso). Ma la maggioranza della popolazione è di fede protestante, per cui alla negazione della libertà di culto una delegazione boema risponde con un atto oltraggioso, rimasto celebre come la “defenestrazione di Praga”. Federico V, principe elettore del Palatinato, è designato come legittimo re di Boemia.

A una prima analisi, il conflitto assume la fisionomia di una guerra di religione, che trasforma, volta per volta, la fede in fanatismo, in pretesto per portar guerra, in “instrumentum regni” (strumento di esercizio del potere). Tuttavia, quando di lì a poco entra in scena Albrecht von Wallenstein, una nuova concezione di arte della guerra e di “mestiere delle armi” inizia a ritagliarsi uno spazio non indifferente nelle dinamiche belliche. Di umili origini, ma capace di guadagnarsi una reputazione di buon soldato, Wallenstein combatte nella prima fase della guerra, detta boemo-palatina, contribuisce alla vittoria della Montagna Bianca (1620) contro le truppe boeme e si assicura i favori dell’imperatore Ferdinando II. Ora le ambizioni del monarca crescono a dismisura.

La volontà ferrea di “riportare le lancette della storia all’indietro”, estirpando i semi della Riforma luterana, e il desiderio sottaciuto di rilanciare la competizione con la Chiesa di Roma, di medievale memoria, si mescolano, trovando nella macchina militare di Wallenstein un formidabile mezzo di conquista. Nella mente del generalissimo, più vaste saranno le terre occupate, più grande potrà essere l’esercito. Finanziare la guerra con l’esercizio della stessa significa condannare intere popolazioni al dramma delle razzie e, di conseguenza, delle carestie. Le armate di Wallenstein battono gran parte dell’Europa centrale fino ai confini del regno di Danimarca, che non può permettersi di avere l’esercito imperiale alle porte. Il re danese Cristiano IV scende in campo per tutelare i principi tedeschi protestanti, ma nulla può contro il braccio armato dell’Impero. Mentre si conclude una seconda fase “danese” della guerra, nel porre il porto di Stralsunda sotto assedio (1628), Wallenstein ha coinvolto un altro potente attore, ovvero la Svezia di Gustavo II Adolfo.

La morte di Gustavo II Adolfo nella battaglia di Lutzen (Credits: Wikipedia)

Poco dopo l’emanazione dell’ “Editto di restituzione” (1629), con il quale l’imperatore esigeva la restituzione di tutti i territori sottratti alla Chiesa dai protestanti, Wallenstein è costretto a violare il proclama imperiale. Occorre scegliere se arginare la portata del conflitto, prevenendo l’intervento svedese a difesa della città di Magdeburgo, baluardo del protestantesimo, o sostenere una pericolosa pretesa della corona imperiale; trasformare in realtà l’obiettivo universalistico di “un solo imperatore, un solo impero, una sola fede” o scatenare una “guerra totale”. Quest’ultima avrà la meglio sullo strenuo tentativo di ottenere una pace ad opera dello stesso generalissimo imperiale, che, allontanato prima, tornerà alla ribalta mentre le truppe protestanti sono giunte in Baviera.

Sul campo di Lutzen si confrontano due eserciti di diciottomila unità. Wallenstein da una parte, Gustavo Adolfo dall’altra. Solo poco più di ottomila saranno i sopravvissuti. Cominciano a delinearsi le fattezze di una guerra senza precedenti. Sospettato di cospirazione con il nemico, il generalissimo è esiliato e ucciso dalle truppe imperiali. Nel momento in cui un autentico “signore della guerra” è venuto meno e nel 1635, nel castello di Praga, si giunge a una pace fra principi tedeschi e Impero, l’Europa tira un sospiro di sollievo. Ma, una volta che si sono affievolite le tensioni interne all’Impero, il regno di Francia non nasconde i timori di un accerchiamento continentale da Est e da Ovest. Della guerra di religione non rimane traccia quando Richelieu decide di supportare i principi protestanti e il regno di Svezia contro il Sacro Romano Impero (conta solo la “raison d’Êtat”).

1648. Le trattative durarono tre anni prima di trovare un accordo che si prefiggeva di sancire un equilibrio politico e religioso nell’Europa centrale. Per la prima volta nella storia, delegazioni provenienti da tutto il “vecchio continente” si riunivano nella regione della Westfalia per stabilire un compromesso fra potenze e fedi religiose. La conseguenza a breve termine era la conversione di parte dell’Impero in una federazione di Stati governati da monarchi locali. Eppure, in quel viavai di delegati fra Münster e Osnabrück, c’erano i presupposti per un moderno principio di sovranità nazionale, per la dovute considerazioni sul principio di laicità, sul tema della tolleranza. E, sempre in quell’angolo di Europa risparmiato dalla guerra, si gettavano le basi per lo sviluppo della moderna diplomazia.

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Nato a Chieti il 19 marzo 1998, mi sono diplomato presso il Liceo Classico Statale "G. D'Annunzio" di Pescara. Al momento sono iscritto al corso di Scienze internazionali e diplomatiche del polo universitario goriziano dell'Università di Trieste. Entusiasta di mettermi in gioco senza grandi aspettative, costantemente in cerca di opportunità. Appassionato di storia, politica nazionale e internazionale, arte, letteratura e lingue classiche.

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