Guerra e pace in Asia Orientale

Il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe. Credits: en.kremlin.eu

Cina e Giappone danno segni di un timido riavvicinamento. Ma dietro le apparenze, la realtà è più complessa

Una visita a sorpresa: tanto è bastato a Shinzo Abe, recentemente riconfermato primo ministro giapponese, per stupire gli analisti. Appena qualche minuto di presenza ad una celebrazione ufficiale presso l’ambasciata cinese a Tokyo, il 28 settembre, e già si parla di reapproachment tra il dinamico arcipelago e il Celeste Impero; stando a The Diplomat, il ministro degli esteri Wang Yi si aspetta “altre buone notizie”. Sempre Wang, in un incontro con la controparte nipponica Yokoi, ha dichiarato che lo sviluppo di relazioni positive tra i due Paesi è “la responsabilità storica delle due parti”; il ministro ha poi proseguito auspicando che “il Giappone possa adottare una politica più positiva nei confronti della Cina”.

Segnali importanti, che a quarantacinque anni dalla normalizzazione dei rapporti sino-giapponesi potrebbero segnare una svolta decisiva nel quadro geopolitico regionale. Aldilà dei buoni uffici è infatti degno di nota l’intento, da parte di Abe, di far entrare il Giappone nella Belt and Road, il colossale progetto cinese che, al costo di quattro trilioni di dollari, dovrebbe aprire una moderna Via della Seta, spostando così definitivamente l’asse del commercio globale verso il continente asiatico. Numerose sono le compagnie giapponesi che hanno manifestato il proprio interesse rispetto all’iniziativa; Nikkei Asian Review riporta che, durante un incontro tenutosi a Pechino circa una settimana fa, una delegazione commerciale del Sol Levante ha discusso i dettagli di una serie di appalti per la costruzione di centrali elettriche solari in Arabia Saudita e per la gestione di un nuovo porto in Sri Lanka. È però proprio sui trasporti che il Ministero dell’Economia giapponese ha frenato gli entusiasmi degli investitori: permane a Tokyo il timore che le nuove infrastrutture possano essere eventualmente convertite ad un uso militare.

La situazione strategica dell’area rappresenta una delle questioni più spinose nella prospettiva di un effettivo riavvicinamento. Da anni Abe cerca di riformare l’articolo 9 della Costituzione, che configura le forze armate giapponesi come elementi di autodifesa, impedendo di fatto iniziative militari autonome. Va detto che il dispiegamento di un piccolo contingente in Iraq nel 2008 e la successiva partecipazione alla missione ONU di peacekeeping in Sudan hanno rappresentato un distacco importante da questo caposaldo giuridico; ma soltanto ora, con una forte maggioranza conservatrice in Parlamento, si può concretamente pensare al suo pieno abbandono. E mentre prosegue incessante il processo di riarmo convenzionale (un nuovo sottomarino verrà lanciato verso la fine del 2018, mentre risulta sospeso, ma non annullato, il programma per lo sviluppo di un caccia stealth indigeno), perfino l’atomica non sembra più essere un tabù, come indicato dalla recente modifica di una risoluzione governativa in materia. Anche una serie di investimenti giapponesi nelle Filippine, e l’avvio di un progetto di cooperazione fra le Guardie Costiere dei due Paesi, sono da inquadrarsi in un’ottica di contrasto all’espansionismo di Pechino che, in barba alla sentenza della Corte Internazionale di Arbitrio di Amburgo risalente allo scorso anno, continua a reclamare per sé vaste porzioni del Mar Cinese Meridionale, incluse le nipponiche Isole Senkaku.

Paradossalmente, una pur parziale soluzione potrebbe venire nientemeno che da Kim Jong-Un. Le ambizioni nucleari del despota nordcoreano, culminate a fine novembre con il lancio di un ICBM in grado di colpire l’intero territorio statunitense, preoccupano tanto il Giappone, nella cui Zona Economica Esclusiva sono atterrati molti dei vettori testati da Pyongyang, quanto la Cina, ora minacciata dallo schieramento, in Corea del Sud, del sistema missilistico THAAD. Il consolidamento delle posizioni politiche di Xi ed Abe potrebbe infatti portare ad una ripresa dei colloqui trilaterali che proprio l’arrivo del THAAD, a luglio, aveva bruscamente interrotto, consentendo alle parti in causa di fare un passo in avanti verso un concreto miglioramento dei propri rapporti; uno smacco agli USA di Donald Trump, che profittando delle incerte circostanze stanno attivamente cercando di espandere la propria rete di alleanze nella regione.

In definitiva però, resta da capire se l’Asia possa davvero uscire indenne da questo peculiare momento storico: mai prima d’ora le grandi potenze del continente si erano trovate con a capo leader così decisi e profondamente nazionalisti come Xi ed Abe. Entrambi camminano su di un filo sospeso tra cooperazione e concorrenza; a noi non resta che sperare che l’acrobatica passeggiata non si concluda con una rovinosa caduta.

Ti potrebbero interessare anche:
About Mario Motta 32 Articles
19 anni. Laziale di nascita, friulano d'adozione. Studente di Scienze Internazionali e Diplomatiche presso il Polo Universitario di Gorizia.

Be the first to comment

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: