Guerra e pace in Siria – Pt.2

Soldati dell'Esercito Arabo Siriano

Continua dopo la prima parte

Bandiera dell’opposizione

Come organizzare dunque i negoziati tra le parti, il cui inizio era previsto il 25 gennaio a Ginevra? Il compito dell’inviato ONU De Mistura si è da subito preannunciato molto difficile, tanto che il 25 gennaio non era ancora stato definito chi avrebbe ricevuto l’invito a partecipare ai colloqui e chi no. Oltretutto le opposizioni, riunitesi nel “High Negotiations Committee” (HNC) dopo la conferenza di Riyad di dicembre, hanno da subito cercato di accreditarsi come unico gruppo negoziale con cui fosse possibile trattare: sono dunque state emarginate dal processo di pace tutte le fazioni (come quella curda) non gradite all’Arabia Saudita e agli altri sostenitori dei ribelli, visto che l’HNC non ha accettato modifiche alla propria composizione.

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Milizie curde delle YPG

I negoziati sono stati perciò spostati al 29 gennaio. La questione degli inviti si è risolta a favore di Turchia e Arabia Saudita: oltre ovviamente alla delegazione governativa (capeggiata dal Rappresentante Permanente siriano all’ONU Bashar Jaafari) è stato invitato ai negoziati solo l’HNC (che ha nominato a capo della propria delegazione un disertore dell’esercito, Assad Al-Zoubi, e un esponente del Jaish Al-Islam, Mohammad Alloush), mentre una rosa di esclusi dell’opposizione moderata e tollerata da Mosca (tra cui qualche filo-curdo, comunque non parte del PYD-YPG) sono stati invitati ma solo come consiglieri non titolati a prendere parte formale ai negoziati. Salih Muslim e la sua delegazione curda invece non sono stati invitati, il che è stato commentato dai russi come un grave errore.

Il diplomatico ONU Staffan De Mistura

Le priorità immediate del negoziato, secondo i dettami della risoluzione 2254, sono la fine delle violenze e l’accesso di aiuti umanitari alle città assediate (il coordinamento per la lotta allo Stato Islamico e la pacificazione sono infatti obbiettivi a più lungo termine). Tuttavia il giorno prima dell’inizio dei colloqui l’HNC ha fatto sapere che non avrebbe partecipato se i bombardamenti non si fossero fermati e se non fossero stati istituiti dei corridoi umanitari, mettendo di nuovo a rischio l’avvio del processo di pace. Nonostante De Mistura avesse ben chiarito nell’invito che non esistesse la possibilità di porre precondizioni alla partecipazione, l’opposizione è rimasta sulla propria posizione fin quando il Segretario di Stato USA John Kerry non ha telefonato all’HNC e, assieme all’ONU, ha fornito garanzie. Arrivata il 30 gennaio, la delegazione ha poi subito chiarito di essere venuta per applicare quegli articoli della risoluzione e non per negoziarli (visto che, nell’ottica dell’HNC, l’ONU stessa aveva concordato su questi punti ed era suo dovere applicarli), in una sorta di test della buona volontà del governo siriano: in caso contrario ha però chiarito che avrebbe abbandonato il negoziato. I colloqui sono infine iniziati il giorno seguente secondo la modalità “proximity talks” e cioè con le due delegazioni sedute in due stanze diverse e il personale ONU a fungere da spola (visto che i rappresentanti non si riconoscono reciproca legittimità). Tuttavia, la contemporanea dichiarazione congiunta dei ministri degli esteri di Arabia Saudita e Turchia sul supporto incondizionato all’HNC sia che restasse sia che lasciasse Ginevra gettava un’ombra sul processo.

Aerei russi presenti in Siria

Il primo febbraio, mentre si apriva ufficialmente il processo di pace, l’Esercito Arabo Siriano (sostenuto da milizie alleate e da pesanti raid aerei russi) iniziava contro l’opposizione una rapida e potente offensiva a nord che in tre giorni riesce a tagliare le vie di rifornimento ribelli che dal confine turco giungono ad Aleppo, lasciando la regione in mano all’opposizione priva di un arteria vitale per la propria sopravvivenza e quasi del tutto accerchiata: uno sviluppo che potrebbe irrimediabilmente compromettere le sorti dei ribelli. Lo stesso giorno dell’inizio delle operazioni gli Stati Uniti hanno chiesto alla Russia di interrompere i bombardamenti ma il ministro degli esteri russo Sergey Lavrov ha risposto che i raid colpivano gruppi terroristi e che dunque non si sarebbero fermati. Al che, l’HNC ha denunciato la mancanza di volontà da parte del governo di trovare una soluzione politica al conflitto e ha deciso di non partecipare più ai colloqui fintanto che il governo non applicherà il cessate-il-fuoco e non istituirà corridoi umanitari (proposte che tuttavia il governo siriano ha preso in esame ma che considera più come inerenti al processo che come una sua precondizione). Il 3 febbraio De Mistura è dunque stato costretto a dichiarare una pausa ai colloqui destinata a durare fino al 25 febbraio, invitando però USA e Russia a sostenere maggiormente il processo.

Nella rapida offensiva d’inizio febbraio l’esercito governativo è riuscito a tagliare le linee di rifornimento che dal confine turco a nord scendevano fino ad Aleppo, spezzando oltretutto in due il fronte ribelle
Lavrov, Putin e Kerry discutono della questione siriana all’ONU (settembre 2015)

Realisticamente, l’HNC non ha la forza negoziale necessaria per imporre precondizioni, soprattutto se si tratta di sospendere i raid russi. Il vero problema del processo di pace è che nessuna delle due delegazioni è interessata alla pace dato che ognuna delle parti pensa di avere ancora qualche carta da giocare e dunque che fare concessioni sia svantaggioso: Assad confida nella superiorità assicurata dal sostegno russo e iraniano, mentre l’opposizione si appoggia a Erdogan e al re saudita Salman speranzosa che questi l’aiuteranno a riequilibrare la situazione. In effetti il processo di Ginevra è nato non per volontà siriana ma sotto l’impulso della comunità internazionale, decisa volontaristicamente a porre termine alla carneficina siriana senza troppo badare alla reale situazione sul terreno e alle partite geopolitiche che si giocano attorno ad essa.

Alcuni dati interessati sono però emersi dopo la sospensione dei colloqui. Gli Stati Uniti, fin dal 2011 grandi sostenitori dell’opposizione, hanno apertamente invitato l’HNC a non lasciare Ginevra nonostante l’offensiva russo-siriana, dando l’idea di una sempre minor disposizione a sostenere il fronte ribelle (aspramente criticato in privato da Kerry per la sua scelta, che secondo lui ora lascia mano libera ad Assad) e di un’abbozzata inclinazione a seguire ormai le iniziative russe. Di ciò sembrano essersene accorte con disagio Turchia e Arabia Saudita, e la risposta non si è fatta attendere. Il 4 febbraio il portavoce delle forze armate saudite ha fatto sapere che il suo paese sarebbe disposto ad inviare truppe di terra nel quadro di una campagna a guida USA contro lo Stato Islamico, mentre la Russia ha denunciato la possibilità di un imminente intervento di terra in Siria da parte della Turchia che a sua volta ha bollato l’annuncio come propaganda, riaffermando comunque il diritto a prendere misure per proteggere la propria sicurezza. In ogni caso, la posizione negoziale dei ribelli uscirebbe decisamente rafforzata se eserciti di paesi alleati mettessero gli scarponi in Siria, fosse anche solo contro lo Stato Islamico.

Il Presidente siriano Bashar Al Assad

Che l’intervento turco sia una possibilità reale è un ipotesi difficile da valutare. Sicuramente un intervento saudita risulta meno probabile/possibile di quanto annunciato, date operazioni militari già in corso in Yemen e le difficoltà di budget. Certo è però che i due paesi hanno recentemente istituito un corpo di coordinamento militare. L’opinione generale è che tali tattiche mirino semplicemente ad addolcire Assad e Putin e li riportino al tavolo negoziale, ma la posta potrebbe essere ben più elevata: questo sembra suggerire l’invito del ministro degli esteri iraniano Mohammad Javad Zarif a istituire un cessate-il-fuoco e a riprendere i negoziati.

Ammesso e non concesso che il processo di pace riprenda, gli scogli da superare sono ancora molti. Ad esempio la risoluzione 2254 non tocca la questione del controllo dell’apparato poliziesco/repressivo siriano (a detta di molti, una delle colonne portanti del potere di Assad), non parla di come l’assemblea costituente dovrà essere formata e lascia aperto il futuro di Bashar Assad: una gran parte dei nodi che complicano la transizione siriana sono dunque rimandati al domani, nella speranza che il negoziato tra le parti in lotta possa essere il mezzo giusto per risolverli e che il conflitto siriano possa essere trovare una conclusione politica e non militare.

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Image credits: BijiKurdistan via flickr.com, mil.ru and kremlin.ru

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Studente triennale del SID, interessato di politica internazionale ma per fortuna non solo di quella. Italiano di nascita ma latinoamericano per vocazione, mi piace pensare di poter avere qualcosa d'interessante da dire.

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