Hemingway figlio del mare

Ernest Hemingway sotto il ponte di Rialto (Credits: Facebook)

La laguna è un universo a sé, non completamente mare aperto né specchio d’acqua isolato dal resto del mondo. Luogo di transizione tra la terra ferma e il blu sconfinato, Ernest Hemingway doveva aver capito la complessità di quest’essenza fin dai suoi primi viaggi in Italia, lui che arrivava da una città affacciata sul lago Michigan, destinata a non vedere mai il blu dell’oceano. Sulle coste di Caorle (Ve), invece, l’orizzonte dell’Alto Adriatico si frastaglia limpido.

Certamente non aveva lasciato Chicago per andare lì in vacanza, tutt’altro: era l’estate del 1918, infatti, quando il futuro Premio Nobel per la Letteratura mise piede per la prima volta nel nostro Paese. Il Continente si stava avviando verso la conclusione del più sanguinoso conflitto che l’umanità avesse mai visto, anche se la violenza degli scontri non ne suggeriva ancora una fine; l’allora diciannovenne dell’Illinois si era quindi arruolato come volontario nella Croce Rossa Internazionale: le notizie che giungevano in patria dal fronte erano troppo agghiaccianti per rimanere indifferenti.

La sua mansione era guidare le ambulanze, ma fu per una sfortunata coincidenza che l’otto luglio rimase seriamente ferito in una trincea vicino a Fossalta di Piave: era di ritorno dalla mensa con sigarette e cioccolato per i militari impegnati in prima linea, come ha scritto James R. Mellow nella biografica “Hemingway: A Life Without Consequences” (Houghton Mifflin, 1992), quando venne investito dall’esplosione di un colpo di mortaio. Quell’avvenimento lo segnerà nel profondo dell’animo, sia perché segnerà sul suo corpo il vero significato della guerra, sia perché durante la convalescenza all’ospedale della Croce Rossa di Milano conoscerà l’infermiera Agnes von Kurowsky: più grande di lui di sette anni, sarebbe stata la sua prima cocente delusione d’amore, anche se Frank Barret su “The Indipendent”  ha descritto questa relazione come più platonica che reale e, comunque, di breve durata.

Hemingway durante la convalescenza a Milano, 1918 (Credits: Facebook)

In ogni caso, è evidente come da quella esperienza sia stato ispirato il libro “Addio alle armi”, edito nel 1929. Hemingway non attinse dai propri ricordi italiani solo per un’unica opera, ma anzi  ambientò molti dei suoi scritti di successo in alcune delle località venete più suggestive. A partire da “Di là dal fiume e tra gli alberi”, pubblicato negli Stati Uniti nel ’50 ma uscito in Italia solo quindici anni dopo: la causa del ritardo fu la relazione amorosa che lega i due protagonisti, il cinquantenne colonnello americano Richard Cantwell e la nobile diciannovenne Renata, riferimento poco velato alla veneziana Adriana Ivancich, che lei stessa confermò nel suo libro “La torre bianca” (Arnoldo Mondadori Editore, 1980). Oltre al racconto delle passioni amorose dello scrittore, in quel libro rimane anche il suo forte legame con il Veneto.

“Quattro barche risalivano il canale principale verso la grande laguna a nord…Spuntò l’alba prima che giungessero alla botte di doghe di quercia immersa nel fondo della laguna… il cacciatore…scese nella botte e il barcaiolo gli porse i due fucili… Ora c’era più luce e il cacciatore … riuscì a vedere il contorno basso della punta di là della laguna…più oltre c’era ancora palude ed infine il mare aperto…”: così scriveva “Papa” nell’opera sopracitata, raccontando lo spettacolo con cui si presentava ai sui occhi la laguna, illuminata unicamente dai bagliori della notte. Era una visione che aveva scoperto ritornando in Italia dopo la Seconda Guerra Mondiale, grazie anche all’amicizia con i conti Kechler, conosciuti alla fine degli anni ’40; lo stesso conte Alberto Kechler sarà tra i fondatori della Lignano Pineta spa: ancora oggi esiste una foto dello scrittore in quella zona ancora poco sviluppata del Friuli, ricordata da Roberto Ferrucci sul Corriere del Veneto, anche se egli vi rimarrà solo poche ore.

Resterà molto di più, invece, ospite del barone Raimondo Nanuk Franchetti, con cui svilupperà una sincera amicizia. Proprio a casa sua conoscerà Ivancich, vivendo la loro storia anche sulle Dolomiti di Cortina: le montagne venete sono un altro dei luoghi rimasti nel cuore di Hemingway, con il candore della neve che scendeva accarezzando la pelle ruvida e segnata dalla Storia di un uomo nemmeno sessantenne, ma già immerso in un vortice buio di depressione e solitudine. Lui che veniva dalla regione dei Grandi Laghi ma che aveva adottato Venezia e Cuba come proprie “patrie”, avrebbe sicuramente preferito che il suo ultimo sguardo sul mondo fosse giunto dalla casa di caccia in Valgrande, ospite di Franchetti: l’alba che taglia la nebbia o il tramonto che irradia la laguna avrebbero potuto alleviare il suo vorace mal di vivere.

Il grande reporter di guerra aveva però salutato quelle terre verso la fine degli anni ’50, continuando comunque a girovagare per l’Europa e il mondo. Nulla, però, poteva offuscare il ricordo di quelle terre nella sua mente e, soprattutto, nel suo cuore: la stessa moglie Mary Welsh racconterà, all’indomani del tragico suicidio, che appena la sera prima “avevamo ricordato Venezia (…), la grande festa che Ernest aveva voluto dare per gli amici che accorrevano da ogni parte del mondo (…) solo per poterlo salutare, stringergli la mano”, ha scritto Giovanna Pastega su Il Piccolo. Era il 1961 quando il mondo perse una delle sue penne più amate, testimone di capitoli orribili dell’umanità e di altrettanti momenti di gioia indescrivibili, le cui sfumature spesso si univano alle increspature dell’Adriatico dell’epoca.

Hemingway e la moglie Mary a Cortina d’Ampezzo, 1948 (Credits: Facebook)

Passeggiando sul lungomare di Caorle, il pizzichio del vento sulla pelle è come una carezza che accompagna il viandante su quelle sponde – “sacre” e “profane” al tempo stesso agli occhi di “Papa” -, mentre il mormorio delle onde continua a raccontare da secoli una storia senza fine. È quel suono che cattura l’attenzione di chiunque si ritrovi da quelle parti, con i piedi nudi sulla sabbia fredda e umidiccia di ottobre; lo stesso che entrò subito nel cuore del romanziere dell’Illinois, forse l’unico veramente in grado di dialogare con esso, scambiandosi aneddoti e storie di vita che sapevano di “odore di polvere da sparo, profumo di alcol, sapore selvatico di anguilla, alito salato del mare, fragranza dolce dei canneti”, citando un suggestivo articolo di Luciano Del Sette su Il manifesto.

Non è difficile immaginare quell’uomo così possente e, al tempo stesso, così fragile mentre esplorava la laguna con i suoi occhi profondi, seduto su un tronco arrivato da chissà quale punto dell’Adriatico. Osservando attentamente la sua folta barba, all’altezza dei bordi di quella bocca che ponderava con sagacia ogni parola, destinata a rimanere scolpita nei ricordi di chi l’ascoltava, si sarebbe potuto scorgere un lievissimo movimento delle labbra: Hemingway narrava al mare, che dopo avergli raccontato le storie degli eroi che lo hanno attraversato nel corso del secoli – da Argo a Francis Drake, da Ulisse a Vasco da Gama – ascoltava assorto le avventure di una persona che, in appena trent’anni, aveva vissuto le più grandi esperienze del secolo scorso: dal suo arrivo ai titoli di coda della Grande Guerra, vissuta tra Milano e il fronte del Piave; alla conoscenza diretta di Benito Mussolini nel ’23, descritto sulle colonne del Toronto Daily Star come un “genio nel rivestire piccole idee con paroloni”; fino a quando conobbe personalmente il Veneto, dalle finestre di Villa Ca’ Erizzo a Bassano del Grappa, residenza della Sezione Uno delle ambulanze della Croce Rossa Americana nel ’18.

È bello pensare che le onde fossero amiche sincere per il narratore, pronte ad ascoltarlo senza giudicarlo. Quello di cui aveva forse più bisogno, per condividere con qualcuno il peso schiacciante di quell’orrore che gli storici oggi chiamano “guerra moderna”, ma che alla fine dei conti è stata solo l’inizio di una carneficina disumana. Probabilmente parlava con loro anche dal suo posto all’Harry’s bar di Venezia, oggi luogo per eccellenza delle “venezianità”, fino a quando l’amico Giuseppe Cipriani non lo raggiungeva, nascondendosi per un attimo dalla frenesia della mondanità che riempiva quelle stanze. Proprio la nascita di quel bar era dovuta a un altro americano, Harry Pickering, malato di alcolismo che ritornò in patria grazie all’aiuto economico di Cipriani; una volta guarito, si sdebitò con il proprio benefattore, donandogli la cifra necessaria per aprire quello che sarebbe diventato, appunto, l’Harry’s bar.

Hemingway fu meno fortunato, non riuscendo mai a recedere il morboso rapporto con i propri vizi. Egli, però, vivrà sempre, in uno dei tanti casoni che popolano la laguna: con la lenza in una mano e un bicchiere di Amarone nell’altra, sorridendo finalmente al mare.

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Studente classe '95 della Triennale al SID, udinese, arbitro di calcio. Amo leggere, ascoltare, il teatro. Cerco storie che parlino di persone e di frontiere dietro casa. Un futuro prossimo remoto nel giornalismo, collaboro con il Messaggero Veneto. Se poi mi avanza tempo salverò il mondo, ma con calma.

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