Hillary, i Dem e il vizio dell’autocompiacimento 

L'ex First Lady e candidata Presidente per i Dem, Hillary Clinton (Credits: Gage Skidmore/Wikipedia)

La più grande lezione delle presidenziali USA è che l’arroganza non paga. Ma a sinistra non si vuole imparare. 

Il palco vuoto del party democratico. Le risate incredule dei WASPs in giacca e cravatta. Un giovane asiatico che bagna di lacrime la sua bandiera a stelle e strisce. Barron Trump che, first son ad appena undici anni, sbadiglia come in una sera qualunque. E poi lui, The Donald, che con la vittoria ormai in pugno dichiara ancora una volta “We will make America great again”, mentre realizza che, da quel momento, non sarà più un semplice slogan.

Sono queste le immagini più significative di una notte, quella tra l’8 e il 9 novembre di un anno fa, che ha sconvolto il mondo. Tanti speravano che andasse così; ma sarebbe semplicemente mendace sostenere che qualcuno se lo aspettasse davvero. Tutti i sondaggi davano Hillary Clinton, la frontrunner democratica per la presidenza, come l’assoluta favorita di una tornata elettorale che, sostenevano le testate più prestigiose, sarebbe stata la più scontata in 240 anni di storia americana: il New York Times prevedeva che ben il 93% dei consensi sarebbe andato alla prima Madam President del Paese; intanto Newsweek, in una gaffe reminescente di quella in cui era incappato lo Chicago Tribune ai tempi di Truman, già da una settimana faceva circolare presso le edicole un numero speciale per commemorare lo storico avvenimento.

Ma come è stato possibile? Una donna in politica da quarant’anni, ex senatrice e Segretario di Stato, con alle spalle una campagna da due miliardi di dollari e un apparato mediatico semplicemente impareggiabile, battuta da un tycoon coi capelli sparati: sembra una barzelletta ma, ironie a parte, è questa la realtà. Le risposte alla domanda di cui sopra sono molteplici e già note; chi scrive, pertanto, non intende annoiare il lettore con quella che sarebbe solo una ripetizione di cose già dette da altri. Piuttosto, l’idea dietro questo articolo è di analizzare la mentalità che ha prodotto determinati fatti, dati e, in ultima analisi, la più sorprendente sconfitta elettorale della storia contemporanea.

Per capire meglio, è opportuno partire dalle parole del professor David Kaplan, della Kent State University, intervenuto agli inizi del mese scorso ad una conferenza sul tema presso il SID di Gorizia. Dopo un inizio gioviale, costellato da frecciatine al 45mo Presidente USA, Kaplan comincia a farsi più serio e, con amara ironia, commenta: “La gente segue Trump per l’intrattenimento che fornisce. Tutti si domandano quale sarà la sua prossima assurdità”. Fuochino. Da aperto sostenitore di forty-five, mi permetto di rispondere al Professore che il vero intrigo di questa presidenza non sta tanto nelle azioni che essa intraprende, quanto nelle reazioni che queste suscitano.

Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump (Credits: Gage Skidmore/Wikipedia)

Lo spettacolo, paradossalmente, non lo fa l’attore, ma il pubblico: un pubblico sensibile ai limiti del parossissmo, a tratti disperato, capace di metter su un dramma partendo dalle più semplici piccolezze. “A Donald Trump la bistecca piace ben cotta, ossia cucinata nel peggior modo possibile” titolava l’Huffington Post in merito alla prima cena in famiglia di Trump dopo la vittoria. E come scordare i venti minuti dedicati dalla CNN al gelato del Presidente, che ad un ricevimento se n’era fatte dare due palline mentre i suoi ospiti ne avevano ricevuta soltanto una? Chiaro segno di megalomania, concordavano allora i reporter.

Non parliamo poi delle statistiche: una pioggia di dati ci informa da un anno che gli elettori di Trump, circa sessantadue milioni, sarebbero più ignoranti, più vecchi, più bigotti, più grassi e perfino più propensi all’incesto di quelli della controparte democratica. Lo stesso Kaplan, nell’analizzare il trend etno-nazionalista emerso nella nuova America repubblicana, non ha mancato di farne menzione. Ma il fatto che ad un anno dal giorno fatale si sia rimasti a discutere degli stessi vecchi dati è indicativo. L’establishment non capisce il fenomeno Trump; e allora si rifugia nella futile consapevolezza di esser meglio degli avversari. È come se un pugile, il volto tumefatto e più denti sul ring che in bocca, dichiarasse ai cronisti che i colpi dell’altro erano più forti, ma i suoi più aggraziati. Magra consolazione, la quale però nasconde la convinzione fondamentale che, solo per questo, l’incontro avrebbe dovuto vincerlo lui.

Si torna così a parlare di quella mentalità finora solo tratteggiata, una mentalità che trova espressione nel senso di superiorità mostrato tante e tante volte ancora nel campo della Clinton. “Deplorevoli”: così Hillary apostrofava i sostenitori dell’avversario in un discorso tenuto a settembre dello scorso anno; dichiarazione questa che faceva eco alla vulgata democratica, la quale anche senza l’input di Clinton si era da tempo attestata sulla ormai famosa reductio ad hitlerum.

Un esempio lampante, nel complesso, di come l’elettorato avesse di fronte non una candidata, chiamata come tale ad espandere la sua base di consenso, ma una vincitrice che già gongolava. Non c’è da biasimarla, in fondo: con i media che ogni giorno trovavano un nuovo modo di svilire Trump, predicendone l’imminente sconfitta, chiunque si sarebbe sentito sicuro di sé. Che dire poi dei giovani radicali che con le loro continue proteste sono ora riusciti ad esportare oltreoceano l’opinabile fenomeno dell’antifascismo militante? La pressione combinata di queste due forze, media da una parte ed estremisti dall’altra, rimane una forza potente.

Ad un anno o più dagli eventi sopra descritti, rimane quella stessa spocchia. Non ci si poteva aspettare nulla di diverso: cambiare rotta significherebbe ammettere una sconfitta che si è fatto di tutto per negare. Meglio allora proseguire con gli attacchi a Trump e ai suoi, continuare con il ridicolo ed il farsesco; ma i più attenti non potranno che essesi accorti di come i Democrats, nelle persone del leader di minoranza al Senato Chuck Schumer e della Speaker della Camera Nancy Pelosi, mascherino sotto un velo di disprezzo la volontà di imitare il Capo, cercando così di strappargli qualche voto per i midterm del 2018.

Viene in mente A Better Deal, nuovo slogan del partito che, con una evidente patina roosveltiana, riassume un programma economico pressoché identico a quello a cui Trump sta cercando di dare attuazione con la più grande riduzione fiscale nella storia statunitense. Quanto poi ai giornalisti, se da fuori essi appaiono compatti contro il Presidente, è priprio in un ottica d’opposizione che qualcuno tra loro prospetta timidamente l’idea di rivalutare, o abbandonare del tutto, la linea politica identitaria e minority-oriented adottata con Obama e che ha segnato le ultime presidenziali.

Di nuovo c’è invece una sensazione angosciante di vuoto. Le marce, le manifestazioni, le proteste si sono susseguite a centinaia, eppure di risultati concreti non se ne vedono. Questo perché, ipotizza il vostro interlocutore, i candidati non sono mai diversi da chi li vota, e viceversa: come la Clinton amava (e ama) compiacersi di sé, anche i suoi elettori non mancano di ricordare a loro stessi di quanto siano migliori degli altri, anche tra di loro.

E così un movimento di contestazione certamente legittimo, e addirittura apprezzabile nella sua trasversalità, si riduce a #resist, un hashtag da mettere sotto all’ennesima foto col pugno chiuso da postare su Instagram con sommo diletto degli altri #resisters. Peggio ancora chi a queste logiche si sottrae, come quel 45% dei millennials (dati YouGov-Victims of Communism Memorial Foundation) che prospetta un’America socialista, e che pur di ottenerla è disposto a vagare per le strade svuotate con una spranga in mano e un cappuccio in testa.

Sono forse loro le creature più mostruose della hubris democratica, giovani che, per citare Marx, non hanno da perdere che le loro catene. A queste, reali o presunte, i democratici di più vecchia annata hanno cercato di sostituire un guinzaglio, con l’arrogante pretesa di controllare i frutti della crisi e di Occupy e piegarli al loro volere. Ma questo Cerbero del 21mo secolo comincia a mordere: C’è una pallottola anche per i liberal, recita una inquietante scritta apparsa a febbraio nel campus dell’Università di Berkeley dopo una rivolta. Un monito eloquente: tutti, elettori e candidati, a sinistra come a destra, scendano allora dai rispettivi piedistalli. O la caduta, in un futuro sempre più vicino, sarà rovinosa.

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19 anni. Laziale di nascita, friulano d'adozione. Studente di Scienze Internazionali e Diplomatiche presso il Polo Universitario di Gorizia.

2 Comments on Hillary, i Dem e il vizio dell’autocompiacimento 

  1. Come è possibile che nessuno si è accorto di un errore così madornale?

    “il New York Times prevedeva che ben il 93% dei consensi sarebbe andato alla prima Madam President del Paese”

    E’ talmente assurda che non capisco nemmeno come possiate averlo scritto, figurati rileggerlo.

  2. È tutt’altro che assurdo, ma è vero che c’è stato un po’di confusione. L’8 novembre, il New York Times attribuiva alla Clinton l’89% delle possibilità di vittoria. Un sondaggio PollsterPolls per Huffington Post parlava invece di un 98,1%. Questi sono i rischi che si corrono quando si lavora a memoria: rettificherò il prima possibile. Saluti.

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