I-merica! Puntata 6: Obamania

Fenomenologia del mito Obama, da tre metri di distanza

Nancy Pelosi, l’ex speaker democratica della Camera, parla al 36° gala della NIAF, la National Italo American Foundation: annuncia ripetutamente il nome del Presidente, creando un sapiente climax. Noi, assiepati davanti al palco delle autorità, siamo elettrizzati: tutto sembra essere andato troppo facilmente, siamo riusciti ad arrivare in prima fila dai tavoli dietro senza che nessuno ci fermasse, ed ora siamo in piedi davanti a gente che ha pagato 2500 dollari per essere qui. Ora stiamo aspettando da un momento all’altro che qualcuno ci riporti all’ordine, o ancora peggio, che Nancy Pelosi, questa affascinante settantenne con il fuoco negli occhi, comunichi alla platea che il Presidente si scusa, purtroppo non è riuscito a venire, ma comunque ci manda i suoi cari saluti.

Invece, nulla di tutto ciò accade. Noi stiamo davanti al palco, indisturbati, e la voce di Nancy Pelosi si alza in un grido: “ Please, Welcome the President of the United States of America, Barack Obama!”. E improvvisamente in mezzo al tripudio della folla appare lui, agile e sorridente: si avvicina al microfono, a non più di tre metri da noi, e saluta il pubblico dicendo  “Viva Italia!”. E noi assistiamo increduli al manifestarsi del mito.

Obama è come il pifferaio magico, attira a sé la sua audience e non la lascia più fino all’ultimo secondo.  E’ un animale da palcoscenico: mentre parla su quel palco, brilla di luce propria. Sa entrare subito in sintonia con il pubblico, con cui scherza (“purtroppo non ho nessun antenato italiano, né so cucinare bene come le vostre nonne. L’unica cosa che posso offrire è un cognome che finisce con una vocale”), e di cui sa toccare le corde giuste (“cosa sarebbe il cinema senza Rodolfo Valentino, Frank Sinatra e Sophia Loren, la mia preferita?”). La sua voce è modulata alla perfezione, sicura e calda, e i suoi movimenti sul palco sono naturali e accoglienti, la gestualità è precisa e diretta, e serve a sottolineare i punti più importanti del discorso. Si gira a guardare gli ospiti celebri seduti sul palco dietro di lui, con un sorriso; poi, sempre sorridendo, risponde agli interventi entusiasti dal pubblico.

Ma quello che veramente sorprende, nello showman Obama, è lo sguardo: penetrante, luminoso, sicuro di sé, capace di dare l’impressione di fissare ogni singola persona nel pubblico e di farla sentire a casa propria. É uno sguardo che dice “tranquillo, ti capisco; sono come te. Lasciati guidare e non ti succederà nulla di male”. E il pubblico lo segue, si fa catturare da questo incantesimo. Incantesimo che è accentuato dalla storia personale del Presidente e da ciò che egli rappresenta di fronte al pubblico di Italoamericani di questa sera: quando Obama parla di immigrazione, dell’importanza delle minoranze per lo sviluppo degli Stati Uniti d’America, e di quanto queste minoranze hanno spesso sofferto in passato, è difficile non credergli. E anche questa comunanza di passato ideale contribuisce a creare la sensazione di essere simili, che lui ci capisca, che sia come noi.

In effetti, a questi eventi Obama si presenta non tanto come Presidente, quanto come candidato: il gala della NIAF è solo uno degli eventi che hanno visto la sua partecipazione in questo “autunno dello scontento”. Da settembre ad oggi, il Presidente ha presenziato a quasi tutti gli incontri delle Associazioni per i Diritti Civili e dei gruppi etnici minoritari di stanza a Washington: ebrei, afroamericani, latini, gay e associazioni femministe. Questo rientra in un preciso progetto di campagna elettorale: ripartire dalle minoranze, piccole ma potenti, facendosi vedere come, appunto, uguale a loro. Non c’è da stupirsi che in questo progetto rientri l’accento posto sul recupero del sogno Americano. Anche alla NIAF questo immaginario è ben presente: “E’ grazie alle sofferenze e all’impegno degli immigrati italiani che si è potuto realizzare pienamente il sogno americano”.  Di nuovo, quando era Bush a parlare del sogno americano, suscitava applausi cortesi e cenni di consenso, ma poco più. Ora che invece a parlare è un Presidente figlio di un immigrato kenyano, cresciuto dalla madre tra le Hawaii e l’Indonesia, suscita un entusiasmo reale: “É vero, il sogno americano esiste, e io ne sono la dimostrazione”.

Nella strategia elettorale del Presidente, per un 2012 che si preannuncia bollente, ci sono altri elementi di rilievo: in particolare, spicca la volontà di “fare da solo”, proponendo alcune politiche di sostegno alla crescita e di lotta alla disoccupazione direttamente dall’esecutivo. Questo permetterebbe di lanciare il messaggio che è colpa del Congresso a maggioranza Repubblicana se le decisioni importanti non vengono attuate. Ma se la politica quotidiana è imprescindibile, è fondamentale per Obama non impantanarsi in essa: la sua vera forza sta nel creare un sogno, nell’emozionare e nel dire che tutto è possibile, che tutto è facile.

Intanto, sul palco della NIAF Obama ha appena finito di parlare. Saluta uno ad uno tutti i presenti (tra cui Emma Marcegaglia e il Ministro Meloni) e scompare. Noi, nel pubblico, ci risvegliamo dall’incantesimo e ci guardiamo, ancora elettrizzati, ancora increduli. Un diplomatico italiano commenta così la performance: “Che oratore, che oratore! Può parlare per ore, e stai lì ad ascoltarlo. Poi alla fine chiedi:’ma cosa ha detto?’. Ma mentre parla, lo seguiresti ovunque”. Ora, solo il tempo dirà se questo basterà, come durante l’Obamania del 2008, a tenerlo fuori dalla lotta corpo a corpo con i Repubblicani, e se il Presidente riuscirà, in un’America sfiduciata e senza lavoro, a riaccendere la fiamma dell’ideale. Ma di fronte ad una politica, anche di casa nostra, che stenta ad emozionare, Obama è ancora una felice eccezione.

– Il testo del discorso di Obama

– Il video del discorso di Nancy Pelosi e di Obama

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Sono uno studente del primo anno specialistica del SID, originario di Conegliano (TV). Mi sono laureato alla triennale, sempre al SID, con una tesi sul divieto internazionale di tortura nel contesto internazionale della tutela dei diritti dell'uomo. Ho trascorso un semestre abbondante in Erasmus a Vienna, esperienza che mi ha fatto maturare molto dal punto di vista accademico e umano, principalmente perché ho imparato a fare il risotto. Tennista fallito, scrivo e impagino per Sconfinare fin dal mio primo anno di università, che ormai comincia a risultare spaventosamente lontano. Mi piace molto leggere, e compro sempre molti più libri di quanti riesca effettivamente a leggere. Adoro viaggiare. Suono la chitarra, mangio e bevo.

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