I Paesi per le donne: la classifica del World Economic Forum

Esistono davvero dei Paesi in cui nascere donna può essere più o meno conveniente? Il Global Gender Gap Report ci conferma che è proprio così.

Dal 2006 il World Economic Forum pubblica ogni anno un rapporto mondiale sulla disparità di genere: attraverso degli indici statistici, misura il divario tra uomo e donna in relazione alla distribuzione delle possibilità e dei ruoli raggiunti all’interno della società. In parole semplici, ci permette di sapere quali sono gli Stati che dividono equamente le loro risorse tra i due sessi e quali no.

Il Global Gender Gap Report 2013 riporta i profili di 136 Stati, cioè analizza più del 90% della popolazione mondiale. L’Islanda si è riconfermata per il quinto anno consecutivo il miglior Paese per le donne. Il Nord Europa in generale può essere considerato la regione modello, con la Finlandia, la Norvegia e la Svezia che seguono a distanza di pochi punti lo stato islandese. Negli ultimi posti, invece, troviamo alcuni Paesi mediorientali noti per i disordini politici e sociali, per le limitazioni della libertà o per l’arretratezza economica e istituzionale: ad esempio l’Arabia Saudita, in cui le donne stanno protestando in vari modi per ottenere maggiori diritti (l’ultima protesta del 26 ottobre le ha viste al volante delle automobili) si trova al 127° posto, l’Egitto al 125°, la Siria al 133°, mentre il Pakistan e lo Yemen sono i “chiudi fila” (rispettivamente 135° e 136°).

Le differenze di genere variano significativamente da un'area geografica all'altra (Dati: GGG report)

Nato dalla collaborazione tra il World Economic Forum e le università di Harvard e di Berkeley, Il report raccoglie numerosi dati statistici relativi a quattro aree-chiave: partecipazione e opportunità economica, educazione, salute e partecipazione politica. Questi sono i gender gap subindex che vanno a formare il global gender gap index, il valore numerico che misura la portata della disparità uomo-donna e che permette di classificare i Paesi esaminati. Gli indici hanno un valore da 0 a 1, dove 1 corrisponde all’uguaglianza tra i due sessi, e sono dei dati oggettivi che possono essere confrontati e permettono di tracciare l’evoluzione di ogni Stato. Tra i 110 Paesi esaminati dal 2006, la maggior parte (l’86%) ha ridotto la differenza tra i generi: il divario nel campo della salute è stato ridotto di quasi il 96%, nell’educazione del 93%, del 60% nella partecipazione economica, mentre il gap rimane ampio nel settore politico, dove la diminuzione è stata solamente del 21%.

Da qui puoi scaricare il report completo

E l’Italia come se la cava nella distribuzione delle proprie risorse tra donne e uomini? Quest’anno è al 71° posto (su 136!) e le donne italiane non possono certo gioire e accontentarsi di tale risultato. Ma è risaputo che per le italiane i ruoli “alti” in ambito economico e politico sono di difficile accesso, anche se dal 2006 qualche progresso c’è stato. Un altro dato preoccupante e che fa riflettere è il 101° posto (soltanto trenta posizioni dopo l’Italia e una differenza di indice di pochi centesimi, da 0,689 a 0,655) dell’India, paese in cui l’aborto selettivo delle figlie femmine è un fenomeno diffuso e dalle pesanti implicazioni demografiche e socio-culturali.

Queste informazioni sono un assaggio dell’importanza del Global Gender Gap Report come strumento per creare consapevolezza e oggettivare un fenomeno che spesso viene considerato qualcosa di personale, emotivo e limitato. Le donne rappresentano la metà delle potenzialità di un paese, quindi è inevitabile che il gender gap influenzi e rispecchi la competitività e lo sviluppo di una nazione. Molte università, organizzazioni mediatiche, governi e individui sono consapevoli di ciò e utilizzano questo strumento per analizzare e diffondere i modelli da seguire e cercare di far diventare il gap sempre più piccolo.

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Studentessa che cerca il particolare nell'ordinario e l'ordinario nel particolare. Senza sapere esattamente cosa sia particolare e cosa ordinario.

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