#IJF16 – La verità del caso Regeni passa attraverso i media

Le dimensioni del caso Regeni non hanno smesso di aumentare fin da quando il suo corpo è stato ritrovato abbandonato. Oggi rappresenta un evento importantissimo, per la politica italiana e il giornalismo, perché quest’ultimo è chiamato alla prova più difficile: trovare la verità.

Nel pomeriggio di giovedì 6 marzo ha trovato così spazio l’incontro “Il caso Regeni: i depistaggi, le inchieste, la ricerca della verità” all’Hotel Brufani, organizzato fuori programma in occasione delle ultime vicende tra le autorità italiane ed egiziane. Ospiti dell’evento sono stati Giuliano Foschini e Carlo Bonini, entrambi giornalisti di Repubblica che stanno indagando loro stessi sulla fine del ricercatore friulano.

“Mai come in questo caso il giornalismo si è mosso con tutti i mezzi disponibili” ha esordito Bonini, che insieme al collega ha recentemente firmato un articolo basato sulla dichiarazioni di una fonte anonima contattata via mail. E il motivo per cui i media hanno dato risalto a questa tragica morte sta nelle sue dimensioni: dapprima legata solo all’Italia, poi bilaterale e infine internazionale, ha scosso l’opinione pubblica di ogni dove e “ha allineato astri diversi”, come detto con una metafora dall’inviato.

Sciogliere questa matassa è molto complicato, a partire dal fatto che è nato in un Paese dove i giornalisti non hanno accesso alle fonti aperte, ossia numeri e contatti per avere dati ufficiali da parte delle istituzioni. Ma non significa che nessuno vuole parlare, ha continuato Bonini, bensì che si preferisce l’anonimato e farlo in luoghi dove si è difficilmente individuabili. E anche le fonti anonime, per il giornalista, sono da riportare perché si deve “rischiare qualcosa in più” affinché la verità emerga.

Sul “come” il caso di Giulio è stato seguito in Italia, i due ospiti non hanno nulla da obiettare ai media né al governo, come ha detto Foschini, il quale vede nella buona informazione relativa alla vicenda il motore delle proteste dei cittadini. E la politica non ha potuto far finta di nulla, tanto da minacciare di richiamare l’ambasciatore, mentre i giornali nostrani pubblicano ogni giorno le tabelle di Amnesty International relative all’Egitto, che si conoscevano già da mesi ma che fino alla morte del ragazzo in pochi avevano letto.

Tante le domande rivolte dal pubblico a cui i due giornalisti hanno risposto prontamente: innanzitutto sull’intervista dello stesso direttore di Repubblica, Mario Calabresi, al Presidente egiziano Al-Sisi, giudicata troppo servile e che, al contrario, Bonini vede come un qualcosa che non sia il silenzio. Poi tante curiosità sul come sono state verificate le informazioni provenienti da fonti anonime, a cui (gli ospiti l’hanno ricordato con decisione) bisogna sempre affiancare un lavoro sul campo, senza mai fermarsi all’uso della tecnologia come scorciatoia, per arrivare a certe notizie.

Il focus, durante l’incontro, si è lentamente spostato dal caso di Regeni alla professione sempre più complessa dell’inviato, chiamato a investigare in una realtà molto diversa da quella sua quotidiana: sono stati descritti strumenti importanti per il mestiere, mentre i tanti interrogativi sul ragazzo italiano rimangono. Si può solo sperare che la nostra stampa possa segnare importanti svolte nelle indagini, ma difficilmente si troveranno i veri colpevoli se non si andrà oltre il velo di criminalità che ricopre le istituzioni egiziane e non si guarda chi vi è dietro realmente.

About Timothy Dissegna 110 Articles
Studente al SID di Gorizia, sono stato caporedattore di Sconfinare tra il 2017 e il 2018. Friulano, sono appassionato di frontiere, soprattutto quelle del Corno d'Africa. Dicono che sono sempre impegnato, ma non ho mai avuto tempo per rispondere che è vero.

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