#IJF16 – Scrivere di mafia glocally, l’inchiesta giornalistica dal locale al globale

Con particolare riferimento agli ultimi decenni, la mafia ha assunto inequivocabilmente un importante ruolo come attore, seppure illegale, a livello internazionale. Tutto ciò, allo stesso tempo, non sarebbe possibile – hanno affermato a più riprese i relatori presenti ad uno dei numerosi panel offerti dal ricco programma dell’IJF di quest’anno – senza quelle che sono le vere basi della criminalità organizzata: i legami sociali e la presenza consolidata nei posti di autorità di determinate realtà del territorio.

A fare da ospiti protagonisti dell’incontro intitolato “Scrivere di mafia glocally“, tenutosi nella giornata di Sabato 9 Aprile presso la Sala del Dottorato, erano presenti Cecilia Anesi e Giulio Rubino, co-fondatori di Investigative Reporting Project Italy (IRPI) e collaboratori per “Correctiv“, giornale d’inchiesta tedesco, Franco Castaldo, fondatore e direttore di “Grandangolo – il giornale di Agrigento”, Claudio Cordova, fondatore e direttore de “Il Dispaccio“, Craig Shaw, giornalista basato a Londra per “Centre for Investigative Journalism” e, infine, Andrea Iannuzzi, direttore dell’AGL – l’Agenzia Giornali Locali coordinata dal Gruppo Editoriale L’Espresso.

L’incontro, durato abbondantemente più dell’orario prestabilito dagli organizzatori, ha indubbiamente offerto molti spunti interessanti ad un pubblico notevolmente attivo ed interessato ai temi trattati. Equilibrate tra il racconto delle esperienze vissute in rapporto alla mafia – tra le quali si sono segnalate quelle particolarmente intense di Castaldo – e una rassegna di quelli che sono i loro progetti investigativi presenti e futuri, le risposte di questo team di giornalisti hanno mostrato quello che era lo spunto iniziale – parlare di mafia glocally, per l’appunto – sotto vari punti di vista e ribadito con decisione l’importanza del sapere collaborare quando ci si occupa di argomenti di tale portata.

Se Iannuzzi ha offerto un veloce riepilogo di quelle che dovrebbero essere le “cinque C” del giornalismo digitale ovvero contesto, conversazione, comunità, cura e collaborazione collegandole all’attività del progetto “confiscatibene”, che ha riassunto in una mappa disponibile online tutte quelle che sono state le confische (ammontanti attualmente a 27mila beni) ai danni della criminalità organizzata e ha sottolineato che solo poco più di un terzo di queste comprende proprietà già riutilizzate; Cordova si è dilungato sulla realtà che vive più da vicino, quella calabrese, denunciando la presenza di un “cono d’ombra” informativo e, al tempo stesso, di una tendenza alla semplificazione tramite stereotipo (“si pensa che tutti in Calabria vadano in giro armati”) su ciò che accade nella regione. A suo dire, la ‘Ndrangheta è una mafia liquida e silente, capace di infiltrarsi in ogni piccola fessura che le si presenta davanti, che oggi si presenta come ramificata in ogni continente e non subisce scossoni nemmeno quando i suoi leader muoiono o vengono arrestati perchè può contare su dei “grumi di potere” che ha costruito e portato avanti fin dagli anni ’70 con entità come gruppi politici extra-parlamentari e massoneria.

Lo stesso modo in cui si formano e stringono i legami all’interno della struttura mafiosa, ovvero tramite calco dei legami di parentela, riduce al minimo il tasso di pentitismo: una differenza importante rispetto ad altri esempi di criminalità organizzata come la Camorra o Cosa Nostra. Anche per questo motivo, un giornalista trova molta difficoltà nel capire di chi fidarsi per reperire le informazioni del caso – oltre che nell’evitare di diventare “strumento” nelle mani di altri – e subisce con maggiore facilità l’isolamento dalla comunità. Arma che i mafiosi – ha continuato Cordova – usano sempre più spesso per mezzo di querele proditorie e bugie al fine di mettere a tacere chi fa domande scomode. Al contrario, sebbene rimanga più forte nell’immaginario collettivo, la violenza è sempre meno usata.

Franco Castaldo, ©agrigentonotizie

In seguito, ha preso la parola Castaldo affermando, al principio del suo intervento, che “la mafia è una scienza esatta” e, in quanto tale, può essere studiata e, talvolta, anticipata. La sua esperienza per Grandangolo è quella di una piccola redazione – e quindi di una realtà dalle limitate disponibilità economiche – ostacolata frequentemente da querele e dalla minaccia di cause giudiziarie che prevederebbero costosissimi risarcimenti. Nel suo piccolo, il giornalista di Agrigento, ha affermato di essersi visto a più riprese costretto a girare armato quando era in pubblico constatando, d’altra parte, che coloro i quali devono essere “eliminati” vengono “sparati” senza alcun “avviso”. Questo ultimo termine significa, ad esempio, incendi dolosi a macchine o abitazioni oppure buste con i proiettili lasciate sull’uscio di casa.

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Una volta terminato il panel, siamo riusciti ad ottenere un’intervista – che riportiamo qui di seguito – con Claudio Cordova.

Partiamo da una domanda più personale. Qual è stato il motivo che ti ha spinto ad intraprendere la professione di giornalista?

Fin da piccolo la passione per il racconto, per la narrazione, che è sempre stato qualcosa che mi ha affascinato.. scrivere per raccontare. Dopodichè vivendo in un territorio difficile come quello calabrese, ad alta densità mafiosa, è ovviamente subentrata anche una componente sociale. Credo in un giornalismo partecipativo investigativo ma soprattutto sociale, quindi come arma per la società civile, per le cosiddette persone “perbene” per avere un momento di crescita e una forma di riscatto rispetto alle tante devianze che hanno quasi tutte, come dire, la matrice mafiosa a Reggio Calabria ma comunque in Calabria che poi rendono il territorio invivibile sotto il profilo sociale e sotto il profilo economico. Credo che il nostro principale compito sia quello di far capire ai cittadini che l’Ndrangheta non crea lavoro come invece vuole far passare.. non crea ricchezza ma, anzi, è una delle principali cause dello stato di povertà in cui vive il Meridione e nella fattispecie la Calabria.

Durante l’incontro accennavi sia al silenzio che alla semplificazione della vita in Calabria.. prima hai fatto l’esempio del modello delle armi per cui tutti girano armati. Qual è secondo te il motivo?

Claudio Cordova a "Fuori in 30 minuti"

La Calabria, purtroppo, è sempre stato un territorio a perdere in cui poter commettere le peggiori azioni criminose, talvolta con le complicità statali.. non a caso è territorio di inquinamento, inquinamento pesante, non dei cosiddetti rifiuti solidi urbani ma di inquinamento nucleare, navi affondate al largo delle coste calabresi, inquinamento nell’Aspromonte e non solo. Io definisco sempre Reggio Calabria un “laboratorio criminale” per i suoi legami, in particolare quelli dell’Ndrangheta con pezzi delle istituzioni deviate ma anche con pezzi del terrorismo, dell’eversione nera.. rapporti datati che si inquadrano tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’70. Non dimentichiamo che il “Golpe Borghese”, quello poi non attuato, doveva coinvolgere in primissima persona di alcuni dei boss più importanti dell’Ndrangheta del tempo e non dimentichiamo che un altro terrorista molto noto dell’eversione nera, Franco Freda, ha trascorso la sua latitanza a Reggio Calabria come ospite della famiglia De Stefano. Questi collegamenti fanno si che l’Ndrangheta abbia messo le proprie mani su alcune delle storie più inquietanti d’Italia rendendo, appunto, la Calabria un territorio a perdere in cui è possibile fare ogni affare criminale, ovviamente arricchendo la criminalità organizzata.

Hai accennato al fenomeno del pentitismo, che i Calabria è molto ridotto rispetto, ad esempio a quanto avviene in Calabria ed in Sicilia. C’è un qualche motivo? Magari un motivo sociale.

I motivi sono quelli propri dell’omertà, che riscontriamo anche in Sicilia e comunque anche in Campania. Il vero dato è che le cosche dell’Ndrangheta, a differenza di quelle camorristiche e quelle siciliane, sono famiglie, famiglie di sangue in primis. Di conseguenza, un personaggio che volesse intraprendere un percorso di collaborazione e diventare pentito, dovrebbe sostanzialmente accusare il proprio fratello, la propria sorella, il padre, quindi parenti assolutamente stretti, congiunti. Sotto il profilo umano è un qualcosa di quasi contronatura.. a riprova di ciò le cosche sono spesso indicate per il cognome. Questo rende l’Ndrangheta – anche se qualcosa si sta muovendo – immune al fenomeno del pentitismo.

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Sono entrato a far parte del team Sconfinare in un ormai lontano Ottobre 2014. Pur non essendo più parte fissa della redazione, seguo sempre con affetto e molta attenzione ciò che riguarda il giornale. Quando stacco la penna dal foglio, mi piace passare il mio tempo libero tra la musica ed il cinema, ma anche tra sport e letteratura (con in mezzo l'attualità ed un certo debole per i videogames)

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