#ijf17 – Migranti: le voci di chi fa la differenza

Il Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia non poteva di certo trascurare la tematica migratoria, un fenomeno umanitario e conseguentemente mediatico che da ormai qualche anno a questa parte sta investendo in modo massivo la nostra Penisola.

La giornalista e scrittrice Marina Petrillo, intervistando i numerosi ospiti e facendosi raccontare le loro diverse storie, ha dimostrato come non esista un modo asettico con cui approcciarsi al fenomeno dei migranti e non sia possibile essere anestetizzati e apatici nei confronti di un tale sconvolgimento: esso ci cambia necessariamente, ponendoci di fronte all’evidenza di non potersi voltare dall’altra parte ma di dover trovare il proprio personalissimo modo di fronteggiare la situazione.

Giulio Piscitelli ha imbracciato l’arnese del suo mestiere, la macchina fotografica, e, impegnandosi in ciò che sa fare meglio, ha costruito un reportage seguendo le rotte dei migranti che dall’Africa sbarcano sulle nostre coste. La lente del suo obiettivo ha catturato immagini forti che lui ha letto come la risposta a ciò che è il mondo odierno e il nostro sistema politico ed economico a livello globale. Il suo intervento ha voluto sottolineare l’importanza della dimensione individuale entro un fenomeno intrinsecamente collettivo come una migrazione: ognuno può prendere consapevolezza della vicenda decidendo di approfondirla attraverso i propri occhi, o le proprie lenti, nel suo caso.

Il dottor Pietro Bartolo è un medico ginecologo di Lampedusa e cavaliere dell’ordine al merito della Repubblica Italiana per il lavoro che svolge quotidianamente da 26 anni nella sua isola natia. Ha condannato con ardore quello che egli stesso chiama “terrorismo mediatico”: l’uso e l’abuso di locuzioni come “problema migratorio” e “fenomeno epocale” per descrivere una situazione che non ha nulla di straordinario, se non l’indifferenza con la quale ad essa ci si rivolge. Non esita infatti a definire il fenomeno un “nuovo Olocausto”, con la terribile aggravante che noi tutti siamo ben consci di ciò che accade nei nostri mari. Si rifiuta di accettare la netta distinzione che i media ci propinano tra rifugiati e migranti economici – come se esistessero migranti di serie A e migranti di serie B. Per il medico di Lampedusa, morire di guerra o di miseria significa pur sempre morire.
Gli sforzi dell’Unione Europa concretizzatisi in una serie di operazioni atte a salvare vite umane come Mare Nostrum, Triton e Frontex, hanno purtroppo avuto anche risvolti negativi: gli scafisti, approfittando del fatto che ci fossero navi europee a recuperare i corpi, hanno iniziato a sostituire le imbarcazioni con i gommoni causando così, a partire dal 2013, l’aumento di naufragi e morti.
Le vittime che pagano il prezzo più caro della traversata sono le donne. La maggior parte di esse raggiungono le coste italiane gravide o gravemente ustionate a causa della cosiddetta “malattia da gommone”. La miscela di benzina e acqua salata con cui vengono a contatto, stando sedute per parecchi giorni al centro dei gommoni, le deturpa in modo irreparabile e, alle volte, tali bruciature risultano mortali.

Pietro Bartolo
Pietro Bartolo

Bartolo, con appassionate parole, descrive il suo lavoro come una vera e propria missione e considera il racconto di ciò che vede ogni giorno una responsabilità personale. Ha iniziato a narrare queste tragedie nel documentario “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi e ha continuato nel suo libro “Lacrime di sale”. Non lo muove la ricerca della notorietà o la nomea di “eroe” che i giornalisti spesso gli affibbiano. Al contrario, tenta di far emergere la normalità di ciò che ogni giorno svolge a Lampedusa e il fatto che la società lo consideri straordinario, significa che in essa c’è qualcosa di profondamente sbagliato e compromesso.

Un altro “non-eroe” dei nostri giorni è Andrea Costa, attivista di “Baobab experience”, un progetto romano di “accoglienza dal basso” basato sull’idea di “riumanizzare” i migranti.
“Baobab experience” sopperisce alle mancanze delle istituzioni: accogliere non significa solamente fornire un pasto caldo, un vestito pulito e un tetto sulla testa ma predisporre un “esercito” di psicologi, insegnanti e mediatori culturali. L’obiettivo è reputare i migranti qualcosa di più che asettici numeri: considerarli in primis persone, con le loro storie e le loro aspirazioni. Questa apparente sterile retorica da “festival dei buoni sentimenti” è l’unica realistica soluzione che chiunque elaborerebbe dopo esser stato anche un solo giorno con questi ragazzi e giovani soli, con le donne ferite e i bambini fortemente traumatizzati. La percezione comune e diffusa è che l’immigrazione sia un tema di sicurezza, ma questo approccio al fenomeno è estremamente sbagliato. Investire in accoglienza è il modo migliore per investire in sicurezza.

Carlotta Sami, portavoce UNCHR per il Sud Europa, definisce il fenomeno un’enorme sberla in faccia all’Europa”, la cui sfida odierna è dare la possibilità di parlare e far vivere queste esperienze di accoglienza e integrazione in modo che si diffondano a livello locale. I “canali legali” ed istituzionali per fronteggiare la situazione esistono, ma scarseggia la volontà politica dei vari Paesi.  Nel caso specifico dell’Italia, la mancanza di un progetto proveniente dall’alto si avverte osservando il mondo della scuola, che tenta di operare integrazione e inclusione, anche se in modo estremamente diverso da zona a zona. Benedetta Tobagi ne ha fatto un’analisi approfondita attraverso la lente delle famiglie e dei bimbi. Finora, l’Italia non è stata protagonista di situazioni analoghe alle banlieue francesi o ai quartieri-ghetti belga ma la sfida inizia proprio ora e la “cura” è nella scuola.

L’intervento di Steve Scherer, giornalista di Reuters, ha avuto un approccio internazionalistico: egli ha definito una “finzione pericolosa” il memorandum tra Libia e Italia firmato il 2 febbraio per tentare di bloccare le operazioni illegali sui migrati. Un accordo che non può esistere perché incompatibile con i nostri valori fondamentali – visto che i centri di accoglienza libici sono veri e propri centri di detenzione.

Le voci di queste persone, le cui esperienze di accoglienza e integrazione risultano le une diverse dalle altre, sono accumunate dal medesimo tono veemente e al tempo stesso appassionato di chi tocca con mano, quotidianamente, la drammaticità della situazione dei migranti. Trasmettono la sensazione che potremo davvero provare empatia per questi uomini e donne solo se proveremo a dar loro una possibilità, mettendoci a loro disposizione nel modo che più ci è caratteristico.

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