#ijf17: RegeniLeaks, il progetto de L’Espresso per la verità sul caso Regeni

A parlarne a Perugia sono Lirio Abbate e Marco Pratellesi, autori assieme agli assoldati Raffaele Angius e Brahim Maarad, introdotti da Anna Masera (La Stampa): il titolo del panel, “Giornalisti e Hacker per l’interesse pubblico” indica l’argomento in questione – il Progetto del noto settimanale italiano, nato un anno fa, nella primavera del 2016, dopo la misteriosa e tragica scomparsa (avvenuta in febbraio) di Giulio Regeni in Egitto. Abbate e Pratellesi sono intenti a scoprire la verità su un caso spinoso, divenuto di carattere internazionale (coinvolgendo Italia e Egitto), ma al quale ancora ufficialmente non è stata data una risoluzione.

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Da qui l’idea di una sperimentazione, qualcosa ben più di una semplice inchiesta, innovativa e allo stesso tempo molto rischiosa. Rischio che, tuttavia, nessun altro giornale italiano ha deciso di assumersi. Abbate e il collega Pratellesi decidono di coinvolgere un esperto informatico, l’hacker Raffaele Angius, per creare una piattaforma che possa quindi aprire un canale con fonti d’informazione che diano nuovi contributi sul caso Regeni e che portino dunque a capire chi sia il responsabile della morte del giovane ricercatore friulano.

lirio abbate

L’importanza di proteggere la fonte è fondamentale, essa infatti rimane sempre anonima. Può trattarsi di chiunque, un meccanico, un farmacista o uno studente, pur che sia informato dei fatti” – afferma Angius. Persone disposte a diventare Whistleblower e a rischiare la vita per rendere pubblica la verità.

In Egitto non c’è una situazione che garantisca sicurezza, il regime militare effettua un forte controllo sull’informazione e la maggioranza delle fonti è filo-governativa – quelle indipendenti sono scarsissime. “Il regime viola costantemente i diritti dei cittadini, vi era volontà da parte nostra di dare parola anche a tutte quelle alle quali è stato imposto il silenzio, ma che sono a conoscenza di dettagli e informazioni importanti e preziose per la nostra causa“. Subentrano dunque le tecnologie che permettono di contattare queste fonti come TOR NETWORK, software che consente l’accesso a internet impedendo la registrazione geografica dell’utente. “L’utilizzo di Internet e della stessa tecnologia deve essere estremamente prudente” – dice Angius, – “vi è sempre il rischio umano dell’errore, ma è necessario proteggere la fonte“.

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Grazie alla piattaforma Global Leaks (realizzato dal centro Hermes di sicurezza informatica) nasce RegeniLeaks. Per chiunque voglia comunicare un’informazione, c’è un questionario da compilare che, pur rimanendo anonimo, dà informazioni necessarie (età, area di provenienza). Gli informatori, una volta compilato il questionario, ricevono una comunicazione via chat, con un codice che consente di accedere in sicurezza e depositare le informazioni sulla piattaforma; nel caso l’informatore abbia dei ripensamenti o non si senta comunque sicuro, è libero di abbandonare la piattaforma stessa. “I risultati ottenuti sono molto eterogenei, abbiamo ricevuto informazioni attendibili, ma anche tanta spazzatura e messaggi devianti” – afferma Angius. La piattaforma poi contiene al di là di questi utili strumenti, anche training per giornalisti (ad esempio per la cifratura).

Ma se la tecnologia sembra funzionare alla grande, emergono altre difficoltà: come verificare per esempio le notizie inviate attraverso la piattaforma?
Interviene Pratellesi: “In questo progetto come d’altro canto in tutte le altre nostre inchieste, abbiamo dato grande importanza alla verifica delle informazioni e dell’attendibilità delle fonti. Vi è poi una difficoltà nella difficoltà, cioè dover parlare ad un mondo che parla un’altra lingua, l’arabo, e che in generale non aveva idea di che cosa fosse L’Espresso”. C’è bisogno di un traduttore: Brahim Maarad, giovane giornalista bilingue di origine marocchina e già caposervizio al Nuovo Quotidiano di Rimini e collaboratore con altre testate locali. Anche Brahim condivide la linea di Pratellesi: “Credo sia giusto pubblicare solamente le notizie verificate, non bisogna pubblicare a tutti costi. Il nostro lavoro ha dato i suoi frutti e alcuni articoli pubblicati da l’Espresso in arabo sono stati ripresi dal canale Al Jazeera. Tutto ciò costitusce un aiuto alla popolazione a rompere il silenzio imposto dal regime e dalla propaganda mediatica“.

pratellesi

L’Espresso, poi” – continua Pratellesi, ora co-direttore dell’agenzia AGI – “è stato il primo giornale a parlare di delitto di stato, e ciò è motivo d’orgoglio per la testata. Il responsabile è uno e uno solo, ovvero il generale al-Sisi e il governo egiziano“. Per Pratellesi, il giornalismo è soprattutto una questione di etica e dei capisaldi che stanno alla base di questa professione, di questo lavoro. “Sono da rifiutarsi tutti questi modelli che pubblicano senza verificare la fonte, altrimenti ognuno con i mezzi tecnologici attualmente a disposizione può essere considerato un giornalista; la fonte stessa deve essere protetta, la sicurezza è fondamentale tanto quanto la questione dell’anonimato, previsto dalla Carta dei diritti di Internet, se guardiamo anche all’esempio di Edward Snowden“. Pratellesi afferma una regola, sperimentata sul campo: “O impari a imparare o sei perduto! Si tratta di dimostrare la tua credibilità verso te stesso e verso soprattutto i lettori“.

Conclude Abbate: Il test prevedeva una durata (chiaramente sperimentale) di un anno, con una verifica continua, costante non solo delle notizie (distinguere il falso dal vero e in generale le bufale, notizie spazzature) ma del funzionamento del programma stesso. “Dopo un anno” – afferma Lirio Abbate – “il giudizio non può che essere positivo, l’obbiettivo è stato raggiunto e la verità è stata finalmente scoperta: il governo egiziano è colpevole dell’arresto e sequestro, della tortura e dell’omicidio di Giulio Regeni. Noi riteniamo che il progetto non abbia più da continuarsi, siamo soddisfatti dei risultati ottenuti e di aver reso giustizia a Giulio e a tutta la sua famiglia“.

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