#ijf17 – Tutta colpa del Web: come reagire all’impatto digitale

Tra le innumerevoli carte di diritti che stabiliscono i principi inviolabili in ogni campo dell’esistenza umana, ne esistono alcune poco note, seppur di rilevante importanza e attualità. Una di esse è la Dichiarazione dei diritti in Internet, un testo elaborato nel 2015 dai deputati di una apposita Commissione. Essa provvede all’esigenza di rispondere all’impatto digitale sulla società contemporanea, in cui i fenomeni virtuali hanno esponenzialmente esteso la loro influenza per proiettarsi in modo concreto e tangibile nel mondo reale.

Durante il Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, ne hanno discusso Martina Pennisi, firma del Corriere della Sera che si occupa principalmente di tecnologia e digitale e Stefano Quintarelli, deputato indipendente della Camera, guidati dal giornalista freelance di attualità tecnologica Marco Viviani.

L’abuso quotidiano e mediatico di termini come “cyberbullismo” e “fake news”, “istigazione all’odio virtuale” e “post-verità” ha diffuso la percezione che la politica abbia iniziato ad occuparsi del macrocosmo del web da pochissimo tempo, ma è pur vero che il mondo della rete non è comparso ieri. Il dibattito politico si occupa del digitale e di ciò che ne concerne da almeno 20 anni: dalle leggi sull’editoria estese al Web al dibattito sui videogiochi, dalla comparsa di Facebook fino agli odierni fenomeni sopracitati.
Pennisi, osservando il breve excursus storico sulle mosse della politica nei confronti del digitale, deduce facilmente che il dibattito politico e i vari progetti di legge da esso scaturiti risultino funzionali solamente a rispondere alla pressione mediatica del momento. Quando un nuovo fenomeno digitale si impone sulla società, che sia esso la diffusione dei videogiochi, di Facebook o delle fake news, arriva la risposta della politica, spesso, purtroppo, sbrigativa e approssimativa. Insomma, un circolo vizioso alimentato dalla volontà di cavalcare l’onda della follia mediatica, un errore che la politica non dovrebbe permettersi.
Ne è emblematico esempio la cosiddetta “legge anti fake news e odio in rete”, un progetto legislativo avviatosi recentemente in Germania. In realtà, il testo di tale progetto non parla specificatamente di fake news, ma regolamenta il mondo del digitale abbracciando quindi, in minima parte, anche il tema della diffusione di false notizie. Eppure, sono i giornalisti stessi ad aver titolato in quel modo gli articoli sul progetto di legge tedesco, così che possano rimbalzare sui media.

November 18, 2016
November 18, 2016

L’altro grande errore della politica nei confronti del Web consiste nel fatto che i vari progetti legislativi siano tentativi di regolamentare fenomeni che tutt’oggi ancora non conosciamo e spesso non circoscrivibili per loro stessa definizione.
Quintarelli sottolinea come, per esempio, prima di legiferare sulle famigerate fake news, sarebbe opportuno svolgere un’approfondita analisi conoscitiva per cercare di comprendere cosa esse siano e come si sviluppino. La razionalità ci suggerisce subito che il confine tra ciò che è vero e ciò che è falso è labile, o forse nemmeno esiste. Il tema è sicuramente rilevante, in quanto i suoi effetti concreti esistono e influenzano la nostra realtà, ma sarebbe inequivocabilmente inadeguato che fosse un’organizzazione o lo Stato a decidere cosa far sapere e cosa no. I fact checker attuali sono aziende private (vedi Twitter, Facebook…) ma dovrebbe esistere il diritto dell’utente di fare ricorso al social network in questione per poter rivendicare quanto detto. Insomma, ognuno dovrebbe avere la libertà di dire ciò che vuole, prendendosene però la responsabilità e quindi avendo la possibilità di risponderne.
Quintarelli parla di “anonimato protetto”, cioè la garanzia dell’anonimato dell’utente coniugata alla riconducibilità. Un meccanismo relativamente semplice che permetterebbe a ognuno di rispondere delle proprie azioni virtuali ma non far ricadere le loro conseguenze presenti o future su utenti terzi, ricollegabili per parentela o vicinanza. Sarebbe inoltre garantita la scissione fra l’azienda che fornisce il servizio Web e il “database” di codici utili a ricollegare il profilo ad un’identità reale.

Le parole illuminanti dei relatori e la nostra esperienza quotidiana non fanno che confermarci come la tecnologia sia una tematica estremamente complessa ma da cui la nostra epoca dipende in modo viscerale. Sorge spontaneo chiedersi quali siano le modalità con cui la politica cerchi di dare le adeguate risposte, al di là della diffusa prassi di assecondare le pressioni mediatiche. Quintarelli palesa allora la terza grave mancanza dello Stato italiano nei confronti del mondo digitale: in Parlamento non esiste una specifica commissione che si occupa specificatamente di tecnologia ed innovazione. Per rispondere a tali esigenze, è nato l’ “intergruppo per l’innovazione”, una sorta di associazione pluripartitica che in parte sopperisce alle mancanze e ha creato una rete di collegamento con altri gruppi europei di tal tipo.
Inoltre, all’autorevolezza va aggiunta autorità: la creazione di un ministero per l’innovazione tecnologica sarebbe il primo passo concreto per far sì che le problematiche del Web assumano il peso che spetta loro.

Per evitare di commettere il grossolano errore di addossare tutta la colpa alle mancanze dello Stato, è bene ricordare che, come per tutte le cose,  la politica è immagine del popolo. Pochi sono gli esperti in campo, molti coloro che quotidianamente fanno uso del Web senza conoscerne nemmeno i fondamenti. Per questo Pennisi ricorda che l’aspetto prioritario della questione è l’alfabetizzazione e l’educazione alla tecnologia, la cultura all’innovazione che abbracci tutti, dai “nativi digitali” a coloro per cui il Web è ancora un fantascientifico mistero.

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