Il ballo: la Parigi anni ’20 dei parvenu attraverso le parole di Irène Némirovsky

Il racconto di Irène Némirovsky Il ballo costituisce un testo fortemente autobiografico della scrittrice russa naturalizzata francese.
Nata a Kiev nel 1903, figlia di Leon Némirovsky, assistette all’ascesa della propria famiglia: il padre, infatti, lavorando nel mondo della finanza divenne uno dei più ricchi banchieri dell’Impero Russo. Irène fino all’adolescenza trascorse la sua vita tra una lussuosa casa a San Pietroburgo e comodi soggiorni estivi nelle regioni costiere dell’Impero, a seguito dello scoppio della rivoluzione russa nel 1918 si trasferì a Parigi con la famiglia.

La relazione di Irène con la madre costituisce uno dei nuclei tematici più ricorrenti nelle sue opere: le ricerche autobiografiche sull’autrice sono riuscite a raccogliere molti dettagli riguardanti Faiga Nèmirovsky e il suo rapporto con la figlia. Fanny trascorre molto tempo fuori casa, tra massaggi e relazioni extraconiugali, lasciando la piccola Irène alle cure dell’educatrice: la nascita della bambina era stata percepita come inizio del declino della sua femminilità. Il fastidio che Fanny nutre nei confronti della figlia diventa sempre più manifesto con il passare degli anni, l’Iréne adolescente costituisce una rivale per la madre, il suo fiorire una minaccia: meglio vestirla e pettinarla come una scolaretta, ingabbiandola così nelle fattezze di un’eterna bambina. Irène si rifugia quindi nella lettura e soprattutto nella scrittura, in cui trova un mezzo tramite il quale sfogare il proprio odio nei confronti della madre e della ricca borghesia di cui lei stessa è parte.
”Ah come le odio le vostre moine europei! Quello che voi chiamate successo, vittoria, amore, odio, io lo chiamo denaro! E’ un’altra parola per dire le stesse cose!” dice la scrittrice.

Il racconto è ambientato nella Parigi dei ruggenti anni ’20 e narra le dinamiche di una famiglia di parvenu.
I signori Kampf sono degli arricchiti con aspirazioni annichilenti: il signor Kampf, usciere alla Banca di Parigi, poi impiegato di quest’ultima dopo aver fatto fortuna in Borsa si trasferisce con la moglie Rosine e la figlia Antoinette da un appartamento piccolo e buio a uno luminoso ed elegante.
I coniugi ritengono quindi necessario affermare il nuovo “status quo”: non bastano più le dimostrazioni formali, come l’uso di darsi del “lei” di fronte ai domestici o, nel caso della signora Kampf, lo sfoggio di un braccialetto decorato con diamanti: bisogna indire un ballo ed invitare più di duecento persone. Sebbene moglie e marito siano entrambi esaltati dalla nuova condizione, Rosine appare quella più coinvolta:“Dimentichi sempre che adesso siamo ricchi Antoinette” esclama ammonendo la figlia, e l’orgoglio del presente si sostituisce alle considerazioni di delusione e insoddisfazione passate: “Mi fa male pensare al fatto che ci sono persone che vivono bene e sono felici, mentre io passo i migliori anni della mia vita in questo lurido buco di casa a rammendare i calzini”.
La volontà di riuscire a tutti i costi non rappresenta tuttavia il difetto maggiore di Rosine Kampf: anaffettiva nei confronti della figlia, ossessionata dalla paura che si possa scoprire la loro umile provenienza istruisce quotidianamente la ragazzina sulla risposta che lei avrebbe dovuto dare nel caso in cui i domestici le avessero chiesto dove si trovasse la sua precedente dimora.

Centrale è la scelta degli invitati: costituiscono un investimento per i ricevimenti e le possibili amicizie che potrebbero esserci nel futuro. Il primo gradino per l’ascesa sociale agognata da entrambi i coniugi Kampf. Ci vuole criterio anche nel compiere tale attività, in modo tale che il futuro si evolva nel modo in cui è stato progettato. “Ci vuole metodo, cara mia…Per il primo ricevimento, tanta e tanta gente, più facce possibile… Solo al secondo o al terzo si può fare una cernita…Ma questa volta bisogna invitarne a bizzeffe…”

Alla notizia del ballo Antoinette vorrebbe parteciparvi, ma intenzioni della madre sono quelle di mandarla a letto. La ragazzina vorrebbe urlare contro Rosine, ma è bloccata, incapace di esprimersi, trattata come una bambina quando lei vorrebbe solamente ballare, abbracciata a un uomo, come una vera signorina.
I coniugi Kampf sono incapaci e distratti nei confronti della figlia: il padre completamente assente è succube della moglie e desideroso quanto lei di intraprendere la scalata sociale. Dopo lo scontro tra madre e figlia per il ballo esordisce con un: “Andiamo avanti con la lista, è più interessante” manifestando il completo disinteresse per la ragazza.

Le lacrime stentate che rigano le guance scarne di Antoinette rappresentano il sintomo tangibile della lotta che avviene dentro di lei e della consapevolezza della sua inettitudine: da una parte desidera dimostrare a se stessa e agli altri che le offese materne non la toccano, non sono in grado di svilirla, né di modificare la percezione che ha di sé, ma allo stesso tempo è conscia della propria debolezza ed è costretta a scontrarvisi. Una ragazzina di quattordici anni non può graffiare e picchiare l’odiosa figura senza subire ritorsioni e non può neanche liberarsene completamente in quanto dipendente da lei.

L’altra frustrazione di Antoinette è rappresentata dal fatto di non essere amata da nessuno, dal sentirsi insignificante, poco desiderabile; è la gelosia per la sua Miss, l’educatrice inglese e il fidanzato di quest’ultima, unita al malessere costante che nutre per la propria esistenza a farle compiere “la bravata”, quell’atto selvaggio, vendicativo, realizzato sotto la spinta di una forza irrazionale, da lei sempre conservata e nutrita: accartoccia, distrugge e getta nella Senna gli inviti che avrebbe dovuto infilare nella buca delle lettere. Odio e insofferenza per tutto ciò che desidera e di cui si sente ingiustamente privata: sono questi i sentimenti che conducono il suo agire.

Antoinette non si potrebbe definire un personaggio positivo, né è possibile indicarla come antagonista e opposto dei suoi genitori: ne è il frutto. Ugualmente accecata da ciò che vuole, ugualmente frustrata dalla condizione nella quale si trova è incapace di trovare una via d’uscita dignitosa, una vera rivoluzione che non si limiti a una vendetta apparentemente banale. Attraverso il racconto il lettore viene spinto a schierarsi dalla parte di Antoinette, ingannato e circuito abilmente dall’autrice sostiene il gesto compiuto dalla ragazzina, compiacendosi visceralmente. L’atto di Antoinette genera gioia e appagamento per la frustrazione che il lettore inizia a condividere dalla prime pagine con la protagonista.

L’assordante egoismo della madre, fatto di moniti, sgridate, negazioni, rimproveri, recriminazioni nei confronti della figlia nutre l’empatia stabilita tra il lettore e Antoinette: se non ci fosse una madre tanto detestabile non sarebbe possibile provare simpatia per la ragazzina.
Lei si dimostra nei fatti e nei pensieri vicina alla mentalità che tanto detesta. La sera prima della bravata, dopo il litigio con la signora Kampf, chiusa nella sua stanza piange, nella notte della casa, dove tutto sembra tacere, tutto sembra essere quieto e calmo lei è desta e incontenibile. I suoi pensieri sono sgradevoli, stridenti, carichi, paragonabili al suono disturbante delle campane nel silenzio dell’oscurità. Il lettore percepisce fisicamente i propri timpani colpiti violentemente dai pensieri di Antoinette: “Sporchi egoisti, ipocriti, tutti, tutti..” E’ una climax inaspettata, un vortice di insoddisfazione ed odio nei confronti di tutti, del mondo, troppo stupido ai suoi occhi per capirla, per comprendere la sua intelligenza: mondo di cui si fa beffa e di cui augura la distruzione totale.

Continua martellante il ritmo scandito dai suoi pensieri: non desidera più la morte degli altri, ma la propria. Gode del disturbo che arrecherà alla sua famiglia tanto desiderosa di organizzare il ballo. Passa un attimo e le stesse pulsioni violente che generano lo sfogo di rabbia si trasformano in volontà di vivere: vivere per punire nuovamente i suoi carcerieri.

La sera del ballo tutto è pronto, ma nessuno si presenta, l’angoscia monta nel cuore della signora Kampf, Rosine impazzisce, incolpa suo marito di incapacità, il signor Kampf le rinfaccia la mediocrità dalla quale l’ha raccattata. Antoinette desiderosa di rendere completa la propria vendetta non resiste e si nasconde nel salone, ad assistere a disfacimento e all’umiliazione dei propri genitori, di sua madre nel specifico. Rosine è sfatta, il trucco colato, gli innumerevoli gioielli che la decoravano rotti, per terra.

Antoinette da carnefice spietata si trasforma in figlia compassionevole e tenta di consolare la madre: forse nel profondo la consapevolezza di aver dato inizio con quell’atto al percorso per la propria liberazione e affermazione la porta a provare pena per il disfacimento della madre, necessario per la realizzazione di sé.

Tenendo presente la storia della scrittrice si comprende, alla fine della narrazione, il perché il racconto risulti un ritratto autentico della borghesia europea del ‘900: la Némirovsky mette a nudo le emozioni di tutti i personaggi, non assolve nessuno istituendo un processo contro la società nella sua totalità.

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