Il centenario della Dichiarazione Balfour: con essa nacque la problematica del Medio Oriente

Giovedì 2 novembre è avvenuto l'incontro tra Benjamin Netanyahu e Theresa May per festeggiare il centesimo compleanno della Dichiarazione Balfour (Credits: Gisella Rossi Rossa/ Facebook).

Il 2 novembre 1917 venne fatta una dichiarazione che cambiò profondamente l’allora futuro e l’attuale presente dell’Oriente prossimo al Mediterraneo: la Dichiarazione Balfour. Nonostante giovedì abbia compiuto 100 anni, la Dichiarazione Balfour continua ad essere un argomento di discussione molto attuale, essendo ritenuta una delle cause principali del conflitto arabo-israeliano.

Il documento è contenuto in una lettera, la quale fu inviata dell’allora ministro degli esteri britannico Arthur Balfour, avente come ricevente il Barone Lionel Rothschild, ritenuto il rappresentante della comunità ebraica in palestina e referente del movimento sionista. La lettera era portatrice del messaggio che aprì di fatto all’immigrazione ebraica in Palestina: “Il governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, e si adopererà per facilitare il raggiungimento di questo scopo”.

L’ambiguità intenzionale di “National Home”, tradotto in italiano con focolare nazionale, fu sfruttata ampiamente dai sionisti, i quali subito interpretarono le due parole come sinonimo di Stato nazionale, e questo fu di fatto il punto da cui nacque la storia del moderno Stato di Israele.

Nell’immagine Arthur James Balfour e la Dichiarazione da lui scritta ( Credits: non in mio nome/ Facebook).

Le ragioni che potrebbero aver portato alla nascita della dichiarazione Balfour sono molteplici, ed è molto probabile che tutte esse abbiamo contribuito a questa presa di posizione. In primis, all’epoca, erano molto diffuse le teorie, suffragate con astuzia dalla guida del Partito Sionista Generale Chaim Weizmann, che vedevano gli ebrei come controllori e manipolatori delle principali banche e dell’alta finanza.

In secundis, in molti, tra cui il diplomatico inglese Sykes, ritenevano corretta la supposizione, anch’essa avallata furbamente da Weizmann, che dietro al comunismo ci fosse una grande componente ebraica interessata alle sorti della terra promessa, lobby che spingeva per l’uscita dalla guerra della Russia. Se queste teorie si fossero rivelate corrette, l’aver avuto dalla propria parte gli ebrei, secondo suggerimento di Weizmann, avrebbe dunque significato per gli inglesi avere dei finanziamenti vitali in tempo di guerra, e un possibile non ritiro russo dal conflitto.

Nonostante ciò, la ragione che sembra abbia contribuito maggiormente alla dichiarazione Balfour è sicuramente quella geopolitica-strategica. La Palestina, nell’ottica dell’Impero britannico, era vista come un territorio fondamentale per la protezione della principale colonia imperiale, l’India, e della sua principale via di accesso, il canale di Suez; la presenza ebraica nel territorio palestinese sembrava esser un alleato in loco più sicuro per il controllo della zona, rispetto agli arabi.

Al centro della foto Faysal I, futuro Re dell’Iraq, animatore della Rivolta Araba contro gli Ottomani a seguito della corrispondenza Husayn-McMahon (Credits: Fausto Bailo/ Facebook).

La Dichiarazione Balfour è però l’antitesi perfetta della corrispondenza Husayn-McMahon, avvenuta tra il 1915 ed il 1916 fra al-Husayn, hascemita sceriffo della Mecca, e Sir McMahon, alto Commissario britannico al Cairo. Nella corrispondenza la Gran Bretagna si dichiara “pronta a riconoscere ed appoggiare l’indipendenza degli Arabi in tutta la regione che si estende all’interno delle frontiere proposte dallo Sceriffo di Mecca”.

Gli inglesi volevano logorare la Sublime porta internamente, e la corrispondenza Husayn-McMahon faceva parte di una strategia per far sì che la popolazione araba, alla promessa dell’indipendenza, si ribellasse agli ottomani. Gli arabi furono quindi traditi due volte: sia con la dichiarazione Balfour, sia con gli accordi segreti Sykes-Picot, accordi che prevedevano il Medio Oriente suddiviso in zone di influenza francesi ed inglesi, non prevedendo di conseguenza uno Stato nazionale arabo.

La Dichiarazione Balfour diventò obbligo giuridico nel 1922, anno in cui la Gran Bretagna ricevette dalla Società delle Nazioni il mandato sulla Palestina; La Dichiarazione venne infatti allegata come preambolo nel documento in cui la Gran Bretagna esplicava le caratteristiche del mandato. L’obbligo sancì la legalizzazione dell’immigrazione ebraica in terra santa, che avvenne con forza soprattutto tra il ‘33 ed il ‘36 quando, a causa del nazionalsocialismo, la migrazione degli ebrei in terra santa aumentò a tal punto da portare la loro presenza dall’11% al 30% della popolazione.

Proteste palestinesi sono avvenute in molte città del mondo (Credits: Noi che amiamo Israele/ Facebook).

Giovedi 2 novembre 2017, durante le celebrazioni per i cento anni della Dichiarazione, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha definito la Dichiarazione Balfour come “l’impulso internazionale che ha contribuito alla nascita di Israele“. La premier britannica Theresa May, sempre durante le celebrazioni, dopo aver definito la Balfour come uno dei documenti più importanti della storia, ha dichiarato cheil Regno Unito deve essere fiero del suo ruolo avuto nella creazione dello Stato d’Israele; dopo una moderata accusa alla politica coloniale ebraica in Cisgiordania, la Premier residente a Downing Street ha affermato che “è necessario rilanciare i negoziati che portino alla creazione dello Stato Palestinese”.

Arriva da Ramallah invece la protesta di Abu Mazen, il quale afferma che “il governo britannico dovrebbe scusarsi pubblicamente con il popolo palestinese e risarcirlo politicamente e moralmente, riconoscendo lo stato della Palestina”. Forti manifestazioni palestinesi sono avvenute in molte zone del mondo per protestare contro la cerimonia festosa a Londra. Se per gli israeliani quindi si è trattato di un giorno di festa, per gli arabi il compleanno della Dichiarazione Balfour risulta esser ancora una giornata di lutto, una ferita aperta, che ricorda tutte le promesse infrante dalla politica coloniale britannica in passato.

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Studente di Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'università di Trieste. Grande appassionato di qualsiasi sport ed attratto dall'Estremo Oriente. Quando non riesco a convincere Kim Jong-un a fare a meno del programma nucleare, mi consolo con un buon drink.

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