Lega-M5S: il Governo per il Cambiamento e la tragica assenza della politica estera

Palazzo Montecitorio, sede della Camera dei deputati. Wikipedia

Seguendo la massima nata poco dopo il Risorgimento, che tanto ha fatto male a questo paese negli anni, la politica estera “meno si fa meglio è”: la bozza di contratto di governo, siglata dai due partiti vincitori delle elezioni politiche del 4 marzo, dedica solo 15 righe su 40 pagine per delineare le priorità del paese nell’arena delle relazioni internazionali. Leggermente più approfondito, anche se formulato in modo estremamente vago, è il capitolo dedicato alle politiche europee, con quasi una pagina sulle 40 totali del documento. Nonostante il poco peso complessivo di temi che sono invece estremamente rilevanti per l’interesse nazionale, cercheremo di capire quale sia la visione di politica estera che si prospetta il futuro Governo giallo-verde.

Il capitoletto “Politica estera” è diviso in tre parti: la prima (quattro righe) è dedicata ad una generica introduzione dove si dichiara che la politica estera sarà indirizzata alla difesa dell’interesse nazionale ed il principio di non-ingerenza negli affari interni.

Segue poi la parte centrale (sei righe), dove subito emerge che la linea prevalente è quella leghista, che, con un’acrobazia diplomatica, sottolinea da un lato la vicinanza agli Stati Uniti (“alleato prioritario”) e la centralità del Patto Atlantico, ma dall’altro punta alla piena riabilitazione internazionale della Russia come interlocutore economico e strategico privilegiato, in modo da poter così risolvere le varie crisi internazionali (Libia, Siria, Yemen).

Foto Simone Bergamaschi/LaPresse, Evento Sum #01 del Movimento 5 stelle
In foto: Luigi Di Maio

Il tutto si conclude poi con cinque righe in cui si sottolineano quelle che dovrebbero essere le priorità geopolitiche dell’Unione europea: non essendo la Russia un problema o  un rivale in nessuno scenario (quasi che la Polonia e le Repubbliche Baltiche non siano stati membri), l’Unione dovrebbe concentrarsi principalmente sul Bacino Mediterraneo a causa non di interessi geopolitici, ma piuttosto di “estremismo islamico, [e] flussi migratori incontrollati”.

Il tutto viene poco integrato dagli altri capitoli del contratto per un Governo del Cambiamento. In quello dedicato alle forze armate si esprime la volontà di richiamare quelle dispiegate in zone non strategiche (senza specificare quali), mentre in quello dedicato all’immigrazione si identifica come prioritaria la necessità di stringere accordi con i paesi di partenza e di attuare una decisa lotta agli scafisti.

Il capitolo sull’Europa è un po’ più approfondito e le priorità paiono essere essenzialmente quattro: rafforzamento del peso del Parlamento europeo, ridimensionamento delle competenze dell’Unione (quali?), lotta ai trattati liberoscambisti come il TTIP e il CETA e ritorno al sistema monetario pre-Maastricht, quando gli Stati erano mossi da un genuino intento di pace, fratellanza, cooperazione e solidarietà (anche se non si capisce da cosa si deduca la solidarietà pre-Maastricht quando fu proprio la mancanza di solidarietà reciproca a segnare il crollo del Serpente monetario dopo la fine di Bretton Woods, gli shock petroliferi e lo SME durante la tempesta speculativa del 1994).

Insomma, un documento con una visione quantomeno semplicistica del ruolo internazionale che dovrebbe accollarsi la settima economia globale, nonché terza dell’Unione europea. Le priorità estere del paese paiono essere essenzialmente la lotta all’immigrazione e la riabilitazione della Russia nell’arena internazionale.

Parliamentary groups of italian Camera dei deputati LeU: 14 seats PD : 111 seats Misto: 21 seats M5S: 222 seats FI: 105 seats Lega: 125 seats FdI: 32 seats. Wikipedia

Aree di interesse strategico come i Balcani non sono nemmeno menzionate, la Libia è inclusa in maniera marginale (una delle molte crisi da risolvere, grazie alla collaborazione della Russia e zona in cui lottare contro i trafficanti di esseri umani); l’Africa  (in cui l’Italia era nel 2017 il secondo investitore estero) pare essere rilevante solo ai fini di accordi per i rimpatri dei migranti, il Medio Oriente è essenzialmente un altro buco nero e zone quali l’America Latina (unica area del globo in cui il nostro paese può contare una forte presenza di comunità di lingua italiana) e l’Asia paiono essere completamente irrilevanti.

Neppure nell’ambito dell’immigrazione, che dovrebbe essere il cavallo di battaglia della Lega, il contratto è chiaro su come affrontare il fenomeno dal punto di vista internazionale, e come si intenda costringere paesi che non hanno alcun interesse a favorire rimpatri a stringere accordi in questo senso. Non si comprende come attuare una lotta efficace ai trafficanti, in una Libia ridotta all’anarchia, così come non pare comprensibile che vengano completamente ignorati temi come quello della Rotta Balcanica, o il problema del reflusso da nord di richiedenti asilo respinti da altri Paesi membri.

In Europa, infine, a fianco di un rafforzamento dei poteri decisionali del Parlamento, il contratto sembra indirizzato a tentare di ridimensionare le istituzioni esistenti, restituendo competenze (non specificate) agli Stati membri e tornando a strumenti monetari che in passato hanno dimostrato più e più volte di non funzionare.

Matteo Salvini. Facebook

Insomma, il Contratto di Governo pare estremamente superficiale in uno degli ambiti invece più importanti delle competenze statali. Nonostante ciò si può dedurre che la dottrina leghista della politica internazionale, per quanto semplicistica, abbia prevalso, forse anche perché il Movimento 5 Stelle non ha mai cercato di sviluppare una visione di politica estera come ha fatto per altri temi. Ma può un Movimento che chiede agli italiani di governare il paese permettersi leggerezze del genere?

A discolpa delle parti contraenti si può certamente ricordare il poco tempo disponibile per la stesura del contratto. Si potrebbe però obiettare che dedicare così poco peso alla politica estera non sia comunque giustificabile, e che invece di far discutere tutti gli ambiti di politica governativa a una sola commissione si sarebbe potuto (e dovuto) suddividere i temi fra più commissioni settoriali. In questo modo i due partiti avrebbero potuto affrontare in modo pertinente tutti gli ambiti della politica statale. Forse però questo non era il loro fine. Meglio un’intesa di massima, per quanto superficiale. Questi sono i risultati dell’evoluzione del dibattito politico contemporaneo, in cui i partiti non paiono più voler (o poter) sviluppare una propria visione d’insieme su tutti gli ambiti necessari al fine di esercitare al meglio l’arte del governo. A pagare però rischia di essere il paese.

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