Il discorso del re al Verdi: il regale errore del grumino

Indiscutibile presenza scenica quella di Barbareschi (interpreta Lionel Logue, logopedista australiano e attore mancato) ne “Il discorso del re”, probabilmente la più incisiva dello spettacolo. E’ lui l’eroe della storia, capace di penetrare l’animo umano e alleviarlo dagli affanni e dalle colpe. Più che logopedista diremmo psicologo, amico e avventuriere, per i suoi metodi poco ortodossi. La balbuzia di Giorgio VI (un commovente Filippo Dini) non viene curata da un semplice esercizio di pronuncia, (che pure fa parte della cura, ma più per mantenere una parvenza di serietà nella terapia che per convinzione medica) piuttosto da una lunga discussione con se stesso e “l’uomo qualunque”. Lionel è una guida e un compagno per il futuro re nell’intricato sentiero della riscoperta del proprio io attraverso l’analisi delle insidie affrontante durante un’infanzia segnata fin da subito da controversie col borioso fratello David (Mauro Santopietro, affascinante latinlover dotato di barbetta caprina nel ruole del principe di Galles). Ed è proprio l’uomo qualunque l’ispirazione finale di Bertie (nomignolo affettuoso affibbiatogli in famiglia). L’uomo qualunque, le cui ambizioni, speranze e passioni risultano sconosciute ad un nobile così lontano dalla quotidianità, è colui che insieme ad altri uomini qualunque danno vita al vero sovrano di Inghilterra: il popolo.

Bertie deve affrontare il suo difetto non solo per se stesso ma soprattutto per il ruolo istituzionale che ricopre, fiero rappresentante di una nazione in una fase storica drammatica come poteva esserlo la vigilia dell Seconda Guerra Mondiale.

E tra un’analisi accurata e una retrospettiva psicologica, i due protagonisti non mancano di far sorridere il pubblico, ridendo essi stessi dei propri difetti e delle proprie mancanze. L’autoironia è il segreto della felicità, ma lo è anche evitare di dar vita a grumini nella costruzione di modellini di aerei, passione sfrenata di Lionel, utilizzata a sua volta come terapia per il paziente. E ancora felicità è il canto, usato per scacciare momentaneamente la balbuzie, il bere in compagnia, che sia té o che sia whiskey (che vittoriano momento!), il fuggire dalle proprie mogli (Astrid Meloni, moglie di Bertie e Chiara Claudio, moglie di Lionel) come due ragazzini che hanno rubato le caramelle, il prendere in giro l’autorità (Cosmo Lang, Arvivescovo di Canterbury con manie di grandezza) e il ritrovarsi ad essere infine amici, oltre che medico e paziente.

Prestante pure l’interpretazione di Wiston Churcill (Ruggero Cara), pragmatico e saldo servitore dello Stato.

Opera fluida e briosa, a tratti lenta ma per lo più gradevole, lascia spazio a momenti malinconici e di riflessione sulla difficile condizione umana, sul riuscire a reggere le responsabilità e sulla bellezza di un’amicizia.

Applauso finale al “discorso del re”, che, finalmente sconfitto il suo difetto di pronuncia, chiama a raccolta il suo popolo per affrontare le difficoltà della contingenza storica e lo fa con gran fermezza e commozione.

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