Il franco CFA è sotto accusa

Banconota di 5000 franchi Cfa. (credits: wikimedia)

Indicata come simbolo del neocolonialismo francese, è davvero la moneta africana a impedire lo sviluppo del continente?

“Se non affrontiamo il tema della sovranità monetaria in Africa non se ne esce più” afferma Alessandro Di Battista, del  Moviemnto 5 Stelle. Ma lui vuole superare la questione migratoria, partendo questa volta dalle origini del fenomeno e non concentrandosi sugli effetti, e vuole farlo in fretta. Così in un minuto scarso lancia, dal palcoscenico di Che tempo che fa, forti parole di condanna verso il franco CFA. Si tratta di una manetta, uno strumento neocoloniale, che la Francia sfrutta per frenare gli stati africani e negare loro una reale indipendenza.

L’ex franco coloniale, ormai franco della comunità finanziaria africana, è utilizzato infatti in 14 paesi africani, quasi tutti con un passato comune di colonie di Parigi. In realtà, questi Stati sono divisi in due blocchi, che utilizzano monete omonime ma diverse. La valuta comune fu creata nel 1945, con gli accordi di Bretton Woods, ed ha resistito al processo di decolonizzazione. Addirittura, nonostante l’indipendenza di tutta la zona subsahariana, il franco ha continuato nei decenni ad essere stampato nel Paese transalpino.

È quest’ultimo dettaglio che porta i 5 Stelle a gridare contro i cosiddetti poteri forti. La Francia, a sentir loro, impedirebbe l’effettiva autonomia monetaria dei Paesi africani, trattenendo inoltre metà delle loro riserve in valuta straniera. La conclusione è logica: se l’Italia è invasa da migranti, la colpa non è più tutta dei trafficanti e delle Ong. Buona parte di questa va addebitata allo sfruttamento operato dai nostri cugini d’oltralpe.

Le due aree in cui il franco viene utilizzato (credits: Wikipedia Commons)

Mentre l’ambasciatore francese viene richiamato in patria, tra gli italiani si riaccende il dibattito su un tema importante e spesso taciuto, quello del neocolonialismo. Ma se per questo è giusto lodare i grillini, alcuni dubbi possono invece sorgere per l’imprecisione che caratterizza il dibattito. Forse parlare di multinazionali o di sfruttamento di risorse sarebbe troppo, ci costringerebbe a fare autocritica; fatto sta che vedere il problema principale nell’esistenza del Franco è quantomeno curioso. Così come è improbabile il collegamento diretto stabilito tra la valuta e il flusso di migranti: Nigeria e Eritrea, giusto per fare due esempi, hanno monete proprie.

Le risposte all’attacco, va riconosciuto, non si distinguono comunque per brillantezza ed onestà. Macron insiste soprattutto sulla possibilità per gli stati africani di uscire dal meccanismo. Trascura le forti pressioni fatte in passato dal suo paese affinché questo non succedesse e soprattutto il fatto che questa sia quasi sempre una scelta delle elite locali, legate a doppio filo alla Francia.

Oscurato purtroppo dai commenti qualunquisti si scatena, però, anche un dibattito interessante. Se il franco esiste da oltre 60 anni deve avere, oltre a vari limiti, anche importanti pregi, o le ex colonie avrebbero trovato un modo per defilarsi. Il problema è però capire quali aspetti siano positivi e quali no: spesso non sono fatti oggettivi e di lettura unanime, ma dipendono dalle diverse scuole di pensiero. La stabilità, per esempio: quella della valuta africana è garantita dal cambio fisso con l’euro. Inoltre, così come i Paesi che adottano l’euro, gli Stati in cui circola il franco non possono sforare il 3% nel rapporto deficit/pil. Questi fattori impediscono alle classi dirigenti africane, spesso non del tutto affidabili, manovre economiche azzardate, e sono visti come salvifici dai vertici dell’economia mondiale.

Esiste però anche l’altra faccia della medaglia: l’area subsahariana è molto diversa dal continente europeo. L’economia non è già forte ma sta crescendo, e per farlo al meglio potrebbe aver bisogno di svalutare la moneta o di fare alcuni investimenti di grossa dimensione, cosciente che questo comporta un aumento del debito. Politiche viste ora come lontane dai maggiori stati, ormai stabilizzati, ma che sono state applicate in più occasioni, con risultati variabili: non solo dalla Germania negli anni 20, ma anche da tutti gli stati europei dopo la crisi del ’29.

Vladimir Putin e Xi Jinping: Russia e Cina sono tra i paesi con più interessi nell’economia africana (credits President of Russia)

Inoltre il fatto che la moneta sia forte favorisce non tanto le persone comuni, quanto i pochi ricchi. Questi hanno la possibilità di importare prodotti europei, più spesso di lusso che non generi di prima necessità. Non sono invece affatto premiati i produttori locali, che trovano mille difficoltà quando provano ad esportare le loro merci.

I risultati che dovrebbero derivare dall’adozione di una moneta unica sono ancora molto distanti dall’essere raggiunti: in primis, il commercio inter-regionale, che dovrebbe avere la strada spianata grazie alla moneta unica. In realtà, questo raggiunge solo il 15% delle esportazioni, mentre la quota maggiore è riservata a Unione Europea, ma non solo. Mentre tutti puntano il dito verso la Francia, molti sembrano non vedere che ormai a sfruttare maggiormente le ex colonie sono Cina e Russia.

Se il franco presenta quindi una serie di problematicità, che non aiutano lo sviluppo del continente a sud del Mediterraneo, agli Stati africani non si fa certo un favore proponendo una soluzione semplicistica come l’abolizione della moneta coloniale. Questa potrebbe rivelarsi una mossa azzeccata, ma anche nel migliore degli scenari non andrebbe a cancellare d’un colpo i grattacapi africani. Si tratta di problemi profondi, radicati e seri, e come tali andrebbero affrontati.

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