Il giunco mormorante

… la mia Barcarolle

(si consiglia di ascoltare, durante la lettura di questo articolo, la Barcarolle di Offenbach)

“Ognuno di noi ha la propria no man’s land, in cui è totale padrone di se stesso. C’è una vita a tutti visibile, e ce n’è un’altra che appartiene solo a noi, di cui nessuno sa nulla. […]l’uomo di tanto in tanto sfugge a qualsiasi controllo, vive nella libertà e nel mistero, da solo o in compagnia di qualcuno, anche soltanto un’ora al giorno, o una sera alla settimana, un giorno al mese […] Queste ore […]possono essere felicità, necessità, abitudine ma sono comunque sempre indispensabili per raddrizzare la “linea generale” dell’esistenza. Se un uomo non usufruisce di questo suo diritto o ne viene privato da circostanze esterne, un bel giorno scoprirà con stupore che nella vita non si è mai incontrato con se stesso.”

La storia di un amore che né la guerra, né la lontananza, né le difficoltà riescono a spezzare, ma l’assenza di libertà e verità, sia imposta che passivamente accettata. In una Parigi dove gli esuli russi si mescolano ad un crogiolo di altri volti e sguardi, alla vigilia dell’ultimo conflitto mondiale, un ragazzo svedese, temendo per la sua incolumità, decide di tornare nel suo Paese. La ragazza russa cui è legato lo lascia partire nella flebile speranza di un futuro incontro. La vita nella città occupata continua per la protagonista e lo zio, Dmitrij Georgevic (il personaggio più affascinante del racconto), presso cui vive, non si capisce se quale nipote, o in veste di segretaria o, infine, d’inquilina. Passano gli anni, intervallati solo da poche visite, e le lettere spedite in Svezia tornano indietro. Nessuna notizia da Nord-Est, una direzione di sventura.

L’occasione della pubblicazione di una biografia del famoso zio, la convince alla partenza verso il paese scandinavo, il desiderio di sapere che ne è stato di quell’amore mai dimenticato spinge la giovane alla scoperta di una verità da subito troppo chiara e semplice nella sua dolorosa realtà. L’amore è ormai vano, perché due sono le categorie di persone che si confrontano: chi è divorato dal dubbio, smarrito di fronte agli eventi, ma in fin dei conti vive, e chi, senza bisogno di porsi domande, nel suo tranquillo ordine e comfort nordico che si porta appresso, si lascia vivere e accetta passivamente una vita preconfezionata.

La protagonista, impossibile non immedesimarsi, è combattuta, non dice molto, ma sente moltissimo. Salva il suo ideale, ma lo salva e si salva proprio perché arriva a sfiorare il fallimento.

Lui, Ejnar, è patetico, fin dalle prime pagine appare privo di slancio, mediocre, nel bene e nel male. Non fa nulla, non dice nulla, è e rimane privo di ideali, il suo stesso silenzio è apatico, triste, non caldo e sofferto. Non ha sogni. Non si capisce se convenga compatirlo o compiangerlo.

Emma è la compagna perfetta, realizzata incarnazione borghese, anche nelle fattezze fisiche, intrisa di finto perbenismo e di mediocrità, non si fa apprezzare neppure quando afferma che “gli animali nobilitano”, che stupidaggine! Purtroppo ho sempre diffidato di chi ama troppo gli animali, perché ritengo sottragga parte di quell’amore agli uomini.

C’è l’Europa, nei suoi quattro punti cardinali, che sono anche rappresentazione di quattro realtà, visioni ed emozioni diverse. Parigi è di “verde bottiglia”, è l’attesa, l’ansia e la speranza. Stoccolma è fredda, buia e morta, è l’inizio della caduta. Venezia è la fine, il riscatto e la salvezza. La Russia è onnipresente, lo spirito di fondo che accompagna, quasi come un silenzioso Virgilio, il vivere e il sentire della protagonista e dei lettori. È il mondo precluso e abbandonato della Rivoluzione e del Comunismo, ma è anche il rifugio e il metro di paragone di ogni azione e riflessione, “noi russi abbiamo una poesia per ogni caso della vita”.

Consapevole si se stessa, anche se tormentata, alla fine la ragazza non cede ai giochi di potere leciti ed illeciti di chi la vorrebbe quale semplice burattino e comparsa, ma ritorna, nella cornice di una stregata e crepuscolare visione del Canal Grande, con i palazzi che sembrano finti, di merletto, alla verità, che diventa la sola libertà possibile.

Quello che resta è una domanda: amava veramente Ejnar o amava più quella parte della sua vita “di cui nessuno sa nulla”, la no man’s land e il martedì, suo fedele compagno?

Nina Berberova, con la sua voce femminile di straordinaria intensità, riesce ad esprimere una profondità ed una modernità di sentire che racchiude nella propria storia, membro di quella generazione che scelse la fuga alla Rivoluzione bolscevica esiliandosi nelle città europee, le incoerenze, le passioni e i confini del cuore umano. Non vincolandoci ad uno schema narrativo, ma lasciando spazio al lettore, ai suoi bisogni e alla sua interpretazione. Abbiamo tutto e niente, il vuoto e lo slancio più profondo …

“Tratto peculiare di Venezia: scomparire in un attimo, non correre dietro al treno, non agitare a destra e sinistra il capo in cenno di saluto come fanno le altre città quando le lasci – svanire in un solo istante, come se non esistesse, come se non fosse mai esistita.”

Tutto si perde in questa partenza, non ci è dato neppure il tempo di pensare, d’immaginare, di sognare. Rimane l’inevitabile ritorno a Parigi, aspettando ancora quell’attimo che può dilatarsi, aprirsi, tanto da prendere una via diversa, inesplorata ed unica, ciò che di segreto si conserva in noi, di indecifrabile, che resta e rimane inesauribile. E che sa vivere ancora.

 

Il Giunco Mormorante,

di Nina Berberova

Ed. Adelphi, 1990

79 p., € 8,00

About Francesco Plazzotta 10 Articles
Di nobili natali, nasce a Pordenone il 20 aprile 1988. Dal 2007 è studente al SID di Gorizia e dal 2008 partecipa al progetto "Sconfinare".

4 Comments on Il giunco mormorante

  1. ups (vorrei una faccina che diventa rossa)… è perchè ho consegnato tutti i numeri in uni e non ho tenuta nessuna copia… questa giustificazione mi salva un pochino, no ?!

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