Il grande ringiovanimento cinese di Xi Jinping

Fonte: Wikimedia Commons.

Il Congresso del Partito Comunista Cinese si tiene regolarmente ogni cinque anni ed è, tradizionalmente, l’occasione durante la quale la leadership del Paese si rinnova e discute del proprio futuro. Il diciannovesimo, tenutosi tra il 18 e il 24 ottobre scorsi, ha fatto parlare di una nuova era per il popolo cinese, per il suo posto nello scacchiere internazionale e per il ruolo che un ambizioso leader ricoprirà nel perseguimento di obiettivi già molto chiari: Xi Jinping, incoronato con l’inserimento nella Costituzione del Partito di una nuova ideologia recante il suo nome (era già successo solo con Mao e Deng Xiaoping), ha dimostrato di avere un’idea cristallina delle ambizioni cinesi nel mondo e di essere disposto a realizzarle, ponendosi alla guida di un “grande ringiovanimento” concreto e di una nuova idea di “socialismo con caratteristiche cinesi”, già elaborata da Deng Xiaoping.

Salito al potere nel 2012 in un momento di estrema difficoltà per il partito, Jinping ha saputo elaborare la propria idea di Cina come centro trainante del mondo, reinventando l’ideologia senza mai metterne in discussione il futuro e costruendo attorno a sé un culto personale dirompente. Il Congresso di quest’anno ha confermato e rafforzato l’idea: Jinping è saldamente al comando e intende portare a pieno compimento la rinascita che vuole e ritiene legittima per il proprio Paese. Particolarmente indicativa in questo senso è la scelta dei cinque membri del comitato permanente del Politburo, che insieme a lui e al Primo Ministro Li Keqiang governeranno il Paese: finora, eccezion fatta per Jinping stesso, la soglia oltre la quale è previsto il ritiro dalla vita pubblica è quella dei 67 anni, e tutti i prescelti l’avranno superata al momento del prossimo Congresso.

Xi Jinping. Fonte: sito ufficiale del Cremlino (en.kremlin.ru)

Di fatto, quindi, Jinping (già sessantaquattrenne) non ha fornito alcuna indicazione sul suo successore, facendo intendere di voler rimanere in carica oltre i canonici dieci anni di mandato. I cinque nominati, inoltre, sono essi stessi un’indicazione del futuro del Paese: due di essi, Wang Yang e Wang Huning, sono ideologi del modello economico e di progresso che Jinping vuole portare avanti nel prossimo mandato. Gli altri tre sono Li Zhanshu, Zhao Leji e Han Zheng, quest’ultimo sindaco di Shangai.

Il programma per la nuova Cina di Jinping è onnicomprensivo, vasto e complesso, volto a sciogliere i nodi e a fare del Paese una potenza sotto ogni punto di vista: in un discorso lungo più di tre ore, pronunciato all’apertura dei lavori del Congresso, i punti cardine sono apparsi piuttosto chiari. Le direttrici sulle quali si muoverà il Paese saranno molteplici. Innanzitutto il rafforzamento delle istituzioni economiche, già ampiamente avviato durante il primo mandato di Jinping con una serie di riforme che hanno significativamente ridotto il ruolo dello Stato nella distribuzione del capitale e hanno incoraggiato l’investimento straniero, costituendo una peculiare economia di mercato con caratteristiche del tutto proprie e, per questo, diverse da quelle occidentali. La differenza è stata rimarcata: l’obiettivo si perseguirà secondo il modello cinese, che poco ambirà ad imitare i poco affini strumenti politici ed economici dell’Occidente sviluppato.

In secondo luogo vi è la cooperazione a livello globale, con particolare attenzione alle risorse, all’ambiente e al patrimonio naturale. In un momento in cui l’America di Trump lascia gli accordi di Parigi e l’UNESCO, Jinping desidera invece vedere una cittadinanza migliorata grazie alla cura e alla valorizzazione dell’ambiente. Nei progetti di Jinping vi è anche la creazione di una nuova e competitiva forza militare. Gli obiettivi sono di ampissimo respiro: entro il 2020 ci si aspetta di aver raggiunto la totale meccanizzazione, con significativi progressi nella tecnologia e nell’informatica; entro il 2050, l’esercito cinese dovrà aver raggiunto un livello tale da poter essere pari, se non superiore, a quelli del resto del mondo.

Tsai Ing-wen. Fonte: Wikimedia Commons

Infine, a corollario e necessario completamento del progetto, la totale centralizzazione, che si esprime a livello interno nella personalità e nel ruolo di Jinping e all’esterno con il pugno di ferro nei confronti di Taiwan e Hong Kong. Per quanto riguarda Taiwan, Jinping ha ribadito l’importanza del riconoscimento del cosiddetto 1992 Consensus, altrimenti definito con il più chiaro nome di One China principle, ovvero il riconoscimento formale del fatto che Taiwan, sebbene entità geograficamente separata, debba essere considerato parte a tutti gli effetti del territorio cinese. Il termine è stato coniato in un incontro tenutosi tra i rappresentanti della Repubblica Popolare Cinese e quelli di Taiwan, ma la stessa esistenza del principio è dibattuta e, fino ad ora, il presidente di Taiwan Tsai Ing – wen, indipendentista, si è sempre rifiutata di riconoscerla. Per Jinping è chiaramente necessario che il problema delle “due Cine” venga risolto, in modo che “le relazioni reciproche possano essere migliorate”. Anche per quanto riguarda Hong Kong, la sostenibilità a lungo termine del principio “un Paese, due sistemi” è stata a lungo messa in discussione dai continui tentativi di Pechino di imporre la propria volontà sul territorio.

Sembra dunque che per i prossimi cinque anni, se non addirittura per i prossimi dieci, la Cina sia avviata verso una strada che sarebbe improprio definire “di cambiamento”, ma che ha senza dubbio il primario obiettivo di chiarire, perfezionare e consolidare un sistema economico e sociale che coniuga ambizioni mondiali e peculiarità caratteristiche.

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