Il libraio di Kabul

Viaggio nella quotidianità afghana

L’Afghanistan non è più, per nessuno di noi, un paese che difficilmente collochiamo geograficamente. La guerra, che è seguita all’11 settembre 2001, è stata l’evento a causa del quale i telegiornali si sono riempiti di sue immagini: i suoi paesaggi, i suoi abitanti. E qualche regista ha colto nuovi temi e ispirazione per girare un film da offrire ai nostri occhi curiosi.
L’Afganistan una terra, apparentemente senza colori perché mancano gli alberi, i fiori. E, poi, le case di fango, le strade dei poveri casolari: polverose e piene di buche. Le percorrono uomini dall’aspetto rozzo, con i volti consumati dalla ruvidezza del clima ed un sorriso sdentato tra la barba scura. Ma quelle stesse strade sono percorse anche da ampi mantelli, neri o colorati, che si spostano veloci, qua e là, come chi non può attardarsi.
” Il libraio di Kabul ” ci apre, invece, la porta di una casa, ci fa penetrare nell’intimità di una famiglia afgana; una famiglia reale, non immaginata da uno scrittore che ha ricostruito ciò che deve essere ricostruito da segni rubati.

Asne Seierstad, l’autrice – una giornalista norvegese – ha vissuto per un lungo anno nella famiglia di quel libraio, condividendo giorno dopo giorno la quotidianità della sua famiglia per poterne scrivere.

La famiglia del libraio di Kabul è una famiglia, diremmo noi, della media borghesia afgana. Il libraio è stato un ingegnere prima di dedicarsi alla raccolta e alla vendita di libri, per preservare qualcosa della cultura afgana, anche rischiando la propria vita. Dunque, una famiglia i cui membri posseggono una certa scolarità e, sembrerebbe, una certa apertura alle sollecitazioni della cultura occidentale.

Nella famiglia allargata del libraio la trama di relazioni maschili e femminili non si intrecciano né si confrontano; esistono, invece, due universi distinti, uno maschile e uno femminile, che non comunicano mai se non rispondendo a una gerarchia.

L’universo femminile che ci offre è abitato da esseri umani che sembrano inchiodati a un destino che non solo non viene messo in discussione, ma che sembra quasi possedere un carattere di immutabilità, assicurata dalla trasmissione, da madre in figlia, dei valori della tradizione. E la legge, scritta o non scritta, che governa quel destino femminile viene rispettata sino alle estreme conseguenze, innanzitutto dalle stesse donne.

Le figlie, belle giovani e laboriose, sono preziosa merce di scambio per matrimoni contrattati al miglior offerente; quanto se ne potrà ricavare servirà per gli studi dei figli. Le figlie, se brutte, vengono, invece, date, in seconda scelta, a uomini vedovi e carichi di prole. Le rare figlie ribelli sono punite severamente e la punizione può tradursi anche nella perdita della vita, consenziente la stessa madre.
Sembra un mondo senza speranza. E l’autrice non cita un solo episodio in cui, bevendo il tè, qualcuna abbia chiesto del suo mondo, in cui lei sia riuscita, almeno nelle ragazze più giovani e intelligenti, a suscitare il più piccolo desiderio di cambiamento, una qualche curiosità.
Asne Seierstad  è una delle più giovani e apprezzate corrispondenti di guerra d’Europa: per i suoi reportage dal Kosovo, dalla Cecenia e dall’Afghanistan ha ricevuto molti riconoscimenti nazionali e internazionali, fra i quali il premio come migliore giornalista televisiva norvegese nel 1999, quello come migliore scrittrice del 2000 dal mensile Elle e il prestigioso Free Speech Award nel 2002, come migliore reporter di guerra.

Il libraio di Kabul

di Asne Seierstad

2008, 321 pagg.

Biblioteca Universale Rizzoli, € 9,00

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