“Il medico del tuo nemico non è tuo nemico”: l’appello di Medici Senza Frontiere, e del mondo, contro i crimini di guerra

3 Ottobre 2015, Kunduz, Afghanistan.
26 Ottobre 2015, provincia di Saada, Yemen.
10 Gennaio 2016, provincia di Saada, Yemen.
15 Febbraio 2016, provincia di Idlib, Siria.

Questi sono solo alcuni dei 101 attacchi o bombardamenti aerei che hanno colpito strutture supportate da Medici Senza Frontiere negli ultimi 13 mesi. Centouno ospedali, centri di assistenza e  di primo soccorso ospitanti centinaia tra pazienti e personale medico. Attacchi mirati, ripetuti o dovuti a “calcoli errati” di posizione che mettono a repentaglio l’incolumità dei feriti di guerra nelle zone più a rischio, soprattutto in Medio Oriente.

L’ultimo, drammatico bombardamento è avvenuto lo scorso 15 febbraio a Maarat al-Numani, nella provincia siriana di Idlib: le vittime sono almeno 25, tra le quali 9 membri dello staff medico e 16 pazienti, senza contare le decine di feriti. Stando al resoconto dei medici sul posto, quattro missili hanno colpito l’ospedale in un attacco durato due minuti. Dopo l’arrivo dei soccorritori, quaranta minuti più tardi, un nuovo bombardamento si è consumato nello stesso luogo: è quello che si chiama, in gergo militare, “double tap”, ovvero doppio attacco mirato contro i soccorritori e il personale medico accorsi per cercare di salvare i feriti. Una chiara violazione del Diritto Internazionale Umanitario. Come se non bastasse, un’ora più tardi, un ospedale nelle vicinanze che aveva ricevuto molti dei feriti è stato bombardato a sua volta. Nel discorso della Dottoressa Joanne Liu, presidente internazionale di MSF, tenuto a Ginevra nel Palazzo delle Nazioni, si legge “Oggi in Siria, l’anormale è diventato normale. L’inaccettabile viene accettato. […]L’ospedale di Maarat al-Numan era un’ancora di salvezza. Era una struttura da 30 posti letto con 54 dipendenti, due sale operatorie, un ambulatorio e un pronto soccorso. Migliaia di persone vi venivano curate ogni mese. Ma l’attacco di Maaret al-Numan fa eco a una realtà più ampia.Nel 2015, MSF ha raccolto dati medici da 70 ospedali e centri sanitari da noi supportati in Siria. Hanno trattato più di 154.000 feriti di guerra. Di questi, tra il 30 e il 40 per cento erano donne e bambini.” Un finale amaro in cui la dott.ssa Liu si appella al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in particolare a Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti, ovvero le parti attive nel conflitto, affinché si proceda all’evacuazione immediata di feriti e malati e all’invio di una maggiore fornitura di aiuti, ritenendo inaccettabile una situazione così drammatica, ormai divenuta quotidianità.

Oggi, in Siria, 1,9 milioni di persone vivono sotto costante assedio e le frontiere sono chiuse ai rifugiati. Nel rapporto diffuso pochi giorni fa da MSF si contano 63 ospedali e strutture sanitarie supportate dall’organizzazione indipendente attaccate o bombardate in 94 diverse occasioni soltanto nel 2015. A partire dall’inizio del 2016, invece, si contano già almeno 17 strutture sanitarie bombardate e attaccate in Siria, di cui sei supportate da MSF. Dati decisamente agghiaccianti, nonostante i quattro paesi del Consiglio di Sicurezza citati si siano assunti delle responsabilità, che non stanno chiaramente adempiendo, relativamente alla protezione dei civili. Le risoluzioni in questione proibiscono gli attacchi contro i civili, contro le strutture sanitarie e le tattiche di assedio che costringono le comunità alla fame. Quest’ultimo punto è stato tristemente attuato tra dicembre 2015 e gennaio 2016 nella città di Madaya, in Siria, costringendo alla fame la popolazione e causando la morte di 49 civili.

La prima volta che il Consiglio di Sicurezza ha fatto riferimento ufficiale alla responsabilità di protezione è stato nell’aprile del 2006, con la risoluzione 1674 sulla protezione dei civili nei conflitti armati, a seguito dell’adozione della risoluzione 1706 per il dispiegamento  di truppe di peacekeeping delle Nazioni Unite in Darfur, Sudan, a cui seguirono le risoluzioni adottate per Libia (2011), Costa D’Avorio (2011), Yemen (2011), Sudan del Sud (2011) e Siria (2012).

Organizzazione internazionale privata, MSF opera nei luoghi del mondo in cui il diritto all’assistenza sanitaria e alle cure, anche di primo soccorso, non sia realmente garantito. Essendo neutrale politicamente, agisce a sostegno di chiunque abbia bisogno di aiuto, indipendentemente dalla religione, dal sesso e dall’opinione personale. La sua attività è possibile soprattutto grazie ai 5,7 milioni di donatori nel mondo e, soprattutto, in Italia, garanzia di indipendenza e principale fonte di finanziamento, pari al 90% degli introiti.

A schierarsi con MSF nell’atto di denuncia nei confronti delle costanti azioni criminali contro le strutture ospedaliere, il “fratello gemello” Emergency, organizzazione umanitaria italiana fondata nel 1994 da Gino Strada che, in occasione del bombardamento che ha distrutto l’ospedale supportato da MSF a Kunduz, in Afghanistan, attacca duramente le parti coinvolte nel conflitto: “Bombardare un ospedale dove si curano i feriti è un atto di violenza inaccettabile. Un ospedale è un luogo di cura che come tale va tutelato e ciò è possibile solo se gli ospedali vengono rispettati da tutte le parti in conflitto, come previsto dalle convenzioni di Ginevra”. Un attacco gravissimo, quello dello scorso ottobre, da parte delle forze aeree statunitensi nell’Afghanistan settentrionale, che ha portato alla morte di almeno 30 persone, tra personale medico, pazienti e corpi non immediatamente identificabili a causa delle gravi lesioni subite. Le cause non sono ancora chiare, tanto che MSF ha più volte richiesto l’apertura di un’indagine indipendente per verificare le responsabilità dell’attacco, come ha affermato Christopher Stokes, direttore generale di MSF: “Con il fondato sospetto che sia stato commesso un crimine di guerra, MSF chiede che venga avviata un’investigazione completa e trasparente sull’accaduto, condotta da un ente internazionale indipendente”, proseguendo: “stanno circolando alcuni resoconti pubblici che affermano che l’attacco al nostro ospedale potrebbe essere giustificato dal fatto che stavamo curando dei talebani . […] Ai sensi del diritto internazionale, i combattenti feriti sono pazienti, non devono subire attacchi e vanno curati senza discriminazioni. Il personale medico non dovrebbe mai essere punito o attaccato perché fornisce cure ai combattenti feriti”.

Il personale medico fornisce cure ai combattenti feriti, non armi.
Il personale medico dovrebbe essere l’unico esercito “combattente” nelle zone di guerra.
Il personale medico che non dovrebbe operare in quelle aree come vittima della scelleratezza umana.

 

Be the first to comment

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: