Il modello nordico: lì dove il welfare state davvero funziona

Salus populi suprema lex esto.

Una celeberrima massima ciceroniana, dal De Legibus, destinata a diventare cardine del diritto romano e ripresa poi, oltre che in svariati stendardi e stemmi, nel Secondo Trattato sul Governo di Locke. Il bene del popolo sia la legge suprema. Se questa frase ha sempre significato che il singolo individuo debba scomparire quando si tratta del bene e dell’incolumità dello stato nella sua interezza, è vero anche che si può ritrovare al suo interno un ulteriore più sottile significato, sebbene forse apocrifo: la legge suprema dev’essere volta al bene del popolo. Non è poi questo il concetto su cui si dovrebbe basare il welfare state?

Questa caratteristica dei moderni stati di diritto, che dovrebbe avere come scopo la riduzione delle diseguaglianze sociali tramite un sistema normativo garantendo diritti e servizi sociali, nella realtà dei fatti la sua importanza a partire dalla caduta dell’Unione Sovietica ha cominciato ad eclissarsi in moltissimi paesi occidentali. Resiste, esiste e brilla per gli spettacolari risultati, però, un modello di stato sociale alternativo a quello residuale – che va forte negli Stati Uniti dei self-made men – e quello conservatore-corporativo, adottato, tra gli altri, anche dall’Italia. Si tratta del modello nordico, preponderante nei Paesi socialdemocratici del Nord Europa.

Quando un bambino vede la luce in Svezia, Danimarca, Norvegia o Finlandia, i suoi genitori sanno che possono contare su un sistema che proteggerà questa nuova vita “dalla culla alla tomba”, garantendogli un livello elevatissimo di qualità della vita e protezione sociale. Allo stesso tempo, questo modello è universalistico: derivando i diritti dalla cittadinanza, questi vengono offerti a tutti senza alcuna differenza.

Che cosa differenzia questi Paesi dagli altri, al punto da far sì che tutti e quattro siano presenti nella top ten stilata ogni anno dal World Happiness Report, che monitorizza il livello di felicità dei cittadini nelle varie parti del mondo? In primo luogo, i programmi di welfare coprono qualsiasi aspetto della vita: si offrono assistenza sanitaria universale, diritto all’istruzione gratuita anche a livelli elevati, perfetto sistema previdenziale. Una politica fiscale egualitaria, benché porti a una tra le più alte pressioni fiscali al mondo, è però accettata di buon grado. Dopotutto, una bassa regolamentazione del mercato, una grande facilità d’impresa e delle basse barriere al libero commercio, combinati con i meccanismi collettivi di “condivisione dei rischi”, proteggono i cittadini contro le conseguenze negative della concorrenza straniera e della nuova tecnologia.

Tutto questo è ovviamente accompagnato dalla presenza imponente dei sindacati che negoziano come parte sociale con il governo e i datori di lavoro per definire giusti termini di lavoro, e da una quasi inesistente corruzione. D’altronde, come rimarca l’italianissimo Ferruccio de Bortoli “la corruzione è una tassa occulta, frena gli investimenti esteri, distorce i mercati, umilia il merito e calpesta la cittadinanza“, e dunque mal si accompagnerebbe con un sistema che tanto necessita di professionalità e ottimizzazione.

La posizione di centralità data dai governi scandinavi ai propri cittadini paga anche su scala globale e non manca di mostrarsi  nei più diversi report. Nel Global Gender Gap Index 2014, stilato dal World Economic Forum, Finlandia, Norvegia, Svezia e Danimarca figurano rispettivamente come secondo, terzo, quarto e quinto paese con la minore differenza salariale tra uomini e donne al mondo, dopo l’altrettanto nordica Islanda. Nei vari Human Development Report dell’ONU, poi, i Paesi dell’Europa settentrionale figurano sempre in posizioni di rilievo: si veda il primo posto della Norvegia nell’indice riguardante la salute, o quello ottenuto dalla Finlandia nell’Education Index.

Proprio il modello di istruzione finlandese è particolarmente esemplificativo dell’entità della presenza del welfare state all’interno di queste moderne socialdemocrazie. Basato sul rispetto  per l’individualità di ogni bambino e la possibilità per ognuno di svilupparsi come una persona unica, questo sistema accoglie i propri cittadini fin dai primi anni di vita con programmi forniti da centri diurni per neonati e bambini e un anno di “pre-scuola”, continuando poi con nove anni di scuola primaria generale obbligatoria che sfocia in una scuola secondaria superiore che si divide in un indirizzo ulteriormente generico per chi volesse proseguire gli studi e uno professionale per l’inserimento nel mondo del lavoro. Gratuita e auspicata è poi l’istruzione terziaria superiore offerta da Università e Politecnici, con il presupposto che si continui comunque ad istruirsi con continuità anche dopo la conclusione del ciclo di studi.

Il modello nordico, orientato alla promozione della mobilità sociale, alla meritocrazia e all’assicurazione costante dei diritti umani, favorendo l’uguaglianza tra i sessi, l’accettazione, il multiculturalismo e la redistribuzione del reddito, difficilmente può lasciare indifferenti. E così, negli ultimi anni l’aumento del flusso migratorio verso tali Paesi dal resto del mondo ha alimentato le file dei partiti populisti contrari all’immigrazione, come risposta a chi vede il Nord Europa come una promessa di maggiore felicità. Si veda, ad esempio, la pubblicità elettorale del partito d’estrema destra svedese, gli Svedesi Democratici, che punta il dito contro gli immigrati, accusandoli di star velocizzando un processo di depauperamento delle casse dello Stato, derubando allo stesso tempo i cittadini dei loro diritti.

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Di certo, anche verso questo sistema apparentemente perfetto vi sono delle possibili critiche. Ad esempio, si può controbattere che risulti essere eccessivamente restrittivo nei confronti dei diritti individuali. In risposta, però, non si può che ammettere che il benessere collettivo sia in questi Paesi, indubbiamente, la legge suprema. Cicerone può dormire sonni tranquilli.

About Viola Serena Stefanello 83 Articles
Ex siddina talvolta nostalgica di Gorizia, studia Giornalismo e Diritti Umani a Parigi dopo essersi innamorata della stampa con Sconfinare. Appassionata di troppe cose per elencarle tutte.

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