Il popolo curdo visto dai curdi (del kebab)

Donne curde in abiti tradizionali

Le idee buone vengono nelle occasioni più improbabili, si dice. Così, durante una serata tra amici, si arriva al Kebab più vicino e, casualmente, si inizia una conversazione con il ragazzo curdo che vi lavora. Da lì, lo spunto per questo articolo.

Attraverso l’intervista ad Aras, ragazzo di 29 anni originario di una regione curda nel sud dell’Iraq, l’intento perseguito è quello di fornire un quadro del popolo curdo diverso da quello reperibile attraverso le fonti ufficiali. Non può chiaramente essere esaustivo sotto ogni aspetto, ma magari ispirare un futuro avvicinamento, e una futura comprensione, di un mondo sconosciuto ai più. Si è dovuto ovviare ai limiti linguistici presentatisi attraverso una rielaborazione dei concetti emersi nel corso dell’intervista, ma restando sempre il più possibile fedeli al messaggio originario, per permettere l’effettiva riuscita del progetto.

Donne curde in abiti tradizionali

I curdi sono un popolo di origine indoeuropea che abita una regione che ingloba diversi Stati, principalmente parti della Siria, dell’Iran, dell’Iraq, della Turchia, oltre ad un piccolo territorio dell’Armenia. Tale area è indicata con il nome di Kurdistan e la somma complessiva degli abitanti è di circa 30-40 milioni di individui, il che fa dei curdi uno dei più grandi gruppi etnici senza unità nazionale. Il numero effettivo dei curdi nell’area implica già di per sé una prima diatriba: infatti, le cifre segnalate da Aras, in linea con altre fonti curde ufficiali, sono decisamente maggiori rispetto a quelle dichiarate in fonti non curde, da cui la differenza non trascurabile di dieci milioni di individui.

La lingua curda varia da Stato a Stato, ma il surani prevale e, secondo quanto affermato da Aras, sarebbe quella più indicata e più probabile quale lingua di un ipotetico futuro Kurdistan unificato. Il surani si distingue nettamente dalle altre lingue parlate della regione mediorientale, mentre vi sono alcuni prestiti linguistici dall’inglese e dal francese e, rivelazione che ha dell’incredibile, affinità con il norvegese e con lo svedese.

Secondo Aras i valori più sentiti sono quelli tradizionali quali la famiglia, sempre molto numerosa, e l’accoglienza. Il sentimento di appartenenza al proprio popolo è estremamente forte: essi sono attaccati alla propria terra, orgogliosi delle proprie origini e, da decenni, lottano per la propria identità. Quest’ultima si costruisce anche su piccoli dettagli quali la tendenza degli uomini a portare i baffi, l’uso di vestiti tradizionali e l’importante ruolo rivestito dalla donna nell’ambito famigliare, nonché nell’educazione e nelle scelte circa il futuro dei figli. Un racconto/mito particolarmente intenso è quello di una madre che, fiera, manda i propri figli ad arruolarsi nell’esercito dei Peshmerga, le forze armate dei curdi iracheni; il termine “peshmerga” significa “con il petto verso avanti”, in tal modo esprime un ideale di soldato pronto a combattere fino alla morte. La madre promette al figlio che, qualora questi cada in battaglia, lo piangerà e onorerà, mentre arriverà a disconoscerlo se egli morirà tentando la fuga.

Un elemento su cui Aras ha molto insistito è che tra i curdi non vi è traccia di razzismo, rifiuto o negazione nei confronti di altre culture. Stando alle sue parole, l’accoglienza è talmente radicata nel cuore della sua gente da far ignorare la nazionalità di un bisognoso, laddove sarebbe fin troppo facile portare rancore verso i cittadini di diversi Stati che ignorano i diritti curdi.

In Turchia i curdi costituiscono più del 18% della popolazione totale, in Iraq circa il 17%, in Siria il 5%, il che ne fa la più sostanziosa minoranza del Paese. L’idea di un Kurdistan unificato e indipendente non è solo un progetto politico, ma rispecchia il sentire di ogni individuo curdo. Questo spiega perché, in proporzione, sono pochi quelli che hanno deciso di emigrare, per sfuggire alle discriminazioni cui sono storicamente sottoposti; essi non vogliono andarsene perché l’attaccamento alla propria terra è più forte della prospettiva di una vita più serena. Alla domanda circa le radici dell’insediamento curdo nella regione, nella tradizione esse viene fatta risalire addirittura ai tempi di Noè. Come si può solo immaginare di poter estirpare un popolo che ritrova le proprie fondamenta in un mito risalente alla notte dei tempi?

La legislazione dei diversi Stati disconosce in modo più o meno intenso i diritti dei curdi, ad esempio attraverso la pratica di sottoporre gli imputati a processi sommari, sovente sulla base di prove inesistenti o insufficienti, il divieto di parlare la propria lingua, maltrattamenti e persecuzioni, fino a veri e propri casi di tortura – denunciati da Amnesty International ma coperti dalle autorità governative. Inoltre, sulla base dell’esperienza famigliare del soggetto, è emersa la gravità delle barbarie che sono state perpetrate in passato, in particolare sotto il regime di Saddam Hussein, nei confronti di civili curdi, attraverso misure volte all’impoverimento della popolazione, costretta alla miseria e alla fame, e nei confronti dei prigionieri, sottoposti a pene e trattamenti disumani.

Aras è originario del Kurdistan iracheno, regione del Sud dell’Iraq la cui autonomia fu raggiunta nel 1991, a seguito di un processo che vide come protagonista Mustafa Barzani, padre dell’attuale Governatore della Regione, Mas’ud Barzani; la stima, o meglio la venerazione, con cui sono raccontate le imprese militari del fondatore del suo paese natale lasciano intendere come sia considerato alla stregua di eroe nazionale. L’orgoglio verso i protagonisti della politica e lo sforzo costante verso un progetto di unificazione dimostrano la devozione totale verso il proprio popolo, ma d’altro canto questo atteggiamento fa emergere come la guerra sia ancora considerata come l’unica via possibile per il raggiungimento dell’obiettivo principale, lo Stato nazionale. Forte è il risentimento verso le ingerenze delle potenze occidentali nella regione, nonostante difficilmente si comprenda la reale portata di queste.

La pop star curda Helly Luv posa davanti alle truppe Peshmerga presso la base di Dohuk, il 5 luglio 2014

Il connubio tra lotta armata da un lato, e accoglienza e antirazzismo dall’altro, è apparentemente incoerente e difficilmente spiegabile attraverso una scala di valori occidentale. Il conflitto armato non è, o non solo, inteso in chiave indipendentistica; il messaggio che emerge dalle parole di Aras è che esso fa parte dell’esistenza di questa gente da troppo tempo per poter passare in secondo piano. E’ presente nella vita di ogni curdo da generazioni, o per scelta o per imposizione, e ciò ha determinato il consolidamento di una cultura fondata, anche, sulla guerra, una guerra per proteggere le proprie radici, per urlare la propria esistenza e il proprio diritto al riconoscimento internazionale.

Alla luce dei fatti, il progetto curdo di indipendenza nazionale appare improbabile, se non impraticabile, da ogni lato in cui si consideri la questione; ciò che invece non si può ignorare è il trattamento riservato a questo antico popolo, scomodo a tutti, la cui presenza è confliggente – o strumentalizzata – in forza di interessi politici, economici e strategico-militari, a maggior ragione nella situazione in cui versa l’area mediorientale dopo l’ascesa dello jihadismo.

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Un ringraziamento speciale ad Aras, che si è prestato a raccontare della propria cultura e, in tal modo, ne ha favorito la diffusione e la comprensione, e a Tiago, che mi ha accompagnato e supportato in questo progetto.

About Alessandra Veglia 16 Articles
Studentessa del Terzo anno del Sid, caporedattrice per Sconfinare. Scrivere è per me una terapia, alla stessa maniera dello sport e dell'arte. La passione per le lingue e le culture straniere segue passo passo. Per il momento nessun progetto di vita concreto, spero in un'ispirazione improvvisa che sorga in qualche luogo ameno, come la cima di una montagna, una spiaggia deserta o la doccia di casa.

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