Il problema della sicurezza energetica europea

Sicurezza energetica in Europa e sviluppo infrastrutturale nel continente africano: due scenari incompatibili?

La Commissione Europea stima che per il 2030 l’Unione importerà l’84% del petrolio e il 9% del gas sul 65% del fabbisogno energetico totale, contro il 50% di cinque anni fa. La sicurezza energetica diventa una priorità per l’Unione Europea soprattutto a seguito della crisi georgiana e dell’interruzione delle forniture di gas dalla Russia.

Di fronte alla crescita esponenziale della domanda di energia l’Europa ha essenzialmente due scelte: intervenire sul mercato dal lato della domanda, riducendo i consumi oppure trovare nuove vie per l’importazione di energia da scenari geopolitici più sicuri. Imboccare la prima strada vorrebbe dire andare contro il paradigma consumista imperante e la scelta si rivela politicamente non remunerativa, quindi impraticabile. Per questo motivo gli sforzi si sono concentrati sulla seconda opzione.

Negli ultimi anni le Istituzioni Finanziarie Internazionali hanno finanziato una serie di progetti molto costosi per portare l’energia in Europa. L’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC) da 4 miliardi di dollari non solo fornisce il petrolio del Caspio all’Europa (sottraendolo alla Cina) ma ha aperto una possibile via di trasporto per gli idrocarburi che vengono dal Caucaso e dall’Asia centrale. Se e quando l’impianto di sfruttamento del giacimento di Kashagan entrerà in funzione (il progetto ha un costo di 100 miliardi di dollari), il BTC verrà utilizzato per trasportare in Europa il petrolio Kazako. La Commissione Europea descrive inoltre il “Corridoio meridionale del gas” –  in cui si integra l’oleodotto Nabucco da 8 miliardi di dollari che dovrebbe portare il gas del Caspio e probabilmente del Medio Oriente attraverso la Bulgaria e la Romania fino all’Europa centrale – come una delle più alte priorità della politica energetica dell’UE.

La sicurezza energetica è stata invocata anche in occasione del varo del progetto per il gasdotto trans-sahariano da 12 miliardi di dollari che dovrebbe trasportare il gas nigeriano sotto il Sahara attraverso il Niger e l’Algeria fino all’Europa. Si tratta del così detto “anello energetico mediterraneo”, che unisce in una rete l’Europa e la sponda sud del Mediterraneo e che include l’ambizioso piano Desertec, ovvero l’installazione di 17.000 chilometri quadrati di generatori solari nel deserto del Sahara per trasmettere energia in Europa tramite una linea ad alta tensione continua (costo 400 miliardi di dollari).

Tutti questi progetti, insieme al faraonico progetto Grand Inga, per la costruzione di un’enorme diga sul fiume Congo – segnalato attualmente come priorità assoluta della Banca Mondiale nella strategia di lotta alla povertà nell’Africa sub-sahariana – non nascono come entità distinte ma fanno parte di una strategia comune capace di produrre inedite conseguenze geopolitiche, economiche ed ambientali. Negli ultimi anni la CE ha diffuso una serie di documenti politici in cui afferma che l’Europa può e deve diminuire la propria vulnerabilità di fronte ai traumi energetici e che per farlo è obbligata a garantire prima di tutto la sicurezza degli approvvigionamenti. In un ottica europea, questo significa sostenere finanziariamente la costruzione di infrastrutture strategiche, al di fuori del proprio territorio, tramite un’efficace azione di lobbying nelle istituzioni internazionali e prevedere un serio impegno diplomatico e militare per garantire la sicurezza dei siti di estrazione.

Da un punto di vista critico la preoccupazione non risiede solo nel costo dei progetti o nel dubbio sulla trasparenza dei finanziamenti o, ancora, nell’impatto sociale ed ambientale di queste macro-infrastrutture, quanto piuttosto nel fatto che queste ultime siano un simbolo forte verso un modo di vivere e un sistema di relazioni internazionali eurocentrico. In alcuni casi infatti già prima dell’implementazione dei progetti, è facile prevedere come solo pochi dei presunti vantaggi dello sviluppo ricadranno sui popoli che, di fatto, ne pagano il prezzo economico e sociale.

La World Commission on Dams – uno degli organismi internazionali multi-stakeholder più attivi nel settore energetico – ha pubblicato nel febbraio 2008 una serie di raccomandazioni che rappresentano oggi le migliori pratiche per la costruzione delle dighe e che risultano applicabili a qualsiasi progetto infrastrutturale: la partecipazione delle comunità locali alla stesura dei progetti, la risoluzione dei problemi sociali ed ambientali generati dagli impianti esistenti e ancora irrisolti, il rispetto dei diritti delle popolazioni interessate a migliorare i propri livelli di vita con la garanzia di ricevere la quota prioritaria dei vantaggi. L’impianto normativo dovrebbe essere inoltre sostenuto da accordi legalmente vincolanti che permettano alle comunità coinvolte di rivolgesi ad un’autorità internazionale per pretendere il rispetto dei propri diritti.

 

 

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