Il Punk Goriziano negli anni ottanta.

scritto con Monica Esposito

La cultura punk in una città di confine. Intervista a Lorenzo Della Rovere.

La VI edizione di Pixxel Music – festival internazionale di arte digitale e musica elettronica – ha  offerto quest’anno cinque Giovedì dedicati alla storia della musica.

Lo scorso 4 Novembre si è svolta una conferenza dal nome Feel the punk, tenuta da Lorenzo della Rovere, musicologo del  DAMS di Gorizia. Interessati dagli argomenti trattati, ci siamo presi un’oretta per parlarne con lui.

Quando e come nasce il movimento punk italiano?

Il punk inizia a diffondersi in Italia nel 1976. Si ispira alla scuola Crassiana, attiva a Londra, che  aveva conservato le istanze positive della cultura Hippie: autogestione, attivismo e comuni. Alcuni ex-hippie che non si erano fatti devastare il cervello dalla droga si organizzarono nella capitale inglese e iniziarono a fare attivismo, a produrre veramente qualcosa. Il punk viene pensato infatti  come un movimento etico più che musicale, inscindibile dalla politica.

Riguardo questa inscindibilità, cosa ci puoi dire del Virus di Milano?

Sì, il virus era un centro sociale milanese, situato in via Correggio, nato per iniziativa di pochi ragazzi alla ricerca di un luogo di aggregazione. Divenne poi il più grande centro di riferimento italiano – se non addirittura europeo – per il movimento punk. Ci si organizzavano concerti di gruppi persino extraeuropei, tour per le band affiliate al luogo, si stampavano dischi… il tutto auto o co-prodotto. Si partiva – e lo si fa tutt’ora – da un concetto di distacco dalla logica mainstream, il punk produce per il puro gusto di farlo e senza bisogno di enormi somme di danaro.

Come viene vissuto il punk in una città di confine come Gorizia?

In realtà devo dire che i veri centri del punk italiano furono altri: Milano, Torino e Bologna, in primis. Gorizia è, appunto, in una zona decentrata dell’Italia, è una città di confine ed ha quindi sortito o passivamente o con ritardo l’eco del punk, pur con le dovute eccezioni. Infatti, nella regione, nei primi anni ottanta si crearono alcuni importanti circuiti indipendenti, dedicati soprattutto alla produzione di carta stampata: nella valle del Natisone è possibile ritrovare tutt’ora un – caretteristico – tale che si fa chiamare Punkrazio il quale fondò una fanzine (rivista indipendente specializzata, ndr) dal nome Nuova Farenheit. E questa ebbe pure una grande diffusione a livello nazionale. Non si può non tacere il caso della persona di Magù, altro attivista punk friulano che in un periodo privo di mezzi mediatici riusciva a reperire tutti gli ultimi dischi di gruppi inglesi ed europei che comprava (ordinandoli via lettera!) e rivendeva ai concerti indipendentemente, contribuendo così alla diffusione di questo movimento culturale.

Cosa ci dici del concerto dei “Dead Kennedys” a Gorizia?

Nell’82 il famoso gruppo californiano avrebbe dovuto tenere un concerto a Milano. Ma a causa di screzi tra promoter e locale il concerto stava per essere annullato. I fedelissimi dell’ambiente punk milanese in un paio di giorni riuscirono ad individuare una location alternativa: il palasport di Gorizia. Anche questo dimostra che per il punk non è sempre necessario avere una grande casa di produzione alle spalle, le cose si fanno lo stesso. Ed è proprio questo il suo spirito do it yourself, che sintetizza un’istanza più politico-storica che musicale. Il punk si fonde con il contesto sociale. Tanto è vero che i più grandi concerti si svolgevano, e tutt’ora si svolgono, all’interno di centri sociali e non in locali.

Quali erano i principali gruppi punk goriziani?

I più importanti erano gli Warfer, famosi anche fuori dal contesto goriziano. Il loro cantante, Richard Russian, oggi ha a Gorizia un negozio di prodotti biologici (potete anche andare a trovarlo!), retaggio di un passato à rebours. Aveva poi un’etichetta chiamata Nuclear Sun Punk che pubblicò una ventina di dischi, alcuni anche di gruppi europei famosi, ovviamente in modo – in senso stretto – indie. Altro esempio è la Fottutissima Pellicceria Elsa. Anche se bisogna dire che era Udine il focolaio maggiore.

Dunque il punk ha avuto il suo maggiore sviluppo al Nord?

Sicuramente al Nord si ci affaccia su uno scenario molto più variegato, ma anche al Sud vi furono diversi centri interessanti tra i quali spiccava quello di Bari.

Esiste ancora il punk?

Si, esiste. È un movimento e non uno stile musicale. Per questo è ancora vivo. C’è stata una crisi, in realtà, da fine anni 80 a inizio 90 a causa dello sviluppo di due correnti : il rap e la techno. Il loro spirito inizialmente era simile a quello punk: la voglia di costruire qualcosa era un concetto  base per entrambe. La techno tuttavia si è persa nei meandri della dissoluzione improduttiva sull’onda dei No Futures. Ma il punk esiste ancora. Basta venire a uno dei concerti che organizziamo e vederlo con i propri occhi.

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