Il ritorno della violenza in Egitto

Manifestazioni di protesta a Sidi Gaber, Alessandria d'Egitto (foto: Al Jazeera english on Wikimedia Commons)
Manifestazioni di protesta a Sidi Gaber, Alessandria d'Egitto (foto: Al Jazeera english on Wikimedia Commons)

Venerdì mattina, dopo settimane di relativa tranquillità, in Egitto è tornato il caos. Ad Alessandria, le manifestazioni degli oppositori al governo di Mohamed Morsi, presidente eletto esattamente un anno fa (era il 30 giugno 2012), hanno causato scontri violenti tra i laici e gli islamisti, sostenitori del leader dei Fratelli musulmani. Era da tempo che l’Egitto non veniva coinvolto in episodi di violenza popolare di questo genere, ma proprio alla vigilia del primo anniversario del governo di Morsi gli egiziani laici hanno voluto manifestare pubblicamente la loro delusione per l’operato della nuova classe dirigente post-Mubarak.

Riguardo alla causa scatenante di questi scontri per strada, Corriere della Sera e Repubblica riportano le notizie fornite dai media locali: pare che a dare il via siano stati i colpi di arma da fuoco sparati da alcuni islamisti; di conseguenza gli oppositori, armati di fucili a pallini, ordigni rudimentali e bastoni, avrebbero risposto prontamente al fuoco nemico, incendiando la sede dei Fratelli musulmani. Le forze dell’ordine egiziane hanno provato a contenere le proteste lanciando lacrimogeni sulla folla di manifestanti, ma quando hanno visto i due gruppi scontrarsi violentemente si sono ritirati. Gli scontri sono proseguiti anche nella notte e si attende che il governo prenda le adeguate misure di sicurezza per ristabilire l’ordine.

Stando ai dati forniti dagli enti locali egiziani, ci sarebbero già un centinaio di feriti e quattro vittime: tre egiziani, uno dei quali morto in seguito all’esplosione di un ordigno artigianale a Port Said, e uno studente americano di 21 anni, accoltellato davanti alla sede dei Fratelli musulmani nel quartiere alessandrino di Sidi Gaber. Vista la gravità della situazione e la morte di un cittadino statunitense, il presidente Barack Obama è intervenuto immediatamente per proteggere gli altri connazionali presenti in Egitto. Washington ha autorizzato il personale diplomatico non essenziale a lasciare il paese fino a quando la sicurezza non sarà ristabilita e ha invitato tutti i cittadini a non recarsi sul posto per evitare qualsiasi rischio.

Un improvviso e violento ritorno delle proteste sembra dunque aver spiazzato non solo il governo egiziano, ma anche l’opinione pubblica internazionale. Secondo il Time, in Egitto l’opposizione laica starebbe preparando molto più che una semplice espressione di malcontento popolare, come del resto dimostrano le presunte 22 milioni di firme raccolte dal Tamarod, il movimento che si oppone al governo di Morsi, finalizzate a costringere il presidente alle dimissioni. Il suo leader, Mahmud Badr, ha parlato addirittura di “caduta del regime”.

Di fatto, l’opposizione al governo di Morsi concorda sul fatto che il leader della Fratellanza musulmana debba rassegnare in anticipo di tre anni le dimissioni, ma è profondamente divisa sul futuro politico del paese e soprattutto sulle modalità con le quali il governo di Morsi debba essere fatto crollare. Una parte degli oppositori sostiene una linea morbida, basata su manifestazioni pacifiche e decisa a sostituire l’attuale gabinetto con elezioni democratiche; un’altra parte invece è convinta che per allontanare gli islamisti dal potere sia necessario stringere una partnership diretta con i militari, ristabilendo un certo legame con il passato: al vertice ci sono sempre stati degli ufficiali, fin dal colpo di Stato di Nasser e Naguib del 1952. Questa seconda ipotesi sembra attualmente la meno accreditata, ma è tutt’altro che impossibile che un paese come l’Egitto, governato per più di sessant’anni da ufficiali dell’esercito (Nasser, Sadat e per ultimo Mubarak), rifiuti categoricamente soluzioni del genere. Non a caso, per scongiurare un eventuale ritorno proprio dei militari, uno dei primi atti del nuovo governo di Morsi fu quello di allontanare dalla carica di Ministro della Difesa l’esperto generale Mohammed Hoseyn Tantawi, visto come personalità politica eccessivamente legata ai vecchi governi.

Aspettando di vedere quale strada sceglierà l’opposizione laica, l’unica certezza è che per Morsi e il suo partito non si prospettano tempi facili. L’Egitto è evidentemente pronto ad effettuare ulteriori e nuovi cambiamenti al suo profilo nazionale ed internazionale; il problema è: sarà un passo in avanti oppure un ritorno al recente passato?

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Appassionato di storia e di arte, mi interesso anche di politica nazionale e internazionale. Se potessi, passerei gran parte del tempo a viaggiare in giro per il mondo: non esiste cosa migliore! Frequento il terzo anno di Scienze Internazionali e Diplomatiche e (forse) sono proprio un aspirante diplomatico, con un grande interesse per il giornalismo.

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