Il ritorno

In questa rubrica finora avete letto ciò che si vive durante un anno di Erasmus, io vorrei parlare di ciò che avviene dopo, ovvero il ritorno. Dopo alcuni mesi vissuti lontano dall’Italia, ci si inizia a calare realmente nella vita del paese dove si è ospiti, specie se avete la fortuna di essere a Madrid, come nel mio caso. Il calore delle persone vi ha contagiato, riuscite a cogliere i diversi aspetti della vita quotidiana, i vostri occhi sono abituati ai mille colori di una città vivissima, giovane, aperta al mondo. Il momento in cui si prende davvero coscienza di sentirsi cittadini di una nuova città è speciale, io ho avuto la fortuna di poterlo assaporare. E’ per questo che, dopo dieci mesi, il momento di rientrare in Italia arriva quasi improvviso, non voluto; per me è stato un momento surreale, non mi sembrava di tornare a casa, semmai il contrario. E’ difficile operare una cesura così netta nella propria vita, specie se il proprio futuro lo si vede nella nuova città. Il ritorno è un viaggio dentro sé stessi; nel tragitto verso l’aeroporto fino all’atterraggio in Italia si ripercorre la propria vita. Si rivivono gli attimi più intensi di questa esperienza e si pensa a ciò che c’era prima di essa. Lo stare lontani, in una realtà totalmente avulsa da quella in cui si è cresciuti e si ha vissuto, spalanca gli occhi. Non si può non rivedere i propri rapporti, non si può semplicemente calarsi nuovamente nelle vecchie abitudini. Tornare a Trieste d’estate può essere anche piacevole; nei giorni seguenti il rientro si rivedono vecchi amici, si riallacciano relazioni, ma si vive quasi come dei turisti. L’estate è periodo di vacanza, di viaggi e passa rapidamente. Ma arriva il momento in cui bisogna tornare alla realtà goriziana. Per me è stato ed è tuttora un trauma, il clima che si respira è differente. Non è solo il fatto di non essere più in Erasmus, è tutto l’ambiente che vi circonda che differisce. Incontrando gli studenti per i corridoi della nostra università le facce sono tese, incontrare tre volti sorridenti consecutivamente è appare un’ impresa. C’è chi conosce già tutti gli orari delle lezioni, dei ricevimenti dei professori; c’è chi sta pensando alla tesi; e c’è chi invece ancora si chiede che ci fa qui dopo due anni. Io sto ancora vivendo Gorizia da osservatore esterno, ed è una sensazione strana. All’ infuori dell’università c’è poco o niente; chi può nel fine settimana torna a casa. Ma perché torniamo a casa, e non restiamo con le persone con le quali trascorriamo buona parte del nostro tempo? La casa non è forse il luogo dove ci sentiamo a nostro agio, liberi, con le persone care attorno a noi? Perché non ci sentiamo a casa a Gorizia? Il grigiore che si respira nella città oltrepassa le pareti della nostra facoltà; i rapporti sono freddi, quasi di lavoro. Una facoltà come la nostra dovrebbe rendere più aperte le persone, renderle più permeabili a ciò che le circonda; ma mi pare che non sia così. Siamo tutti presi dai corsi, dalla frequenza, dagli esami, dalla tesi, che non facciamo caso a ciò che accade al nostro lato. Sembra un discorso surreale, ma tornando da un Erasmus è impossibile non notare l’assenza di colore nella nostra università e nella nostra città. Il colore fa riferimento ai sensi, trascende i semplici dati, le semplici nozioni, i rapporti di facciata. Il grigio che ci attornia non permette di assaporare la vita; che secondo me non è fatta solo di una laurea ottenuta a giugno, di un’ambasciata nel nostro futuro. E’ fatta di sensazioni, d’emozioni, di un vissuto che ci arricchisce giorno per giorno, qualcosa che traiamo da chi ci sta di fronte. E’ per questo che sarebbe un bene poterci muovere tutti, per allargare i nostri orizzonti, per capire che non è tutto in via d’Alviano, per tornare con una veduta differente, con un sorriso. L’ Erasmus è un’esperienza che va vissuta, assaporata; non è semplicemente un susseguirsi di feste, per me è un cogliere degli aspetti della vita, che ci permettono di cambiare, di aprirci, di farci essere delle persone migliori. Ma credo anche che dobbiamo riuscire a far entrare il colore tra noi, all’interno delle mura universitarie e al di fuori di esse, per sentirci più a casa, per vivere meglio. Tutti.

Francesco La Pia

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