Il Russiagate tra realtà e finzione

Un nuovo memorandum del Congresso smonta la teoria di una collusione fra Trump e i russi. E l’opposizione corre ai ripari.

Donald Trump è una pedina del Cremlino?“. Questa domanda, rimbalzata per più di un anno tra politici, giornali e commissioni d’inchiesta, ha tenuto banco nella vita pubblica d’oltreoceano fin da quel fatidico 8 novembre del 2016.

Senza prove certe, il tentativo di dare una risposta al quesito ha spaccato in due gli Stati Uniti, in un clima di tensione e sfiducia inedito nella pur breve storia del Paese: da una parte i colpevolisti, convinti che il magnate newyorkese abbia attivamente fatto il gioco di Putin e sia dunque un traditore; dall’altra gli innocentisti, che rimpallano le accuse gridando a gran voce che l’intera faccenda è frutto delle ignobili macchinazioni di Hillary Clinton, uscita perdente dal confronto elettorale con Trump. Un tira e molla snervante, a cui il Comitato Intelligence della Camera ha voluto mettere fine rilasciando un suo breve memorandum sulla vicenda, finora secretato; nonostante si tratti di in documento alquanto stringato -appena 3 pagine- i suoi contenuti sono dirompenti.

Ma andiamo con ordine. Tra giugno e dicembre del 2016 Christopher Steele, ex agente dei servizi britannici, compilava un dossier che sembrava dimostrare in maniera inconfutabile l’esistenza di una vera e propria cospirazione atta a favorire Donald Trump nella corsa elettorale con l’attiva partecipazione di Mosca.

In particolare venivano indicati in Paul Manafort, manager della campagna di Trump poi finito agli arresti per aver fatto da tramite con i russi-nel 2012, per conto del Partito Democratico-e Carter Page, consigliere per gli esteri, i mandanti della violazione dei server del Democratic National Committe e della conseguente fuga di notizie, che aveva svelato come le primarie del partito fossero state truccate per tagliare fuori il progressista Bernie Sanders, rivale di Hillary Clinton, dalla competizione per la nomination presidenziale.

Reso pubblico dal popolare sito d’informazione BuzzFeed all’inizio dello scorso anno, il dossier era stato alla base, già ad ottobre del 2016, di un pronunciamento della FISC (Federal Investigations and Surveillance Court, l’organo che si occupa di valutare l’opportunità delle azioni di spionaggio e sorveglianza entro il territorio statunitense) che, su richiesta dell’FBI e del Dipartimento di Giustizia, aveva autorizzato l’intercettazione telefonica e ambientale di Page. La medesima autorizzazione era poi stata rinnovata altre tre volte, per un totale di 270 giorni continuativi di sorveglianza.

Putin e Trump al G20 di Amburgo, 2017 (Credits: Wikipedia)

Tuttavia, ulteriori indagini avevano in seguito rivelato che Steele aveva redatto il dossier dietro compenso, e che esso altro non era che un lavoro di opposition research finanziato dal DNC tramite lo studio legale Perkins-Cole e la società Fusion GPS, che aveva funto da canale tra lo 007 e i democratici. È a questo punto che entra in gioco il memorandum del Comitato Intelligence: stando al rapporto, infatti, sia il Bureau of Investigations che il Dipartimento di Giustizia erano fin dall’inizio a conoscenza della natura politica del “dossier Steele” ma, nel richiedere il giudizio della FISC, non avevano fatto menzione della cosa, fuorviando così la decisione dell’ente.

Il memorandum non manca poi di implicare in maniera diretta che ciò non sarebbe stato frutto di una dimenticanza, ma piuttosto di una precisa volontà di elementi interni al Dipartimento: sotto accusa è, più di tutti, Steve Ohr, esponente di spicco del ministero e contatto di Steele. Interrogato dall’FBI, Ohr avrebbe ammesso di aver avuto con l’agente una conversazione in cui questi gli rivelava di essere “disperato all’idea che Trump venisse eletto presidente”; non sembra poi casuale che la moglie di Ohr lavorasse proprio per Fusion GPS, la compagnia che aveva commissionato il dossier per conto del DNC.

Ce n’è anche per James Comey, ex direttore del Bureau, che secondo il documento avrebbe ignorato una valutazione interna che definiva il dossier “minimamente corroborato”, preferendo informare Trump sulla questione e dando così un credito immeritato alle parole di Steele. Comey avrebbe inoltre continuato ad impiegare Steele come fonte nonostante i numerosi contatti di quest’ultimo coi media, che avevano poi portato al suo allontanamento dall’agenzia e che, secondo il Comitato, avrebbero dovuto essere sufficienti a screditare le sue affermazioni.

Sono però i nomi non riportati nel memorandum a suscitare l’interesse di analisti e politici: mentre appare chiaro che Hillary Clinton abbia avuto un qualche ruolo nella produzione del dossier, qualcuno al Campidoglio punta il dito nientemeno che contro l’ex presidente Obama, a cui sia l’FBI che il DOJ rispondevano ai tempi della campagna elettorale. Certo è che, con l’apparente fine della questione russa e i midterms a meno di un anno di distanza, i democratici hanno di fronte un anno in salita.

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19 anni. Laziale di nascita, friulano d'adozione. Studente di Scienze Internazionali e Diplomatiche presso il Polo Universitario di Gorizia.

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