Ciak! Sconfinare – Il Settimo Sigillo: il silenzio di Dio

La partita a scacchi tra Antonius e la Morte. (credits: Wikipedia)

Il settimo sigillo è un film del 1957 scritto e diretto dal regista svedese Ingmar Bergman. Ambientato nella Svezia medioevale flagellata dalla peste e in preda ad un panico generale, è diventato ormai un classico del cinema. L’analisi dei temi principali del film non può non iniziare dal celebre incipit del film in cui il cavaliere Block (Max Von Sydow) gioca a scacchi con la morte. La domanda che il regista ci pone è subito chiara e farà da tema ricorrente alla pellicola: può l’uomo vincere il proprio destino di essere mortale?

Probabilmente no, ma nel tempo che il tetro avversario ci concede, l’uomo può (e deve) cercare il senso della propria vita. Questa tensione dunque alla ricerca di senso pone il tema esistenziale del film: qual è il senso della nostra vita se poi dobbiamo inesorabilmente scomparire nel nulla? La continua lotta tra vita e morte, la ribellione contro il fato, la ricerca di un Dio silenzioso e distante, sono le questioni portate alla luce dal cavaliere in un dialogo quanto mai sterile con la morte stessa, che si rifiuta sempre di rispondere e ostenta un’indifferenza glaciale.

“Vorrei confessarmi ma non ne sono capace perché il mio cuore è vuoto[…] Perché  non posso uccidere dio in me stesso?[…]Perché egli continua ad essere uno struggente richiamo da cui io non riesco a liberarmi?”

Riprese durante la scena del rogo della “strega”. (credits: Wikimedia Commons)

Queste sono le domande che si pone il cavaliere Block fino a quando con rabbia e sgomento scopre che è la morte stessa a fungere da confessore. Un confessore che, peraltro, non risponde. Invece Bergman decide di rispondere in due modi diversi: da una parte ci mostra la “realtà” del mondo in cui il cavaliere vive, con tutte le sue follie e credenze. Dall’altra invece lascia che sia il cinico Jöns a dirci la sua visione del mondo. Ironico, colto e pure nichilista, Jöns (Gunnar Björnstrand) è uno scudiero sicuramente sui generis in questo contesto medievale in cui la religiosità morbosa la fa da padrone. Non fa certo mistero del suo ateismo, e combatte il conformismo degli ignoranti e dei paurosi.  Perfino di fronte al suo destino Jöns accetta di morire (fare silenzio) ma non senza ribellarsi; non senza aver sostenuto il peso della verità che porta sulle spalle.

“Asciugatevi le lacrime e specchiatevi nella vostra indifferenza: forse avrei potuto liberarvi da quest’angoscia dell’eternità che vi tormenta ma ormai è troppo tardi per insegnarvi la gioia smisurata di una mano che si muove e di un cuore che pulsa. […]Sì farò silenzio, ma mi ribello!”

Dunque Dio esiste oppure no? Il finale è controverso e ci lascia più incerti di prima: se da una parte è necessario che esista per dare senso al nostro essere uomini, ecco che dall’altra sembra non esserci speranza alcuna. Dobbiamo affidarci a noi stessi ed essere capaci di convivere con l’angoscia del nulla che c’incalza. L’unica certezza è che Bergman ci intima  di apprezzare la vita che abbiamo senza rimpiangere un’eternità improbabile e certamente non necessaria.

Il regista Ingmar Bergman. (credits: Wikipedia)

Un film sulla morte, su Dio, sulla religione; ma anche un film sull’arte. L’arte rappresentata da una piccola compagnia di attori coprotagonista; un piccolo nucleo familiare che ci offre il messaggio vero e positivo del film. La morte è certa, prossima ad ogni nostro passo, ma non importa perché una nuova vita nascerà e ne prenderà il posto. E qual è dunque il senso di questo vivere? Non certo l’eternità, ma piuttosto la felicità, fugace, breve, eppure totalizzante nel ricordo che possiamo serbare di essa. Bastano piccoli momenti di gioia (come quelli rappresentati dallo spuntino con gli attori) per dare senso a una vita. È appunto questo momento di felicità, questa coppa di latte che va portata delicatamente, che diventa non solo conforto per il cavaliere, ma anche qualcosa in cui credere: da opporre allo specchio vuoto nel suo cuore.

E non è casuale il fatto che tutto ciò ci sia mostrato da una giovane coppia di sposi con un bambino appena nato. Forse il regista ci sussurra, all’orecchio, che l’arte, se pura, è l’unica via per noi per conoscere la verità dell’esistere. Che attraverso la finzione noi possiamo infine raggiungere la verità più profonda e più sincera. Io voglio credere che sia così, e per questo mi auguro che l’arte possa continuare ad evolversi e trasformarsi, ma senza perdere le sue prerogative fondamentali: creare senso e verità per la vita dell’uomo.

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