Il viaggio al centro d’Europa che sa di amaro e rivoluzione

Siamo tutti intimamente partiti con un’idea di Europa. Quale sia quella che abbiamo riportato poi a casa, è cosa nostra, ma la mia non combacia con lo stereotipo, perché è anzitutto lo stereotipo a non collimare con la realtà.
Quale, quale Europa? Stona, quest’interrogativo scettico, posto da un’irriducibile idealista. Ma per una volta vorrei guardare ai fatti. Non per demolire, né per disilludere – solo per mettere in pausa quest’immenso mare mosso e sbirciare sotto la cresta dell’onda. Per capire se c’è della sabbia sul fondale o se finora abbiamo tutti allungato le gambe con l’acqua alla gola cercando qualcosa che non esiste.

Belgio, cuore dell’Europa, cuore dell’Unione. I piccoli federalisti europei di Gorizia partono per la capitale della diplomazia e delle istituzioni comunitarie per scoprire, verificare o smentire ciò che dell’Europa già sanno. Cosa sappiamo è che dai trattati di Roma del ’57, con qualche arresto e qualche accelerata, l’Unione non ha fatto che rafforzarsi e crescere, allargare le proprie frontiere fino all’azzardo di inglobare in sé il diverso, il lontano orizzonte turco. Chissà se accadrà. L’importante, nel mentre, è “che se ne parli”.

L’inceppo, l’inghippo, l’impasse – chiamiamolo come vogliamo, questo problema – allora qual è? È comparare teoria e prassi senza restarne disorientati; è richiamare alla mente gli ideali di Spinelli e Schuman e non impallidire davanti alle prime pagine dei giornali. La sfida è sì accettare che più grande è l’ambizione, più lontano il traguardo. Ma è anche, forse, a questo punto, il coraggio di ridimensionare un dialogo che sa di utopico rifugio e di fuga da quello stesso mondo che si vorrebbe costruire.
Il ventre capiente di quei palazzoni grigi con bandiere blu e stelle gialle, tutti vicini, in un quartiere di Bruxelles dilaniato da lavori in corso perenni, sembra chiedere una linfa nuova. Sembra che ciò di cui si sia cibato finora abbia portato a risultati non sperati, a una Germania-locomotiva e una Grecia-fanalino di coda. Il sogno era alla pari, era tutti fratelli, era Stati Uniti d’Europa. Il sogno era cittadini dell’Unione prima che italiani, francesi e spagnoli, era il guadagno dell’uno è quello dell’altro, era stessi interessi, stesse paure, stessi mezzi per combatterle. Se oggi il veto – o a volte il capriccio – di un capo che un po’ si bea d’esserlo può arrestare un processo di integrazione tanto agognato, la sabbia laggiù in fondo al mare non c’è.

Il Parlamento europeo

Mi spieghi qualcuno quali sarebbero le politiche che permettono a un cittadino tedesco di trarre uguale vantaggio dal guadagno di un portoghese e da quello di un conterraneo, e per quali ragioni quel tedesco dovrebbe lavorare alla ripresa greca piuttosto che pensare a rimpinguare il proprio grasso portafoglio. Questo significherebbe “l’Europa prima dei suoi Stati”. Questo vorrebbe dire un’economia unificata, in cui Bund tedeschi e titoli nostrani non possono essere confrontati perché semplicemente il medesimo prodotto dell’unica Banca Centrale Europea. Infine, sarebbe questa la premessa per lo snellimento di quegli spessi manuali di cerimoniale di cui ancor’oggi si nutre la diplomazia europea. Non possiamo accettare di essere vincolati a regole sterili che prescrivono, nei pranzi fra i vertici di Stato, chi deve sedere alla destra di chi e quale debba essere il funzionario cui viene aperto per primo lo sportello di un’impreziosita auto blu. O meglio: potremmo accettarlo se dietro tutto questo apparire ci fosse della sostanza. Non certo se quello stesso funzionario ferito nell’orgoglio facesse saltare una tavola rotonda. Con tanti saluti ai preparativi di settimane per quell’incontro in cui, come vuole il sensazionalismo giornalistico, “ne sarebbe andato delle sorti dell’Europa”. Queste – giusto un po’ romanzate – sono alcune delle parole che, un po’ con ironia, un po’ con serietà, ha speso per noi del Movimento Federalista il consigliere politico d’ambasciata a Bruxelles.

Il nostro Vecchio Continente, con il sogno della resurrezione dalle sue stesse ceneri, per ora vive altrove, lontano da una classe politica ahinoi sbagliata e stanca. Sta nell’incrocio di amicizie che porta una studentessa italiana a trovare ospitalità a Lille da una coetanea semi-sconosciuta, sta nella condivisione non solo di piccoli spazi ma anche di idee. Sta nel realizzare che i giovani francesi dimostrano in genere più coscienza delle difficoltà odierne rispetto all’italiano medio, sta in tutti i piccoli paragoni che sorgono spontanei una volta che ci si è fatti l’occhio clinico e si sono attivati i ricettori dell’assorbimento. L’Europa Unita abita in chi condivide più un frame of mind che politiche comunitarie, sta in singole pedine con vissuti diversi ma che sanno – di fronte alla diversità – inglobarla anziché respingerla.
Se il trade-off fra bene individuale e collettivo fosse per quelle stesse pedine un’opportunità invece che un ostacolo, assisteremmo a un salto di qualità tanto osannato quanto ora distante.

“Compiti per tutti” alla Brezsny:
Step 1. Essere un pizzico più idealisti.
Step 2. Smettere di esserlo, almeno in pochi, e costruire con le mani, dal nulla, il nuovo. Arrivare al reale attraverso l’ideale. Abbandonare fiumi di parole, tacere. Solo edificare.

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