Sull’immigrazione è resa dei conti: per l’UE è una prova di maturità

A stranded Europe: un'Europa arenata. (Credits: Facebook)

Giugno è tempo di esami. Anche per l’UE che nell’ultimo mese ha accusato il contraccolpo del cambio di rotta italiano sulla gestione dei flussi migratori…

Mai come ora la metafora della nave sballottata nel mezzo della tempesta torna attuale. E, se tra i 28 dell’equipaggio serpeggia il timore di un ammutinamento, uscire indenni risulta molto improbabile. Ma a quella nave si può attribuire un nome ben preciso, Aquarius ad esempio, e la vicenda inizia ad assumere contorni più chiari. A rischiare di compromettere la tenuta non solo di un’UE paralizzata dalle divergenze tra i singoli Stati membri, ma anche di esecutivi che si scoprono troppo vulnerabili dall’interno è ancora una volta l’annosa questione dell’immigrazione. Che non è mai stata tanto decisiva per le sorti di un’Europa ancora faticosamente unita.

Il vertice di apparente distensione che si è tenuto a Parigi il 15 giugno fra il capo del neonato governo italiano Giuseppe Conte e il Presidente francese Emmanuel Macron aveva già lanciato un segnale d’allarme. Se è vero che “chi mette piede in Italia mette piede in Europa”, come dichiara il Presidente del Consiglio italiano nella conferenza stampa a margine dell’incontro, a Bruxelles non sfugge la critica neppure tanto sottile all’inadeguatezza del Regolamento di Dublino. Non esiste solidarietà se i Paesi di primo arrivo continuano a fungere da celle di incubazione. L’Eliseo non può che prendere atto e riparare alle dure critiche mosse al Ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini. Nella consapevolezza di quanto si è consumato in tempi recenti a Bardonecchia.

Flussi migratori: dati sulle rotte mediterranee (Credits: Consilium Europa)

Di fronte all’”irresponsabilità” del vicepremier italiano, che ha deciso la chiusura dei porti e il respingimento delle Ong straniere, è intervenuta tempestivamente la Spagna. È il capo del governo Pedro Sanchez a predisporsi ad accogliere la nave Aquarius con un’iniziativa che, seppur onorevole, rafforza la convinzione del governo italiano della necessità di una sana dose di intransigenza. “For me, the fundamental point is that you can’t have a national or unilateral perspective when it comes to a shared challenge. I’m calling for a shared response to a shared challenge”, afferma il primo ministro iberico in un’intervista congiunta con The Guardian, Le Monde e Frankfurter Allgemeine Zeitung. Favorire il consolidamento del sistema di controllo delle frontiere libiche e individuare i porti mediterranei idonei a ospitare e identificare i migranti soccorsi, in collaborazione con l’UNHCR: è la ricetta spiegata da Pedro Sanchez.

Che lo scontro a distanza fra il Viminale e l’equipaggio della Aquarius non fosse un mero atto dimostrativo era prevedibile, alla luce del tono perentorio usato da Matteo Salvini. “Per i clandestini è finita la pacchia, devono fare le valigie, con calma, ma se ne devono andare”, a ribadire che nella nuova squadra di governo all’etichetta del politicamente corretto si preferisce di gran lunga un pragmatismo muscolare. Con le navi di Lifeline e Sea-Watch si ripropone lo stesso copione di respingimenti e rimpalli di responsabilità e i migranti si ritrovano ostaggi di un vischioso stallo politico. Messi sul tavolo dei presupposti così poco favorevoli, è facile immaginare che la tensione fosse palpabile a Bruxelles in occasione del Consiglio europeo del 28-29 giugno.

The European Council reconfirms that a precondition for a functioning EU policy relies on a comprehensive approach to migration which combines more effective control on the EU’s external borders, increased external action and the internal aspects, in line with our principles and values ”, recitano le conclusioni della seduta. Non c’è dubbio che l’ammonimento del Presidente Conte sia stato recepito a dovere, tanto che tutti hanno concordato sul fatto che in gioco non c’è la stabilità di un solo Paese, bensì dell’Europa nella sua interezza. D’altronde, di fronte alla pressione esercitata dal Viminale sul controverso ruolo delle Ong nel Mediterraneo Centrale, se dell’accordo stipulato fra Ue e Turchia il Consiglio europeo ha caldeggiato una piena attuazione, per ridurre al minimo i flussi migratori nel Mediterraneo Orientale, i 28 hanno concentrato i loro sforzi sullo sviluppo operativo di piattaforme di sbarco su scala regionale. L’obiettivo è quello di distinguere rapidamente e in sicurezza i migranti economici dai richiedenti asilo.

Mentre l’ombra di un’Europa Centro-orientale rancorosa e asserragliata su posizioni irremovibili, con a capo il Primo Ministro ungherese Viktor Orban, incombe su Bruxelles, a un’Austria ben poco disposta a metter mano alle politiche di accoglienza e controllo dei confini, se non per sigillarli dall’interno, spetterà il compito di proseguire la ridefinizione del Regolamento di Dublino e delle procedure per la richiesta d’asilo.  Ma il sito della Presidenza austriaca del Consiglio europeo ha già delineato ben altre priorità (“a Europe that protects”). In aggiunta, in Germania i conservatori sono convinti che una “cura Kurz” possa salvare la Csu dall’assedio dell’Afd. Dalle elezioni federali del 2017 i bavaresi hanno tratto una severa lezione.

Sebastian Kurz: un pugno duro coi migranti.
(Credits: Adobe Stock)

A qualche ora di distanza dal termine della seduta del Consiglio europeo del 28-29 luglio, dalla Germania giungono notizie allarmanti. E a essere allarmato è, primo fra tutti, Emmanuel Macron, che, tutt’a un tratto, si accorge di dover sperare che la coalizione Cdu (Unione Cristiano-Democratica)-Csu (Unione Cristiano-Sociale di Baviera) regga. Altrimenti sarà solo nel tentativo di smorzare la posizione ferrea sulla gestione dei migranti sbandierata da Roma. Di lì a poco sarebbe stata smentita l’indiscrezione iniziale sulle dimissioni del Ministro dell’Interno tedesco Seehofer, ma impressiona la capacità del tema dell’immigrazione di suscitare una crisi di nervi generale. Basti considerare che nelle stesse ore, mentre il Presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella, in visita presso Riga, evidenziava l’urgenza di un “ulteriore slancio nell’integrazione e nella politica comune”, a Vienna si valutava la chiusura del Passo del Brennero mediante pattugliamento del confine.

Non è neppure tanto più un’impressione quella che i binari imboccati da Bruxelles e Roma procedano parallelamente, quanto un cattivo presagio. Alle dichiarazioni del cosiddetto “asse dei volenterosi”, riunitosi a Innsbruck l’11 luglio scorso, che mira a ridurre gli sbarchi e ad aumentare le espulsioni, ha risposto prontamente il primo ministro del governo di Tripoli, Fayez al-Serraj. Dalle parole di Matteo Salvini (“contiamo che finalmente l’Europa torni a difendere i confini e il diritto alla sicurezza dei 500 milioni di europei”), Horst Seehofer (“dobbiamo creare centri fuori dai confini esterni dell’Europa”) e Herbert Kickl (“le cose sono relativamente semplici: potrà metter piede sul suolo europeo solo chi ha bisogno di protezione”), rispettivamente Ministri dell’Interno di Italia, Germania e Austria traspare una ferrea determinazione nel sostenere una linea gradita, in realtà, ad altri Stati membri dell’Ue. Perentoria la replica di Serraj in un’intervista del quotidiano tedesco Bild pubblicata il 20 luglio: “la Libia è assolutamente contraria alla realizzazione di strutture sul nostro territorio nazionale per accogliere i migranti irregolari che non vuole l’Unione Europea”. Il quadro non smette di ingarbugliarsi.

Più conciliante l’approccio adottato dal premier italiano Giuseppe Conte, che, pur mantenendo i toni del confronto distesi, ha sollecitato tramite lettera le istituzioni europee a compiere le dovute valutazioni sulle criticità emerse nella gestione comunitaria dei flussi migratori e a predisporre un piano d’azione adeguato alle istanze dei Paesi di primo arrivo. Seppur sia stata accolta di buon grado la proposta di istituire un comitato di crisi, sotto l’egida della Commissione europea, congegnato  per l’emergenza immigrazione, il Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Junker, ha sottolineato che l’Ue non può permettersi di assumere iniziative idonee alle esigenze dei singoli Stati membri. In tal modo Roma continua a sfiancare Bruxelles, costringendola ad affrontare un esame per ora rimandato a data da destinarsi.

Con un rapimento e un viaggio attraverso il Mediterraneo, secondo la mitologia, sboccia il germoglio della cultura europea. Un monito impresso sulla moneta da due euro. Probabilmente è ben più attendibile la narrazione epica delle peripezie di un eroe greco che, da naufrago, approda di volta in volta in terre più o meno ostili, abitate da popolazioni che non sempre conoscono il sacro vincolo di ospitalità. Anzi, conviene puntualizzare che il secondo poema più antico della letteratura occidentale è una storia di accoglienza e respingimenti. E non è improbabile che quella cantata da Omero sia la letterarizzazione di un fenomeno tutto umano che ieri come oggi non può esser escluso dall’orizzonte identitario dell’Europa.

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Nato a Chieti il 19 marzo 1998, mi sono diplomato presso il Liceo Classico Statale "G. D'Annunzio" di Pescara. Al momento sono iscritto al primo anno del corso di Scienze internazionali e diplomatiche del polo universitario goriziano. Entusiasta di mettermi in gioco senza grandi aspettative, costantemente in cerca di opportunità. Appassionato di Storia, Arte, Letteratura e Lingue classiche.

1 Comment on Sull’immigrazione è resa dei conti: per l’UE è una prova di maturità

  1. Le classi Politiche a ogni livello, alle quali tocca ricostruire il nesso tra potere, inteso come possibilità di disporre di risorse e di prendere decisioni, e responsabilità, intesa come necessità di operare nell’interesse generale delle istituzioni e dei cittadini che si rappresentano, non devono pensare che siamo ai tempi di piccoli aggiustamenti. A partire dal lavoro e dal suo riconoscimento sociale va ridefinito il background, la tavola di valori, di riferimenti e di interpretazioni condivise necessari alle famiglie, alle comunità, ai paesi, al mondo, per pensare il proprio futuro in maniera più inclusiva e meno ingiusta. Loro pensano alle percentuali di consensi elettorali, proponendo inadeguate proposte come il reddito di cittadinanza, in tempi di crisi, si deve investire sulle opere per creare posti di lavoro che crea reddito, di riduzione le tasse alle Aziende per rilanciare l’economia, invece ancora una volta eludono che va ripensata la relazione esistente tra la capacità di innovare, di competere e di conquistare spazi di mercato e il riconoscimento sociale del valore del lavoro, la possibilità che chi lavora abbia una vita più ricca e consapevole. Purtroppo vedo molto lontano queste prospettive

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