In fuga dal terrore in Gambia: ritrovarsi in Italia

Nel precedente articolo  abbiamo percorso la storia di Y, ragazzo di 21 anni che è fuggito dal Gambia e ha ottenuto la protezione in Italia. La sua storia aveva aperto in me molti interrogativi, ai quali, perlopiù, sarà difficile trovare una risposta.

Yahya Jammeh, presidente del Gambia

Partiamo approfondendo in parte alcuni punti sulla situazione dei diritti umani in Gambia. Quest’ultimo è lo stato più piccolo del continente africano, eppure nel 2015 è risultato come il terzo stato di provenienza di chi cerca di entrare in Europa passando per il Mediterraneo, e il numero di gambiani che richiedono la protezione nel nostro paese è aumentato fortemente rispetto al 2014. Tuttavia, al 48,5% di essi non è stato concesso alcun tipo di protezione: chi scappa dal Gambia è, nella maggior parte dei casi, un “semplice migrante economico” secondo le commissioni territoriali che analizzano le richieste d’asilo.

In Gambia la vita non è di certo delle migliori, però. Il paese da 20 anni vive in un clima di terrore, instaurato dal presidente Yahya Jammeh, salito al potere con un colpo di stato nel 1994.  Nei primi mesi del 2015 la situazione già drastica dei diritti umani è peggiorata, in seguito all’arresto di persone accusate di aver preso parte ad un colpo di stato il 30 dicembre 2014; sono spariti anche loro parenti ed amici, ovviamente senza alcun processo. Il governo nega la loro detenzione. Tra l’altro, il presidente continua ad ignorare le richieste dell’ONU e dell’Unione Africana di aprire un’indagine sul tentativo di colpo di stato e sulla repressione che ne è seguita, e quindi la questione finisce, come accade spesso in merito a questioni di violazione dei diritti umani, nel dimenticatoio. Quasi per tutti.

Il Gambia ha vissuto momenti molto critici anche in passato: si ricordi il massacro degli studenti nell’aprile del 2000 in seguito ad una manifestazione organizzata dall’Unione degli Studenti Gambiani (GAMSU) a Banjul, Brikama e altre città, per contestare la tortura e la morte dello studente diciannovenne Ebrima Barry, il 9 marzo, ad opera del personale del Brikama Fire Service (ditta di pompieri privata), e lo stupro della tredicenne Binta Manneh da parte di un ufficiale di polizia, il 10 marzo 2000; sarebbero morti 14 studenti, ma secondo altre fonti, i deceduti sarebbero stati più di 50. 

Per non parlare di altri settori della tutela dei diritti umani: a fine agosto 2014 è stato approvato il nuovo codice penale, che prevede il carcere a vita per i reati di “omosessualità aggravata”. Il presidente non ha esitato ad esprimere in  più occasioni la sua avversità nei confronti delle persone omosessuali: “Coloro che propagandano l’omosessualità vogliono porre fine all’esistenza umana. Sta diventando un’epidemia e noi musulmani e africani dobbiamo combattere per fermare questo atteggiamento” e ancora “Dobbiamo combattere questi vermi chiamati omosessuali allo stesso modo in cui combattiamo le zanzare che portano la malaria, forse dobbiamo essere ancora più aggressivi”.

Y fugge dal suo paese natale perchè dopo aver provocato accidentalmente un incendio nei campi in cui stava lavorando teme il carcere. La domanda dunque è semplice: paura del carcere, ma di che carcere? Non è difficile immaginare quali possano essere le condizioni dei detenuti in un paese fortemente privo di tutela anche dei diritti umani di base; e non è nemmeno difficile immaginare che sicuramente non si sarebbe svolto un processo equo per Y, il quale, probabilmente, non avrebbe potuto dimostrare la natura colposa dell’incendio e quindi ottenere una pena più lieve, magari solo pecuniaria. Siamo anni luce distanti dai sistemi penali europei.

Ipotizzo che la Commissione abbia concesso a Y la protezione sussidiaria, riservata al cittadino straniero che non possiede i requisiti per essere riconosciuto come rifugiato ma nei cui confronti sussistono fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel Paese di origine, o, nel caso di un apolide, se ritornasse nel Paese nel quale aveva precedentemente la dimora abituale, correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno e il quale non può o, a causa di tale rischio, non vuole avvalersi della protezione di detto Paese.

Stessa protezione la Commissione territoriale di Padova ha riconosciuto a S, di 20 anni, proveniente dal Gambia come Y, con il quale ora condivide la stanza in cui sono ospitati. S è il più cupo e riservato dei tre ragazzi che conosco, ed è l’unico che non mi mostra il verbale della Commissione. In ogni caso anche lui mi accenna qualcosa della sua storia: in Gambia viveva con la madre, e lavorando nei campi, durante la stagione delle piogge, ha accidentalmente appiccato il fuoco in un campo; i proprietari delle piantagioni vicine lo hanno denunciato e la polizia lo ha arrestato e malmenato; è riuscito a scappare e ha deciso di fuggire dal suo paese temendo di finire in prigione. In Libia è stato rapinato, imprigionato, poi costretto a salire su un gommone, identico a quello che pochi mesi dopo trasporterà in Italia anche Y. 

Quando sento la sua storia non posso che rimanere a bocca aperta. Sono troppo cinica per credere che si tratti di una coincidenza (due ragazzi che non si conoscevano finché non sono arrivati al CEIS di Vittorio Veneto, provenienti dallo stesso paese, fuggono di lì perchè hanno entrambe commesso accidentalmente lo stesso reato?), ma allo stesso tempo troppo ingenua per credere che ci sia altro sotto. Inoltre ritengo che la commissione che ha giudicato le loro richieste, la stessa per altro, sia composta da persone esperte e preparate che di certo sanno valutare correttamente le storie dei migranti e capire i reali motivi delle loro fughe.

Eppure, ascoltando queste storie, leggendo i verbali di cui dispongo, rimango in sospeso perchè molte cose non mi tornano. Soprattutto non mi torna come sia possibile che questi ragazzi siano stati costretti a salire su gommoni diretti in Italia (o in Spagna, o in Tunisia, o a Malta, dove capita..) per intraprendere un viaggio rischiosissimo contro il loro volere. Ultimamente i media parlano di migranti fortemente motivati a raggiungere le nostre coste, chi per salvarsi da guerre e povertà, chi per cercare un futuro migliore per sé e per i propri figli, pagando grosse somme agli scafisti. La cifra da pagare, riportano alcuni articoli, normalmente varia a seconda della nazionalità dei migranti: un africano subsahariano normalmente paga una cifra compresa tra i 740 e 920 euro, un siriano non oltre i 2.300 euro, un marocchino non oltre i 1.500 euro.

Y e S hanno viaggiato gratis. Questo fa capire come dietro alla grande tematica dell’immigrazione vi siano molteplici sfaccettature difficili da indagare e di cui si discute molto poco. Mi verrebbe voglia di andare su una di quelle spiagge libiche, magari al famoso porto di Zuwara, e stare lì ad osservare, e forse nemmeno in questo modo riuscirei a comprendere. Nel frattempo, i miei dubbi e le domande senza risposta continuano aumentare.

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