In memoria dell’indifferenza

Un momento della conferenza (da sinistra a destra: Niccolò Del Porto del Club Unesco; prof.ssa Giulia Caccamo, Timothy Dissegna di Sconfinare; dott.ssa Vanessa Maggi; prof. Costantino Filidoro)

– di Niccolò Del Porto*

Come è potuto verificarsi lo sterminio di massa delle minoranze indesiderate in Europa? Siamo realmente così diversi dai cittadini del tempo, complici del massacro? Quali sono le responsabilità italiane? E quali sono gli anticorpi che ci possono salvare dal ripetere gli sbagli del passato?

Si è cercato di dare una risposta a queste e molte altre domande, durante la conferenza del 26 Gennaio, presso la Sala Municipale Dora Bassi, dal titolo “Dalla persecuzione dei diritti alla persecuzione delle vite”, organizzata dalla Sezione Giovani del Club dell’Unesco in collaborazione con l’Associazione “Amici di Israele” e con il giornale del Polo universitario di Gorizia “Sconfinare”. La conferenza ha visto la partecipazione della prof.ssa Giulia Caccamo, del dott. Costantino Filidoro e della dott.ssa Vanessa Maggi; l’incontro è stato mediato da Timothy Dissegna (caporedattore di Sconfinare).

Attraverso la creazione e la diffusione del concetto di nemico culturale – “monstrum” in quanto alieno alla società che lo rinnega -, il potere interno del regime assunse una forza maggiore: di fronte a una minaccia esterna penetrata nel territorio, il popolo fu istintivamente portato a far fronte comune. Ciò fu ancor più efficace nel caso degli ebrei, generalmente estranei alla cultura di massa dei popoli europei e, di conseguenza, facilmente differenziabili da essa.

L’elemento che colpisce nel sistematico sterminio degli ebrei, non è solo la ferocia dei carnefici, ma soprattutto l’indifferenza degli uomini del tempo. I regimi totalitari si servirono sì dell’uso del terrore, ma attinsero anche dalla fonte dei preconcetti maggiormente radicati nelle rispettive culture popolari: Hitler, pur avendo avuto una sua singolarità nel progettare (e attuare) un genocidio su così larga scala, ha potuto usufruire dei pregiudizi, dell’astio generale nei confronti degli ebrei e del disinteresse, da parte del popolo, dinanzi a ciò che stava accadendo. Primo Levi, ne “I Sommersi”, scriveva:  “Nessuno ci guardava negli occhi, nessuno accettò la contesa: erano sordi, ciechi e muti, asserragliati fra le loro rovine come in un fortilizio di sconoscenza voluta, ancora forti, ancora capaci di odio e di disprezzo, ancora prigionieri dell’antico mondo di superbia e di colpa”.

Primo Levi (Credits: La Stampa/Facebook)

Tutto ciò non riguardò solo i tedeschi, o gli italiani. Buona parte degli ebrei scappati in Palestina dall’est Europa erano mal visti dagli altri israeliti, già radicati in quella che poco tempo dopo sarebbe divenuta la terra di Israele. In Paesi democratici, come la Francia e l’Inghilterra, l’antisemitismo ebbe, ancor prima dell’avvento del nazismo, un discreto seguito, non solo culturale. Persino nell’ultima fase della Repubblica di Weimar, lo stesso partito comunista operò una pulizia degli eminenti ebrei all’interno di esso. Ci si dovette adeguare al clima generale di intolleranza razziale, il tutto sotto la luce del sole.

Questa indifferenza comune e generalizzata, che si nutre di ignoranza e di pregiudizio, esiste tutt’oggi. Viviamo in una realtà affatto diversa rispetto a quella di 70 anni fa. Ma perché il giorno della memoria è principalmente dedicato al ricordo delle torture subito dal popolo ebraico ad opera dei nazifascisti? Il motivo è da riscontrarsi nel fatto che, in quanto europei, abbiamo una vicinanza storica alquanto evidente; in un certo senso, abbiamo l’occasione, non indifferente, di confrontarci con i carnefici nazisti e di conseguenza di avere un modello negativo da combattere nella società odierna.

Durante l’incontro si è discusso della responsabilità degli Italiani, in particolare in seguito alla promulgazione delle “Leggi razziali” del 1938, la quale è senza dubbio da ricercarsi nell’indifferenza collettiva, che, come risultato, ha portato a l’intensificarsi delle deportazioni verso campi di concentramento ad opera dei nazifascisti. Mussolini ebbe la colpa di essere stato insensibile e lascivo di fronte ai numerosi colpi di mano perpetrati da Hitler, contrari ai valori dello spirito democratico europeo, portando in questo modo al compimento di gravi errori; la pulizia etnica è forse il simbolo più struggente del tracollo delle politiche democratiche di appeasement precedenti al conflitto.

Non bisogna sottovalutare il cruciale ruolo della cultura: fondamentale per comprendere come liberare il campo da pregiudizi che ci spingono verso una strada sostenuta da discorsi fallaci, è l’unico modo che abbiamo per prevenire il ripetersi di un passato tanto orribile; giustificare atteggiamenti e frasi sulla base di una cattiva interpretazione generale non può essere tollerato, al di là delle visioni politiche e della libertà di espressione.  Anche molte persone colte e abbienti composero la massa di “ciechi, sordi e muti” citati da Levi, ed ebbero senza dubbio maggiori responsabilità rispetto agli ignoranti che, in quanto tali, furono incapaci di rendersi conto dell’orribile situazione alla quale stavano anch’essi contribuendo.

L’ingresso del campo di sterminio di Auschwitz (Credits: The World/ Facebook)

Lo scopo della società contemporanea deve essere quello di sviluppare un principio di umanità comune e di comprendere che determinati presupposti possono portare a realtà che credevamo di aver superato per sempre. Bisogna abituarsi all’idea che ogni barriera di pensiero non ci permetterà mai di fare il salto di consapevolezza, doveroso in queste circostanze. Il Giorno della Memoria ha una funzione morale fondamentale per gli uomini di oggi: ricordare lo sterminio deve essere, pertanto, finalizzato alla sensibilizzazione in funzione del progresso civile, e non alla sola commemorazione, fine a se stessa, necessaria ma sterile nell’impatto sociale e difficilmente comprensibile da persone poco interessate alle questioni del passato.

Il ruolo della cultura e degli intellettuali, ai giorni nostri, dovrebbe essere quello di facilitare la costruzione di un’analisi critica di questi fenomeni, che sia fruibile ai più e assimilabile a tutte le situazioni di discriminazione che vediamo manifestarsi. La capacità di comprendere gli sviluppi del contesto attuale, fondato sulla garanzia di diritti assicurati proprio a seguito del Secondo Conflitto Mondiale, è ciò che può permettere alla nostra società di evitare che la condizione di dignità di ogni singolo uomo sia di nuovo calpestata, come fu fatto in un passato non troppo remoto.

*Niccolò Del Porto è membro della Sezione Giovani del Club dell’Unesco di Gorizia.

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