Incontro con Toni Capuozzo: “L’ISIS colpisce perché è sempre più debole”

Toni Capuozzo
L'iviato di guerra Toni Capuozzo

Il telefono squilla, la Marlboro rossa che si consuma in fretta tra le sue dita, il peso della tragedia accaduta da poche ore a Bruxelles: il pomeriggio di martedì scorso doveva vedere il celebre giornalista Toni Capuozzo nell’Aula Magna del PUG per parlare del “caso marò”, ma inevitabilmente il pensiero è corso a vittime e carnefici dell’ennesima puntata di terrore quotidiano.

Capuozzo è uno che conosce bene i fronti di crisi: come corrispondente di guerra è stato in Somalia, Afghanistan e tanti altri scenari roventi. A Gorizia è giunto per presentare il suo ultimo libro, “Il segreto dei marò” (edito da Mursia), tema che poi ha trattato approfonditamente insieme al Colonnello dei Carabinieri Claudio D’Angelo, punto di collegamento laggiù tra i due fucilieri di marina e le istituzioni italiane. Prima, però, ha accettato di incontrare la nostra Redazione per un’intervista “a tu per tu”.

E inevitabilmente si è partiti dal Belgio: «Ho rispetto per l’emotività – ci ha detto – ma l’immagine della Mogherini che piange è quella dello spaesamento della politica estera europea. Il pianto va lasciato ai cittadini normali». Perché a monte bisogna pensare all’immigrazione, che lui stesso ammette essere difficile da gestire poiché siamo in una situazione paragonabile a “un insieme di ponti levatoi che si alzano e ognuno pensa per sé”.

Aeroporto bruxelles
L’aeroporto di Bruxelles dopo l’attentato (Il Fatto Quotidiano)

Non a caso dietro a Bruxelles “ci sono incertezze e incapacità delle polizie”: quelle dei vari Paesi non collaborano e non esiste nemmeno un’intelligence europea, elemento alla base per una politica di sicurezza veramente comune. “Il bilancio è fallimentare”, ha continuato, perché “i terroristi colpiscono quando vogliono” e sull’epicentro del caos internazionale, la Siria, “paradossalmente ha avuto più peso quel pachiderma dell’ONU che l’Unione Europea.

Se poi gli chiediamo se ci sono collegamenti tra i fatti sanguinosi in Belgio e il recente arresto di Abdel Salam, apostrofato dai media come “il ricercato numero uno d’Europa”, lui ci risponde scettico: “Non era un eroe per l’ISIS” tant’è che «il suo arresto è stato accolto con freddezza» dai vertici dell’organizzazione terroristica. Oltretutto aveva iniziato a collaborare, per cui «può essere che l’attentato sia stato anticipato, ma Salah non è la risposta». Su Twitter infatti i comandati islamisti fanno riferimento ai bombardamenti in Siria e Iraq: «Vogliono spostare l’attenzione da un’altra parte dal momento che la sicurezza dello Stato islamico sta diminuendo».

Perché colpire l’Europa se i maggiori attori sul campo mediorientale sono gli USA e la Russia? “Perché qui ci sono comunità forti” è la risposta dell’inviato, che ha aggiunto che nel Vecchio Continente il pericolo attentati sarà massimo “quando l’ISIS sarà al collasso”. Questi seguiranno sempre una strategia prestabilita perché “non sono casuali e c’è l’intenzione di far precipitare lo scontro; quando accade «veniamo portati a scegliere tra noi o loro, si formano le appartenenze  e la tensione, in poche parole, esplode».

Guardando in casa nostra “tutta la politica italiana è a rischio”, ci ha spiegato Capuozzo, perché non si smette di guardare i fatti con le lenti dell’ideologia: «Trovo brutto l’andare a cercare cose nella realtà che rafforzano il tuo pensiero» e ciò vale sia per chi attacca le comunità musulmane sia per chi le difende incondizionatamente. Allora, come fare per raccontare ciò che accade in Europa oggi, soprattutto per un giornalista che non ha la preparazione di un inviato di guerra? Per Capuozzo la risposta è «studiare, soprattutto dal web dove si combatte una vera e propria guerra».

Vale ancora una volta il principio dell’antropologo: il reporter “dev’essere come uno straniero”, senza divergere da come racconta normalmente i fatti che gli accadono attorno, mantenendo saldi certi principi cardine e rifiutare gli stereotipi (il musulmano terrorista e l’immigrato che scappa necessariamente dalla guerra). E deve fare tutto ciò con un giornalismo che “ha tanti problemi”, per stessa ammissione del nostro ospite.

Soprattutto quando si parla di giornalismo militante, che lui non condanna ma da cui ha preso le distanze: quando era a Lotta Continua, giornale di estrema sinistra, ad esempio scrisse dell’esodo dei marielitos da Cuba, ossia di chi fuggiva dal regime castrista verso le coste americane: una scelta coraggiosa nel nome della libertà di stampa, sempre più essenziale in un presente dominato dall’appiattimento dell’informazione.

About Timothy Dissegna 110 Articles
Studente al SID di Gorizia, sono stato caporedattore di Sconfinare tra il 2017 e il 2018. Friulano, sono appassionato di frontiere, soprattutto quelle del Corno d'Africa. Dicono che sono sempre impegnato, ma non ho mai avuto tempo per rispondere che è vero.

Be the first to comment

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: